Him

Him


Justin Tipping

Horror | Usa
(2024)

C’è sempre un rischio quando un film vuole farsi monumento e visione sacra. “Him”, diretto da Justin Tipping e prodotto da Jordan Peele, tenta di raccontare il culto dello sport, del sacrificio e dell’eredità, ma finisce per restare sospeso tra ambizione e vuoto emotivo.

La storia ruota attorno a Cameron “Cam” Cade, giovane promessa del football americano cresciuto nel mito di Isaiah White, stella leggendaria dei San Antonio Saviors. Fin da bambino, Cam è stato spinto dal padre – fan devoto e ossessivo – a trasformare quella passione in destino. Il mantra “Chi non osa, non vince” rimbalza come una condanna, modellando la sua infanzia e il suo corpo sulla scia di un mito che non ammette deviazioni. Quando il padre muore, l’eredità simbolica del gesto, della gloria e della vittoria diventa la sola bussola con cui orientarsi nel mondo.

Cam cresce così nel segno della devozione e dell’emulazione. Ma la realtà dello sport che Tipping mette in scena è ben lontana dal sogno americano: è un culto, un sistema chiuso fatto di regole segrete, sangue e silenzi. Dopo un grave trauma alla testa e nonostante pareri medici contrastanti, Cam sceglie di tornare in campo, deciso a giocarsi tutto pur di provare il proprio valore. È in quel momento che Isaiah, ormai vicino al ritiro, lo invita a un ritiro nel deserto – sette giorni di isolamento, fatica e violenza rituale –, un addestramento che somiglia a una discesa iniziatica, un passaggio di testimone dove maestro e allievo si misurano fino a confondere i ruoli.

Lì, in quello spazio sospeso, il corpo diventa terreno sacrificale. Il sudore, il sangue e la ripetizione dei gesti costruiscono una religione della performance in cui l’identità si dissolve. Tipping filma il dolore come ossessione e la gloria come malattia ereditaria. Tuttavia, nel suo tentativo di nobilitare l’immagine, il film finisce per farsi prigioniero della sua estetica. L’allenamento si trasforma in una danza visiva di corpi scolpiti e luci precise, dove la fatica perde peso e tutto scorre come un rituale stilizzato. Ciò che dovrebbe bruciare rimane solo bello da guardare.

Le interpretazioni sono il vero punto di ancoraggio. Tyriq Withers dà a Cam una tensione credibile: è il figlio devoto che cerca il proprio spazio, oscillando tra il culto del padre e la volontà di essere altro. Marlon Wayans, invece, sorprende nei panni di Isaiah, ex campione predatore e fragile, disposto a tutto pur di non svanire. Il loro confronto è il cuore emotivo del film, un duello di maschere e desideri che alterna potenza e claustrofobia. Ma anche in questi momenti la regia non riesce a restituire davvero la vertigine emotiva della lotta: la macchina da presa osserva, ma non entra mai nel respiro dei personaggi, non ci porta nel punto esatto in cui il corpo cede e la mente si spezza.

È qui che si avverte la distanza tra Justin Tipping e Jordan Peele. Peele, produttore di “Him”, è una presenza tanto evidente nel marketing quanto invisibile sul piano artistico. Il suo nome prometteva tensione, simbolismo, riflessione sociale, ma nulla di tutto questo trova vera sostanza nel film. L’autore di “Get Out” e “Nope” ha sempre saputo trasformare i generi in specchi delle paure contemporanee; “Him”, invece, resta un prodotto formalmente pulito ma privo di inquietudine. Se Peele ha partecipato solo come produttore, la sua assenza registica e tematica si sente: manca quello sguardo capace di scardinare il mito, di far emergere la violenza del sistema sportivo come metafora di qualcosa di più grande.

Tipping si muove con sicurezza, ma senza un reale scatto autoriale. Le sue inquadrature cercano la potenza plastica del corpo e la geometria del movimento, ma finiscono spesso per ridursi a composizioni fredde, costruite e prevedibili. Tutto è troppo controllato, troppo consapevole della propria bellezza per risultare vivo. Il montaggio alterna momenti di ritmo incalzante a lunghe sospensioni che soffocano l’energia. La colonna sonora amplifica la tensione fisica, ma non basta a far dimenticare la distanza tra ciò che si mostra e ciò che si dovrebbe sentire.

Il film tenta di affrontare temi universali – il rapporto padre-figlio, la necessità di sacrificio, la costruzione del mito – ma non riesce mai a scendere davvero sotto la superficie. La violenza, il dolore, la manipolazione e la successione del “GOAT” rimangono suggestioni più che esperienze. “Him” promette un racconto intenso, ma si ferma a metà strada: vive di immagini curate, di pose e sudore, senza il coraggio di sporcarsi.

02/10/2025

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