“La mélodie” è dunque un lavoro dove il contenuto sembra viaggiare con il pilota automatico mentre il contenitore è il reale oggetto di dibattito, il pilastro portante del lavoro. Dialoghi ridotti al minimo, sguardi, improvvisazioni dall’animo sincero e soprattutto la musica (quella originale è di Bruno Coulais, “La canzone del mare“, 2014). È questo che interessa Hami, l’idea di destrutturare le sequenze per ritrovarne l’essenza. Operazione che riesce per metà perché cercare di svincolarsi dal cliché narrativo è operazione piuttosto difficile. Ma impegno e buoni propositi si intravedono comunque e il regista è sempre ben attento nel cadere nell’ampollosità, nella retorica del già visto e del patetico. Su questo aspetto la lode è soprattutto da attribuire alla buona interpretazione del protagonista, un sorprendente Kad Merad nelle insolite vesti di un personaggio drammatico, e dei bambini della banlieue. Nessuno di loro sapeva suonare un violino prima di avviare le riprese. Il percorso di crescita e formazione passa attraverso il potente canale della musica classica sia per i personaggi del racconto, sia per i giovani attori. Entrambi sfidano con impegno quotidiano il raggiungimento di un obiettivo: a suonare alla fisarmonica ci arriva Arnold ma anche il giovane attore Alfred Renely. A riuscire a portarcelo è Simon ma anche il regista.
Hami strizza l’occhio a Ken Loach e sicuramente al maestro Abdel Kechiche con il quale ha interpretato “La schivata” (il concerto qua sostituisce la recita). Il risultato è piuttosto distante da entrambi, soprattutto se si pensa al caloroso climax che a più riprese rischia di scivolare nell’impianto televisivo. Eleganza e buoni propositi come abbiamo visto sono garantiti, un po’ meno la sceneggiatura ingessata, addirittura scritta a sei mani! “La mélodie” è, in estrema sintesi, un lavoro elegante e dal lodevole e sincero impegno “didattico” ma che fa fatica ad allinearsi con i tempi e le meccaniche del cinema.
29/04/2018