Half Man

Half Man


Piaccia o meno, “Baby Reindeer” è stata indubbiamente la serie del 2024. Apprezzata dal pubblico e da una cospicua parte della critica, si tratta di una serie certamente forte, ma decisamente artificiosa. Al punto da apparire cucita su misura per una certa frangia progressista del pubblico di Netflix, sapendo come e dove colpirla, ma che in realtà, spogliata dell’efficace sensazionalismo, offre poco di artisticamente valido.

Dopo la visione veniva da inquadrare Richard Gadd come un giovane autore intelligente e capace, ma anche furbetto e opportunista, specie alla luce del fatto che per la sceneggiatura di “Baby Reindeer” sia partito da eventi traumatici vissuti in prima persona.

Con questi presupposti e sapendo che anche questo “Half Man” partisse dalle stesse ossessioni che avevano generato la prima serie di Gadd, le aspettative non erano altissime. Ci si aspettava quindi un’altra opera provocatoria, ma probabilmente inerme e poco interessante dal punto di vista artistico.

In realtà, bastano pochi minuti della prima di sei puntate per subodorare che ci si trova al cospetto di un’opera di tutt’altra caratura, per messa in scena, forza della narrazione e significati di cui si fa carico.

Forse anche grazie al provvidenziale passaggio da Netflix a HBO, l’allestimento e la costruzione visiva sono quelli delle grandi occasioni. Sullo sfondo delle vicende, che coprono un arco di circa trent’anni, troviamo una Glasgow in continua evoluzione, ammantata però dal grigio perenne del cielo del nord e con i quartieri popolari rivestiti di mattoncini e alienazione. Cambia la musica (alcune scelte, come quella di “Clevor Trever” della leggenda pub rock Ian Dury, sono da annali), cambiano le automobili e i vestiti, ma rimangono l’angoscia e una sensazione di ineluttabilità trasmesse da una costruzione visiva essenziale e plumbea.

Questi trenta lunghi anni, che cominciano sul finire degli Ottanta e arrivano fino ai primi venti del nuovo millennio, vengono rivissuti dai due protagonisti, Ruben e Niall, mediante un sistema impeccabile di flashback e ricordi. Un continuo andirivieni nel tempo che inizia nel presente e conduce i due personaggi, e con loro gli spettatori, nei momenti chiave della loro storia tragica.

“Half Man”, mezz’uomo, è come si sente Ruben Pallister (interpretato dallo stesso Gadd) sin dall’infanzia, quando subiva abusi dal padre. Questa è la spiegazione del titolo offerta dalla stessa serie, in uno dei suoi momenti più toccanti. Appare però chiaro che ci sia un’altra lettura altrettanto valida. Il rapporto tra Ruben e Niall Kennedy (Jamie Bell) è così profondo, simbiotico e parassitario da farne quasi due metà di un’unica persona, altrimenti incompleta e disunita.

I due dividono cameretta e traumi sin da piccoli, quasi fratelli, figli che una coppia di lesbiche ha avuto da infauste relazioni precedenti. Se in apparenza il cattivo della storia è Ruben, carico com’è di una virilità tossica pronta a esplodere in violenza cieca in ogni momento, in realtà è quasi sempre Niall, più debole, vile e subdolo, a fare da detonatore al primo, manipolandolo più o meno coscientemente. Omosessuale e omofobo al contempo, anche Niall è affetto da un virilismo strisciante che non gli permette mai di accettarsi e gli fa invidiare profondamente il fratellastro macho.

Quella di Ruben e Niall è una storia violenta ed esplicita, che attraversa decenni, campus universitari, saune gay e aule giudiziarie. Oltre alla violenza e alla sessualità torbida, a rendere la visione di “Half Man” ulteriormente disturbante e opprimente c’è la sensazione che per i due fratellastri davvero non ci sia via d’uscita, impeccabili nel distruggere programmaticamente ogni seconda chance che la vita porge loro, nel prendere ogni possibile scelta sbagliata.

Una storia del genere non sarebbe mai potuta arrivare con la forza con cui arriva senza due interpretazioni magistrali e sofferte come quelle di Gadd e Bell, che rendono ciascuno dei numerosi dialoghi uno scontro brutale di parole, sguardi e corpi nervosi. È quasi sempre negativa la presenza dei personaggi secondari, a partire proprio dalle due mamme lesbiche (Marianne McIvor e Neve McIntosh), che con la loro indulgenza finiscono per divenire conniventi nella rovina della propria progenie.

Molto bravi anche Stuart Campbell e Mitchell Robertson, che nei primi due episodi danno vita rispettivamente alle versioni giovani di Ruben e Niall. Il primo, in particolare, con il suo sguardo elettrico e la capacità di rendere espressivo anche il guizzo di un muscolo, è una presenza che buca lo schermo e si candida a una carriera di livello.

Con una scrittura che non fa sconti, non lesina dettagli sconci, che non nasconde o tanto meno vela, nonché con una regia immersiva e attenta alla misura delle interpretazioni (assegnata a Alexandra Brodski w Eshref Reybrouck), Gadd ha realizzato una rappresentazione livida e potente delle estreme conseguenze della mascolinità tossica. Un male al quale il creator scozzese riesce a dare forme e sfaccettature spaventose, attraverso un’opera capace di respingere, ma allo stesso tempo di tenere incollati allo schermo.

14/06/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Half Man
Canale
Hbo
Canale Italiano
Hbo Max
Creatore
Richard Gadd
Produttori Esecutivi
Anna O'Malley, Gavin Smith, Gaynor Holmes, Lindsay Salt, Morven Reid, Richard Gadd, Sophie Gardiner, Tally Garner

Trama

Dopo il boom della hit Netflix “Baby Reindeer”, il creator e attore Richard Gadd passa a HBO e mostra l’autore che è davvero con una storia cupissima a base di violenza e mascolinità tossica

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