A Big Bold Beautiful Journey – Un viaggio straordinario

A Big Bold Beautiful Journey – Un viaggio straordinario


Kogonada

Drammatico, Fantastico, Romance | Irlanda, Usa
(2025)

L’incipit del nuovo lavoro del regista Kogonada (pseudonimo di Park Joong Eun, nato a Seoul e naturalizzato statunitense) non perde tempo in fronzoli e va dritto al punto nel chiarire quello che sarà il focus della sua opera. Nella primissima scena, il protagonista David (Colin Farrell) esce dalla porta di casa sua per recarsi a un matrimonio. Durante il tragitto che lo separa dall’automobile, riceve una chiamata dai suoi genitori, i quali gli chiedono se stia effettivamente bene da single e lo esortano a “rimanere aperto” alla possibilità di trovarsi prima o poi una partner. Arrivato alla macchina, si rende conto che questa ha delle ganasce applicate alle ruote, nonché una multa sul parabrezza. Sta per mettersi a piovere, così decide sul momento di affittare una vettura dall’autonoleggio il cui annuncio, casualmente, si trova proprio sopra il posteggio nel quale egli ha parcheggiato.

Recatosi presso l’esercizio, inizia per lui una piccola parentesi che potremmo definire di “estemporanea assurdità”. La porta dello stabile si apre solamente spingendola mezzo secondo dopo lo scatto della serratura, né più né meno, e la donna al citofono è fin troppo zelante nel dargli istruzioni riguardo l’accesso alla struttura. Una volta dentro, David è costretto a farsi scattare una foto dal personale, nonostante, non si sa bene come, loro ne abbiano già una sua, come pure a sottostare alla pressante richiesta dei proprietari di aggiungere, insieme al noleggio dell’auto, anche quello di un navigatore satellitare (“e se poi il cellulare ti lascia nella merda?” sono le testuali parole usate per convincerlo). Al matrimonio David conosce Sarah (Margot Robbie) e sulla via del ritorno, mentre è colto dai rimpianti di non averci veramente provato con lei, il GPS che è stato “costretto” a inserire negli optional gli offre l’opportunità di intraprendere quel “big bold beautiful journey” che dà il nome al film. Il titolo compare a schermo e la pellicola entra nel vivo.

Tutto il prologo è quasi una dichiarazione d’intenti da parte del regista, poiché serve a mettere nero su bianco la tematica dell’opera – le relazioni amorose – e il linguaggio con il quale questa viene sviscerata – la commedia dell’assurdo. Kogonada invita il pubblico ad assistere alla sua messinscena con sguardo giocoso, suggerendo come il nonsense e l’ironia siano le due chiavi interpretative attraverso cui, paradossalmente, dare un senso al film. Nello specifico, “A Big Bold Beautiful Journey – Un viaggio straordinario” può essere idealmente diviso in due parti, la prima delle quali è considerabile riuscita, a differenza della seconda, che invece porta con sé i problemi di una commedia romantica eccessivamente didascalica nella sceneggiatura e poco originale nello sviluppo dell’intreccio.

Dopo un inizio tutto sommato godibile per ritmo e per capacità di sintesi del regista, viene introdotto il “personaggio” che, per chi scrive, rappresenta l’elemento di riflessione più interessante dell’opera, ovvero il GPS dell’autonoleggio. Dotato di una voce femminile, di un’interfaccia grafica cartoonesca e di un pulsante rosso che cita esplicitamente l’HAL 9000 di kubrickiana memoria, esso funge da matchmaker digitale per i single che si ritrovano a noleggiare auto presso la compagnia che li fornisce.

È interessante evidenziare il parallelismo che intercorre tra “A Big Bold Beautiful Journey” e un altro prodotto cinematografico di recente distribuzione in Italia, molto simile a lui per tematiche, ma quasi opposto per modo di raccontarle. Si tratta di “Material Love” (la cui regista curiosamente condivide con Kogonada il percorso anagrafico: entrambi sono coreani trapiantati in occidente). Nella pellicola di Celine Song la protagonista è un'”organizzatrice di incontri”, una donna in carne e ossa dotata di un cinismo nel guardare il mondo del dating tale da farle paragonare le affinità e le divergenze tra due potenziali partner come variabili matematiche e l’amore come una prevedibile equazione che le contiene. A conti fatti, quindi, la disillusione con la quale si approccia all’amore romantico la fa sembrare molto più simile a un algoritmo piuttosto che a un vero e proprio essere umano. Kogonada taglia la testa al toro: il matchmaker è direttamente un’Intelligenza Artificiale, idea forse non troppo originale – l’episodio numero quattro della quarta stagione di “Black Mirror“, “Hang the DJ”, aveva immaginato uno scenario simile già nel 2016 – che però il regista statunitense aggiorna al 2025 con un’estetica fiabesca e autoironica, laddove invece in “Material Love” e “Hang the DJ” risulta più asettica e pessimistica.

A rafforzare l’idea di una sceneggiatura che, almeno nella prima parte, si fa beffe di sé, è soprattutto una sequenza. In questa, i due protagonisti si trovano all’interno di un faro in Canada (come vi sono arrivati verrà trattato più avanti), e guardando il panorama al tramonto David confida a Sarah che secondo lui posti come quello, dai quali è possibile ammirare le cose dall’alto, spingono l’osservatore a porsi domande riguardo il proprio senso della vita, senza tuttavia fornire delle risposte. Una volta tornati in macchina, Sarah prende in giro David a proposito dell’eccessiva serietà di quell’affermazione, di riflesso esortando lo spettatore a non prendere troppo sul serio le frasi “da Baci Perugina” di cui è disseminata la pellicola.

Altra sequenza emblematica per sottolineare questo gioco meta-testuale tra sceneggiatura e spettatore è, per chi scrive, anche la più riuscita, ovvero quella ambientata nel vecchio liceo di David. Qui Kogonada mette in scena – letteralmente – un divertente episodio di teatro-nel-cinema, che avanza a colpi di fraintendimenti e situazioni imbarazzanti, e durante il quale c’è spazio per un momento musical. È palese la voglia del regista statunitense di scherzare con il canovaccio stabilito che una coppia è chiamata a recitare per soddisfare l’immaginario collettivo romantico e le pressioni sociali che ne derivano. In altre parole, egli suggerisce come talvolta uscire dal copione e non prenderlo troppo sul serio possano rivelarsi possibili soluzioni all’eterno mistero dell’amore.

Con le scene ambientate nel liceo si conclude la prima parte del film, lasciando spazio durante la seconda a tematiche più serie oltre che ai primi attriti tra David e Sarah. Viene affrontata l’elaborazione del lutto, per esempio, oppure anche la crisi di coppia, nel mentre che da un punto di vista formale le situazioni meta-testuali aumentano e le convinzioni dei protagonisti vengono progressivamente messe in discussione. È qui che Kogonada comincia a perdere il controllo sul suo film, scadendo spesso in soluzioni di sceneggiatura banali se non addirittura patetiche. Si fornisce di seguito qualche esempio [da qui in avanti, seguono inevitabili spoiler].

Durante il suo road-trip su quattro ruote, la coppia a un certo punto investe involontariamente un cervo che le taglia la strada. A seguito dell’incidente, la macchina va in fiamme e i due sono costretti a procedere a piedi fino al primo alloggio disponibile. È l’occasione questa per entrambi di guardarsi dentro e chiedersi cosa veramente vogliano l’uno dall’altro, con conseguente pronuncia del primo “ti amo” da parte di David per Sarah. Soprassedendo sul fatto che tali parole suonino premature – David conosce Sarah da troppo poco tempo – la metafora dell’auto che incrocia la traiettoria del cervo e finisce in fiamme, a simboleggiare gli imprevisti e le conseguenti difficoltà che una coppia si ritrova ad affrontare, è eccessivamente scontata per risultare incisiva.

Oppure anche il finale, dove Sarah ritrova David sotto casa e gli confessa i suoi sentimenti specificando – come se non fosse ovvio – di essere riuscito a raggiungerlo grazie alle indicazioni fornitele dal GPS. Qui, nonostante sia chiaro a entrambi che instaurare una relazione romantica possa causare alla coppia sofferenze reciproche, decidono di sperare comunque per il meglio e fidanzarsi. Seguono il classico (e prevedibile) bacio di chiusura e i titoli di coda.

Il problema è che questa scontatezza Kogonada la inserisce anche nelle parti della pellicola che vorrebbero risultare più sperimentali, facendo perdere loro mordente e profondità. Un esempio di questa tendenza si ha quando Sarah torna “a casa sua” dopo la parziale prima rottura con David. Vengono inquadrate sulle pareti le locandine di tre musical, nell’ordine: “Singin’ in the Rain“, “West Side Story” e “Bye Bye Birdie”. Il rimando vorrebbe essere al rapporto vita/copione di cui si accennava anche sopra, con la differenza che qui i toni della sequenza sono più drammatici e conseguentemente causanti la perdita, per la sceneggiatura, della sua componente auto-ironica, ovvero dell’unico motivo per cui essa funziona così bene all’interno del liceo di David. Rimangono solo un eccessivo didascalismo e una vaga sensazione di teen drama che mal si sposa con le tematiche, sulla carta profonde, che porta con sé il confronto tra Sarah e la sua defunta madre.

Prima di concludere, doveroso è anche aprire una parentesi sulla componente estetica del film, la quale a sua volta si intreccia con il viaggio on the road che David e Sarah compiono all’interno del lungometraggio. Kogonada si ispira largamente al mondo degli anime, sia per quanto riguarda la colonna sonora – che porta la firma di Joe Hisaishi – sia per quanto riguarda l’immaginario dietro il viaggio della coppia. Le musiche originali risultano invero purtroppo anodine, sovrastate per la maggior parte del tempo dai leggeri toni delle canzoni folk-pop che, nelle commedie romantiche, sovente dettano legge e mood. Si è molto lontani dalla maniacale cura riservata dal maestro nipponico alla colonna sonora de “Il ragazzo e l’airone“. Un’occasione sprecata, insomma, quella di impiegare Joe Hisaishi per scrivere le partiture di un film così poco profondo.

L’idea delle porte in mezzo al nulla che, se attraversate, conducono ad altre dimensioni, viene invece ripresa direttamente da “Suzume“, con la differenza però che nella pellicola di Makoto Shinkai queste aggettano su realtà parallele e nel tempo presente, i cui avvenimenti influenzano anche il mondo “reale” della protagonista. Al contrario in “A Big Bold Beautiful Journey – Un viaggio straordinario” esse conducono a (ri)vivere luoghi ed episodi tratti dal passato dei due personaggi principali – è proprio grazie a loro se David e Sarah si possono ritrovare all’interno del faro canadese. Ogni porta rappresenta una tappa di introspezione e conseguente maturazione per la coppia. Inoltre, il film inizia e finisce inquadrando proprio l’ingresso della casa di David, a suggerire come nelle relazioni amorose e più in generale nella vita sia il momento presente a contare davvero, piuttosto che non i ricordi e gli errori del passato. L’idea di per sé è suggestiva, ed è quindi un peccato non averla saputa sviluppare meglio. 

11/10/2025

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