Diamanti

Diamanti


Ferzan Özpetek

Commedia, Drammatico | Italia
(2024)

Ferzan Özpetek riesce nell’intento di girare un film corale con ben diciotto attrici, con una sceneggiatura pressochè priva di sbavature che al contempo racconta le dinamiche relazionali e lavorative che si instaurano in una sartoria rispondente alle committenze cinematografiche. La dimensione metacinematografica, espressamente presente fin dall’inizio, visto che lo stesso regista compare in un prolungato totale iniziale nell’atto di distribuire e discutere i copioni con costumiste e sarte, è un ulteriore elemento di interesse, non tanto perché svela il backstage delle sartorie al servizio dell’industria cinematografica, quanto perché le rende il terreno ideale nel quale si appalesano non solo la sensibilità e il gusto, ma anche lo spirito di gruppo, la tenacia e la resilienza femminili. C’è da precisare che il giovane Özpetek, una volta giunto in Italia, fu tanto affascinato dalle sartorie romane, soprattutto la Torelli, da affiancare allo studio della Storia del Cinema la frequenza dell’Accademia del Costume e della Moda, e da iniziare un lungo rapporto d’amicizia con Piero Tosi. Il regista di origine turca si muove dunque su un terreno a lui quanto mai congeniale. Il contesto fisico (la succitata sartoria) e quello temporale (il 1974) hanno tuttavia giusta ma non esclusiva rilevanza, giacchè luoghi e tempi costituiscono solo l’occasione narrativa, il cui tessuto si allarga poi verso la realtà e il vissuto familiare delle protagoniste, abbracciando tematiche dal sapore universale. Il titolo del film, “Diamanti”, va inteso secondo un’accezione fortemente connotativa: si allude infatti non tanto a una pietra preziosa che può adornare chi la possiede, quanto alla resistenza e alla durevolezza dello spirito femminile. E l’assenza dell’articolo conferisce al termine universalità e impersonalità, tanto che nessuna delle donne del film è più preziosa delle altre: tutte concorrono all’elaborazione di un vestito, partendo da un bozzetto fornito da Bianca Vega (Vanessa Scalera), la decana delle costumiste italiane, e da un regista (Stefano Accorsi) particolarmente esigenti e capricciosi; ma soprattutto, il reparto della sartoria è pronto ad aiutare Gabriella (Jasmine Trinca), che ha un presente difficile perché gravato dai fantasmi del passato, o la giovane Beatrice (Aurora Giovinazzo)  che cerca rifugio perché braccata dalla polizia, o Nicoletta (Milena Mancini), costretta a subire le angherie del marito Marco (Valerio Marchioni). Tuttavia, per dare rotondità a un film corale della durata di soli 90’ occorrono validi interpreti e una solida scrittura. Ebbene è qui che il film tradisce le aspettative, perchè i personaggi, più che delineati con caratteri propri appaiono monodimensionali. Per quanto riguarda i dialoghi, questi si chiudono talvolta con affermazioni che esulano dal tenore metacinematografico per acquisire il sapore della massima: come quando Beatrice sostiene che, dovendo un personaggio affrontare il padre, è bene che il suo abito venga equipaggiato in modo da frapporre una barriera fisica alle difficoltà della prova, oppure quando si dice che le donne da sole contano poco ma tutte insieme sono come un ingegnoso formicaio. Inoltre, le battute di Geppi Cucciari, perfettamente calata nella parte come le colleghe, risuonano con la consueta incisività. La gestione delle inquadrature coincide coerentemente con un punto di vista al femminile: tendenzialmente mobile, quasi a riprodurre la loro solerte iperattività, la macchina da presa si muove morbidamente tra di esse, talvolta vi gira attorno più e più volte, con un occhio scrutatore, indagatore. Quanto ai ruoli maschili, alcuni di essi appaiono polemicamente e provocatoriamente ribaltati rispetto al rigido clichè uomo/donna, rendendo meno asfittico e prevedibile il quadro delle interazioni e interrogando gli spettatori e le loro certezze. Diamanti è la miglior prova di Ferzan Özpetek degli ultimi anni. È un’opera che si rivolge al pubblico senza pretesa di didascalismo alcuno, con allusiva ironia, tanto che il carattere o lo stato d’animo dei personaggi sono suggeriti dall’abbigliamento che indossa. Ovviamente, dato il soggetto, tutto ciò che nel film ha a che fare coi costumi è trattato con estrema cura, anche se siamo lontani dalla sensibilità aptica de “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson o dalla sontuosità viscontiana de “Il Gattopardo”. Quando le donne sono al lavoro indossano, tranne Alberta e Gabriella, un abbigliamento che le eguaglia le une alle altre, mentre quando lasciano l’atelier e scendono dai mezzi pubblici, sciolta quella che potremmo definire una vera e propria sorellanza, nella singola irripetibilità dei loro abiti, si dirigono ciascuna, chi con una battuta, chi con espressione più meditabonda, verso la propria quotidianità familiare.            

29/12/2024

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