Il paragone tecnico che sta alla base della vicenda raccontata da “Il maestro” è utile per entrare nelle emozioni suscitate dal nuovo film di Andrea Di Stefano. Sebbene si tratti di una questione di campo, quello da tennis in cui si allena e gioca il tredicenne protagonista della storia, a fare la differenza è la soluzione a cui viene delegato il compito di preparare il ragazzino ad affrontare i tornei di categoria nazionale ai quali si appresta a partecipare, dopo la lunga militanza in quelli di livello minore. Alla fredda efficacia della macchina sparapalle utilizzata nella scena che introduce il giovane protagonista ma anche il padre che lo allena covando la speranza di farne un futuro campione, Di Stefano oppone, in quella successiva, l’umanità sgangherata di Raul Gatti, ex stella del tennis caduta in disgrazia a cui il genitore affida le sorti sportive del proprio figlio.
Oltre a stabilire la tensione drammaturgica che da lì in poi vedrà Felice in bilico tra la volontà di rispettare gli insegnamenti paterni, e dunque di continuare ad allenarsi con le regole scritte nel quadretto che il ragazzino consulta come fosse il vangelo, e quella di trasgredirli per abbracciare l’approccio più spontaneo e istintivo propostogli dal nuovo allenatore, il regista fissa anche le modalità del racconto e nello specifico il modo in cui presentare allo spettatore il personaggio interpretato da Pierfrancesco Favino. La sequenza introduttiva infatti mette in guardia il pubblico (ma non Felice e la sua famiglia) sull’ambivalenza del personaggio in questione e dunque sul contrasto che esiste tra la personalità carismatica e seducente del maestro di tennis e l’altra, incapace di adeguarsi alla routine di una vita ordinaria. Per farlo Di Stefano si serve del fuori campo che da quel momento in poi funziona come elemento di sorpresa, mostrandoci dapprima e, una alla volta, le qualità ammaliatrici del personaggio, in un crescendo di lusinghe uditive e visive (dapprima solo la voce e le parole e a seguire il volto) destinate però a venire meno quando la mdp, allargando il quadro, fa entrare in campo la realtà e con essa la precarietà esistenziale in cui si muove la figura di Raul.
Oltre a essere il ritratto di un mondo oramai scomparso (la storia è collocata negli anni Ottanta), più vicino anche temporalmente a quello raccontato dalla grande commedia italiana a cui non a caso il film di Di Stefano guarda, “Il maestro” incrocia il racconto di due anime per dare vita a una sorta di romanzo di formazione in cui l’incontro tra l’allievo e il suo mentore fa sanguinare vecchie ferite e regala consapevolezze in duplice direzione. Da una parte trasponendo in immagini un percorso di crescita paradigmantico in cui cadute e risalite diventano necessarie per affermare la propria identità, dall’altra, facendo di Raul la rappresentazione di una imperfezione che appartenendo anche a noi finisce per diventare contagiosa come il resto del film. Ed è proprio la vicinanza ai personaggi e in particolare a quello di Raul, sui cui difetti si è disposti a chiudere più di un occhio per farsi conquistare dagli opposti della sua storia, che “Il maestro” deve la sua riuscita, anche in virtù di un Pierfrancesco Favino che alla prese con un personaggio di finzione (che sarebbe piaciuto al Vittorio Gassman de “Il sorpasso“) mette la sua tecnica al servizio di un’umanità in grado di emergere sia nella versione più guascona, quella della prima parte, in cui vediamo l’ex tennista darsi da fare per meritare la fiducia di Felice e l’attenzione dell’universo femminile, sia quando si tratta di gettare la maschera e fare i conti con i traumi del passato. In ambedue i casi Favino è bravissimo nell’evitare interpretazioni manichee facendo convivere fino all’ultimo pregi e difetti in egual misura.
Presentato fuori concorso all’82sima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia “Il maestro” segna una ulteriore svolta nel cinema del bravo Andrea Di Stefano che dopo il ritorno in Italia con il noir “L’ultima notte di Amore” si cimenta nella commedia senza aver paura di confrontarsi con i grandi modelli del passato messi in campo anche nella scelta di un cast di attori di assoluto valore. Ne “Il maestro” lo sono tutti, anche Tiziano Menichelli che nella parte di Felice riesce ad essere all’altezza del “maestro” Favino.
10/09/2025