Kenny Wells (McConaughey) nell’ambito dell’estrazione mineraria è “figlio d’arte”: eredita dal padre la rispettabile società di famiglia, ma i conti in rosso lo costringono a trasferire l’ufficio nel pub dove lavora la fidanzata (Dallas Howard). Sommerso dai debiti ma inguaribilmente ottimista, cerca fortuna in Indonesia, convinto che le inesplorate giungle del Borneo celino ricche miniere d’oro. Il biondo metallo è l’oggetto dei desideri anche del nuovo socio, il geologo Acosta (Ramirez), con cui il protagonista stringe un forte sodalizio. Il polverone mediatico suscitato dai primi promettenti ritrovamenti della nascente alleanza mettono però in moto il mondo dell’alta finanza e con esso i pericoli della nuova vita di successo di Wells.
Basandosi su una vicenda realmente accaduta nei primi anni 90, la trasposizione degli eventi accaduti a Wells (ma il nome cinematografico è fittizio) si discosta parzialmente, pur cavalcandone l’onda, dai più significativi business man visti negli ultimi anni in sala, da Jordan Belfort/Leonardo DiCaprio ai geniali broker di Adam McKay. Impulsivo e talvolta ingenuo, Wells è innanzitutto un impavido visionario il cui oro simboleggia la possibilità stessa di sognare, di autodeterminarsi, oltre che di imprimere orgogliosamente il proprio nome su un successo, qualsiasi esso sia (“La verità è che non mi è mai interessato il denaro. Mi interessa l’oro”, confessa); ciò si contrappone all’usurata e avida versione utilitaristica del capitalista promossa ultimamente. Il punto nodale del film riguarda quindi non tanto l’inseguimento della ricchezza e l’inevitabile “roller coaster” finanziario connaturato al mondo borsistico (elementi comunque presenti), ma piuttosto l’innata propensione dell’uomo verso la scalata sociale, in barba alla matematica razionalità che il contesto affaristico richiederebbe. In questo senso, l’istrionica performance di Matthew McConaughey risulta l’arma vincente di “Gold”: sopra le righe, l’interprete catalizza l’attenzione del pubblico oscurando di fatto i comprimari e spingendo le corde dell’umanità, con quel pizzico di retorica che però non disturba (secondo cui, per un vecchio detto popolare, chi trova un amico trova un tesoro). Proviamo empatia per la passione messa in campo dall’eroe, a maggior ragione intuendo il pericolo in agguato (purtroppo incautamente anticipato dal sottotitolo italiano).
Stephen Gaghan, regista dello stimato/odiato “Syriana” e sceneggiatore tra gli altri del pregevole “Traffic” di Soderbergh, predispone una regia fluida che sa rendersi invisibile lasciando il palco libero per il personale “one man show” del protagonista. Se nel complesso l’operazione può dirsi felicemente funzionale al suo obiettivo (presumibilmente quello di intrattenere con una vicenda che si muove tra il divertente e il toccante), “Gold” non verrà ricordato per la sua originalità (si insiste su temi vecchi di secoli quali l’amicizia e il sogno americano) né per la sua realizzazione tecnica, in verità piuttosto anonima, ma semmai per la grandezza del suo interprete principale e per la sceneggiatura di buona fattura. Consigliata la visione in lingua originale.
06/05/2017