Passenger

Passenger


André Øvredal

Horror | Usa
(2026)

André Øvredal è stato un regista da tenere d’occhio fin dal suo esordio norvegese “Trollhunter”, un found footage radicato nel folklore del paese, condito di una mitologia interessante e un po’ di umorismo postmoderno ma non sgradevole. Notato subito dagli americani, Ovredal si è così spostato oltreoceano per continuare una carriera nell’horror che purtroppo non ha ancora dato risultati sorprendenti come quel simpatico film sui troll del 2010. 

“Passenger” continua così il suo percorso nell’horror mainstream, senza le pretese autoriali che hanno cambiato il genere nell’ultima decina d’anni. Si parte però da una premessa semplice che ha del potenziale: un road movie in cui un’entità soprannaturale perseguita i viaggiatori che si avventurano nelle strade americane. C’è quindi l’occasione di riflettere su una parte importantissima della cultura americana, ma anche e soprattutto su una tradizione cinematografica. E tra l’altro le ambientazioni contenute e minimali sono il forte di Øvredal, che con “Autopsy” reggeva benissimo un intero film dentro un obitorio seminterrato. Ma in questo caso manca il carisma di Brian Cox, e al suo posto abbiamo il cartonato di una coppia felice e senza problemi, al di fuori del demone vagabondo che li perseguita. 

Tra i registi mercenari del genere l’abilità del norvegese è anche superiore alla media, come si intravede già nel piano sequenza della scena nel parcheggio. È un talento che però va sprecato nella maggior parte dei jumpscare probabilmente contrattuali, ma d’altronde bisogna compensare in qualche modo la scarsa immaginazione della sceneggiatura. Quasi tutte le solite tappe narrative sono rispettate a regola d’arte: il cold open, l’incidente con i presagi del Male, il mentore che ne sa più di tutti, la ricerca su internet per scoprire come funziona il demone. Ci sono ombre di accenni interessanti, come quelli alla cultura hobo o la comunità di nomadi, ma non ci si può soffermare, bisogna passare al prossimo jumpscare. 

Forse è proprio questo il principale difetto del film, che condivide con molti suoi simili. Il fine è unicamente lo spavento, manifestato peraltro nella sua versione più sterile, e non c’è il tempo o la volontà di trovare un significato a tutto questo travaglio. E non sarebbe nemmeno un problema, come non lo era per “Autopsy”, che con pochi elementi in più arrivava a distinguersi. Ma “Passenger” invece di essere limitato da regole e tropi del genere fa di queste regole la sua unica sostanza. Va comunque bene per una serata tra amici, e un paio di scene che forse l’IA non avrebbe potuto fare ci sono, come quella in cui il demone interrompe una proiezione di “Vacanze romane”. Invece di tutti gli spunti che poteva dare la premessa, nulla rimane; a malapena si vede l’America oltre al ciglio della strada. 

Una possibile metafora sui morti per strada in una società basata sulle automobili viene totalmente elusa; invece il demone ha una casuale connotazione religiosa culminante nel finale, ridicola dimostrazione di cristianesimo tamarro. Come hanno già notato tutti, il film è doppiamente sfortunato a causa dell’uscita in concomitanza con “Obsession“, che ha tutto ciò che manca a “Passenger” e offre comunque grande intrattenimento. Non c’è dubbio su quale dei due sarà ricordato e quale finirà nei cestoni dei DVD o nascosto in un catalogo di piattaforma.

24/05/2026

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