In “Barry Seal – Una storia americana” non solo Cruise torna ad interpretare un pilota di aerei a più di trent’anni dal mitico “Top Gun” (del quale è in preparazione un sequel) ma ha anche la possibilità di impersonare un personaggio assolutamente nelle sue corde, uno di quelli che in passato avevano fatto la sua fortuna. Il pubblico infatti amava vederlo mentre dava vita a figure vincenti ma insensibili che nel corso della storia imparavano dai propri sbagli divenendo persone migliori. Ma questa volta le cose sono andate diversamente perché il film non ha avuto il successo sperato. Diretta da Doug Liman (col quale il protagonista aveva già collaborato per “Edge of Tomorrow“), la pellicola racconta le gesta dell’antieroe eponimo, valente pilota della Twa che nei primi anni ottanta viene reclutato dalla CIA per scattare foto nei territori dell’America Centrale più caldi (Nicaragua e Honduras). Del suo talento nel volo si accorgono anche Pablo Escobar e gli altri malavitosi coinvolti nel nascente cartello di Medeillìn, i quali reclutano Seal come corriere per portare la droga negli Stati Uniti. Barry, padre di famiglia e uomo non propriamente pieno di scrupoli, fiuta l’occasione di mettere su un’ingente fortuna e non si tira indietro, nonostante i rischi delle missioni siano tanti. Si delinea così una versione alquanto sui generis del sogno americano e la torta preparata dal protagonista sarà così ricca che in molti troveranno il modo di godersene una fretta. Tutto questo ovviamente non può durare per sempre e tanta fortuna è destinata a finire.
Anche se Liman ci tiene a pagare il suo debito nei confronti del capolavoro scorsesiano “Quei bravi ragazzi” (le avventure di Cruise/Seal ci vengono presentate dal protagonista stesso come faceva l’Henry Hill interpretato da Ray Liotta) già il titolo originale (“American Made”) ci fa pensare che il modello siano “American Hustle” di David O. Russell e tutte quelle pellicole con al centro criminali un po’ improbabili, eppure efficientissimi, senza dimenticare altri successi recenti come “La grande scommessa” di Adam McKay o “Argo” di Ben Affleck. Quindi il regista, col valido contributo alla fotografia del brasiliano César Charlone (già collaboratore di Fernando Mereilles), realizza un film ritmato e figurativamente vivace e lo spettatore si può anche divertire per quanto alla fine la vicenda risulti più stancante che emozionante. Una differenza sostanziale rispetto alle pellicole sopra citate è che mentre quelle erano opere corali, “Barry Seal” è sostanzialmente il film di Tom Cruise. È praticamente sempre in scena, la vicenda ci viene raccontata dalla sua voce, il sorriso perenne e l’energia sostengono il film ma lo spessore drammatico del personaggio tende a latitare (vedere per credere i momenti più drammatici della vicenda); anche se solo la presenza dell’attore rende lo spiazzante finale così efficace. Ai comprimari (la moglie Sarah Wright, il cognato Caleb Landry Jones, lo sceriffo Jesse Plemons e il funzionario CIA Domhnall Gleeson) è lasciato quindi poco spazio e protagonisti di quegli anni difficili come Noriega o Escobar risultano figure prive di vero spessore (meglio allora i presidenti Carter e Reagan che si vedono in filmati di repertorio).
15/09/2017