Diretto da un mestierante che viene dall’horror (Jonathan Liebesman) la pellicola è però in tutto e per tutto un prodotto della Platinum Dunes e del suo decano Michael Bay, che accarezzava il progetto di un nuovo film dedicato ai Ninja da diverso tempo, e che in ossequio alla sua idea di intrattenimento post-umano sceglie di realizzare i quattro protagonisti interamente in computer grafica e motion capture (per i profani, movimenti di attori reali catturati da macchine e riplasmati su corpi digitali). Il risultato è ancora una volta sorprendente: alla naiveté dei pupazzi animatronici del Jim Henson Group dei tre film del passato, è sostituito il realismo esasperato delle quattro creature digitali, giustamente più possenti, imperfette e mostruose rispetto a quelle che siamo abituati a conoscere (meno riuscita la realizzazione del villain Shredder, che sembra una specie di Trasnformers). Non male nemmeno il compatto tecnico, con una fotografia realista che punta parecchio sulla macchina a mano e una resa dei colori desaturata (opera non a caso di Lula Carvalho, che arriva dalla serie action brasiliana “Tropa de Elite“). Peccato che tutto il resto sia di quarta mano: la sceneggiatura scritta a sei mani dal duo Nemec-Appelbaum (dalla scuderia JJ Abrams) e Evan Daugherty è esilissima, priva del distacco ironico che nobilita la saga dei “Transformers“, ed è la sagra delle coincidenze ad hoc (l’unica giornalista di New York a scoprire l’esistenza dei mutanti è -inconsciamente- anche la loro “creatrice”?) o del riciclo del già visto: ancora il “sangue magico” che cura ogni problema o malattia? (Si veda “Star Trek: Into Darkness“, “The Amazing Spider-Man 2” o “Edge of Tomorrow“). Ancora un cattivo che vuole infettare la grande mela con una tossina rilasciata dal grattacielo più alto della città? (Si veda “The Amazing Spider-Man“).
Prevedibile e poco divertente, con personaggi umani (e non) privi di qualsiasi spessore o interesse, il film è solo una sequela di noiose scazzottate e inseguimenti fracassoni, girati senza particolare talento visivo (il nadir, o lo zenith a seconda dei punti di vista, è la sequenza della discesa del camion in montagna, memore del collasso visivo dei robottoni targati Michael Bay). Megan Fox, come sempre bellissima, mostra tragicamente tutti i suoi limiti d’attrice, parlando per l’intera durata della pellicola con dei green screen, il simpatico Will Arnett (da “Arrested Development”) è sprecato, William Fitchner fa il cattivone capitalista, Whoopy Goldberg, rediviva, un innocuo cameo. Strepitoso successo a sorpresa in patria, questo nuovo “Tartarughe Ninja” (già annunciato un sequel per l’estate 2016) è il classico prodotto di consumo della hollywood odierna: i ragazzini (di bocca buona) si divertiranno, tutti gli altri è meglio che si tengano alla larga.
Nota a margine, probabilmente dettata da un pizzico di nostalgia che offusca la mente e i ricordi: il primo film sui personaggi, “Tartarughe Ninja Alla Riscossa”, datato 1990, fu una delle prime pellicole che vidi in sala da bambino, e pur con tutti i limiti del caso, era un prodotto d’entertainment onesto e genuino, in parte coraggioso nelle sue componenti dark, tenero nel suo scontato elogio della famiglia, più interessato a descrivere e sviluppare il carattere dei protagonisti che a scombussolarci con elaborate sequenze action, senza dubbio datato nell’aspetto visivo e nell’uso delle canzoni in colonna sonora. Nulla di che. Probabilmente il minimo sindacale. Ma oggi anche quel minimo ci appare qualcosa da rimpiangere.
19/09/2014