Non esente da colpe ma condividendo, se non del tutto, almeno in parte, la natura delittuosa dei suoi avversari, l’antieroe di Ayers è destinato al venir meno di ogni certezza tranne quella dei pericoli sparsi lungo l’itinerario che lo separa dal raggiungimento della zona di sicurezza che gli consente di salvaguardare la propria incolumità. “Bright” non fa eccezione e anzi, in questo, sembra quasi la fotocopia del film precedente, riservando ai protagonisti il medesimo trattamento quando li immagina soli per le vie di una città che non vede l’ora di poterne pubblicare il necrologio. Analogie che non si fermano qui, se è vero che alla pari di “Suicide Squad” anche “Bright” sceglie di rivestire la contemporaneità con le caratteristiche tipiche del genere fantasy e supereroistico nella visione distopica di una Los Angeles in cui gli esseri umani convivono con orchi, fate ed elfi e in cui i grattacieli evocano nelle forme le torri e i castelli de “Il signore degli anelli”. E, ancora, nel rispetto delle unità di tempo e di luogo (l’arco notturno e la collocazione metropolitana) come pure nella struttura narrativa organizzata intorno al percorso a ostacoli che vede l’agente Daryl Ward (Will Smith) e il collega Nick Jakoby (il primo orco a essere arruolato nella polizia) impegnati a portare in salvo la bacchetta magica di cui i cattivi si vogliono impossessare per governare gli Stati Uniti e il resto delle Nazioni.
A mutare nella poetica di Ayers è semmai la prospettiva, passata da un contesto polarizzato sulla corruzione esistente all’interno della polizia americana alle quinte di uno scontro in cui i personaggi diventano emissari o vittime di forze superiori e per lo più sconosciute, come il Signore del male che, in “Bright”, la perfida Noomi Rapace conta di risvegliare grazie agli arcani prodigi della formidabile bacchetta. Ma ciò che più conta in tale contesto è la constatazione di come a fare le spese del nuovo corso cinematografico sia il mancato equilibrio tra le opposte tensioni che da sempre attraversano il cinema del regista. In “Bright”, infatti, la necessità di intrattenere e di fare spettacolo – presente fin dai tempi dell’esordio – ha la meglio sulla propensione al realismo – brutale ma sincero – che rappresenta uno dei segni distintivi delle sue regie, spesso contaminate da uno sguardo che si rifà a esperienze vissute in prima persona. La sceneggiatura di Max Landis (figlio del grande John) non aiuta (non è un caso che i film meno riusciti di Ayer siano quelli in cui il regista non firma il copione), lavorando in superficie sia quando si tratta di affrontare la questione razziale, riassunta più che altro nelle diversità fisiognomiche che caratterizzano le parti in causa, sia nel ricalcare certo cinema di John Carpenter (1997 – Fuga da New York), il cui universo, riflesso nell’eccentricità un po’ freak dei suoi abitanti e nell’andirivieni notturno messo in atto dai protagonisti, è sprovvisto della coerenza necessaria a farlo percepire come un mondo a sé stante. Se poi ci mettiamo che la recitazione di Smith rimane a metà strada tra dramma e commedia si capisce come “Bright” sia destinato a figurare in maniera interlocutoria nella carriera di coloro che ne hanno preso parte.
23/12/2017