drammatico, storico | Austria/Germania (2026)
Fra le pellicole probabilmente più attese di un concorso ufficiale della Berlinale non propriamente invidiabile, "Rose" del regista austriaco Markus Schleinzer è il primo film di finzione interpretato da Sandra Hüller dopo la sua definitiva consacrazione internazionale avvenuta con la doppietta di ruoli da (co)protagonista in "Anatomia di una caduta" e "La zona d’interesse". Non stupisce pertanto che la pellicola sia costruita quasi interamente attorno all’interpretazione dell’attrice tedesca, un esempio di divismo contemporaneo particolarmente interessante se considerato nella cornice di un film d’autore rigorosissimo per stile e contenuto, con l’opaco bianco e nero della fotografia di Gerald Kerkletz e la narrazione fatta di ellissi e non detti che paiono voler disinnescare lo spettacolarismo delle immagini che spesso i drammi in costume ricercano. D’altronde "Rose" non è certo ambientato tra regge sfarzose e panorami mozzafiato, ma in un piccolo mondo rurale composto di campi arati, boschi decidui e interni spogli, con l’obiettivo conclamato di proporre un affresco quanto più verosimile della Germania rurale del XVII secolo, al termine della Guerra dei trent’anni.
Non sorprende a questo punto che la guerra sia del tutto assente da questa rappresentazione antispettacolare del passato, sebbene sia frequentemente citata nelle conversazioni fra i personaggi e la sua influenza sia fondamentale sullo sviluppo della trama, alla luce proprio del fatto che si tratti dell'elemento spettacolare quasi per definizione, soprattutto all’interno del cinema storico (e d’altronde "il compimento dell'arte per l'arte", per citare Walter Benjamin). È infatti grazie al conflitto che Rose ha modo di affermarsi nella società come uomo (o "padrone" come spesso viene chiamata nel film, in quanto proprietaria terriera e padrona della casa) ed è anche in grado di prendere possesso di un’ampia fattoria, presentando i documenti con cui dimostra di esserne la legittima erede (ovviamente sottratti a un commilitone deceduto). La rimozione dell’elemento bellico nella storia di una (ex-)soldata viene addirittura ribadita quando la stessa arma grazie a cui Rose ha iniziato a creare un rapporto positivo coi sospettosi compaesani, uccidendo un orso inferocito, si rivela inutile per la sua difesa personale, dopo che ne è stata debitamente mostrata l’importanza a quel fine, caricata a dovere e posta sopra il caminetto, quasi come una pistola di Cechov destinata invece a non sparare mai.
L’antispettacolarismo di "Rose" è evidente anche nella scelta di elidere quasi ogni occasione di scena madre, evitando di rappresentare morti, nascite, matrimoni, o quanto meno di mostrarne i momenti clou, lasciando spesso i personaggi (e con loro gli spettatori) a vivere con le conseguenze di questi eventi importanti, similmente a come si è deciso di fare con la guerra, di cui si scorge solo l’ombra. È altrettanto significativa la scelta di concedere un’unica, parziale, eccezione a questo rigoroso modus operandi al momento in cui Rose, ormai circondata dai compaesani alla ricerca della prova che lei non sia chi dice di essere, fa un sentito monologo sulla verità e la sua percezione. Al netto della grande performance di Sandra Hüller, il cui volto è non a caso al centro della lunga inquadratura ravvicinata dedicata al monologo, con una soluzione memore della grande tradizione del dramma nordico, la scelta di dedicare buona parte del poco pathos di quest’anemica pellicola a un momento dialogico (o meglio ancora espressivo, visto che non c’è poi molta conversazione fra le parti in quel frangente) si rivela importante per sottolineare quanto la parola sia centrale nell’impianto discorsivo della pellicola per la sua capacità di raccontare, e quindi di creare, la realtà.
Rose (il cui nome non viene rivelato a nessuno, quasi come se fosse parte di un incantesimo, se non alla di lei sposa poco prima del finale) è d’altronde diventata uomo, o meglio come un uomo, dal momento che si identifica comunque come una donna, per il semplice fatto di affermarsi tale, così come è divenuta padrona della tenuta perché dei documenti scritti (a nome di qualcun altro) che attestano il suo esserne proprietaria. La parola ha reso quindi la protagonista quella che è, e ciò viene testimoniato dall’enfasi sui racconti della donna, parte fondamentale della costruzione di sé e la cui trascrizione non a caso occupa il tempo della protagonista nel finale, impegnata a mettere per iscritto la sua vicenda terrena. Quest’ultima è stata ispirata a vari esempi storici di crossdresser che, in particolar modo in tempi di guerra, hanno utilizzato abiti e ruoli maschili per assumere posizioni di maggior prestigio nella società, in primis dalla vicenda della svedese Lisbetha Oldsdotter, ma è significativo che venga introdotta da una voce narrante che ne introduce le imprese non come se si trattasse di un resoconto storico, ma di una leggenda, di una fiaba.
Il tono distante ma che non manca di accenni ironici della voice over che segue tutto lo svolgimento di "Rose" contribuisce perciò a determinare a sua volta il carattere del terzo lungometraggio di Markus Schleinzer, il cui bianco e nero poco contrastato e il frequente ricorso a inquadrature statiche sono fondamentali per aprire squarci accuratamente messi in scena nel passato attraverso cui far intravedere le mille sfumature di questo suggestivo e respingente XVII secolo. Le usanze di questo distante mondo contadino fanno spesso capolino nella pellicola e contribuiscono a dare vividezza alla realtà di "Rose" più di quanto facciano i colori e le scenografie ricercate di molte altre pellicole in costume, in una prova che si avvicina a un film come "Gostanza da Libbiano" di Paolo Benvenuti per il rigore e l’attitudine antispettacolare, pur distanziandosene per il rifiuto dell’antinaturalismo radicale nella messa in scena. Il risultato è la rappresentazione di un passato dai tratti sfumati, in cui l’opacità della fotografia pare quasi cercare di metterne in immagini la distanza dal presente e la conseguente inaccessibilità, lasciandolo circoscritto, quasi custodito, all’interno della cornice quasi fiabesca.
Concluso dalla stessa voce narrante che l’ha introdotto per narrare le vicende dell’eponima protagonista, "Rose" si chiude in maniera netta, col resoconto di quella che in altre mani sarebbe stata la probabile scena madre del film, ribadendo la natura conchiusa di ciò a cui si è appena assistito, una leggenda del passato di cui non dovrebbe essersi conservato alcun ricordo (come di Rose sappiamo che non è rimasto alcun resto). Questa peculiare storia di affermazione femminile nella Germania di metà 1600 con tanto di sviluppi sentimentali queer è destinata a dissolversi sullo sfondo della Storia che il film di Schleinzer ha debitamente evitato di inserire nel quadro (non viene in effetti nemmeno specificato di quale guerra si parli), ma non prima di trasfigurarsi, come la sua protagonista, e farsi fiaba. Fortuna che c’è stato il volto androgino e così stereotipicamente tedesco di un’attrice celebre come Sandra Hüller a permettere a questa storia di assumere una forma, seppur solo per un’ora e mezza, prima che la mannaia del montatore, insieme a quella della Storia e quella del boia, mettano la parola fine sull’epopea di Rose.
cast:
Sandra Hüller, Caro Braun, Marisa Growaldt, Godehard Giese, Augustino Renken
regia:
Markus Schleinzer
durata:
93'
produzione:
Schubert Füm, ROW Pictures, Walker & Worm Film
sceneggiatura:
Markus Schleinzer, Alexander Brom
fotografia:
Gerald Kerkletz
scenografie:
Olivier Meidinger
montaggio:
Hansjörg Weißbrich
costumi:
Doris Bartelt
musiche:
Tara Nome Doyle