Un film fatto per Bene

Un film fatto per Bene


Franco Maresco

Commedia, Grottesco, Mockumentary | Italia
(2025)

Adesso (…) c’è soltanto il sentimento di un buio in cui stiamo sprofondando.

Federico Fellini

Il cinema è morto, non esiste. Se non è di qua, è di là. E se non è di là, è di qua.

Carmelo Bene

Un fim per Bene

Presentato in concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica nello stesso giorno in cui veniva distribuito in sala, “Un film fatto per Bene” è l’ultimo lavoro di Franco Maresco coraggiosamente prodotto e portato in sala da Andrea Occhipinti (tra i rari produttori/distributori che ancora credono nel cinema all’interno dell’industria italiana). Il film è dedicato a Goffredo Fofi, intorno al quale il regista palermitano da anni sta preparando un documentario che forse mai verrà completato, di cui alla Mostra si è potuto vedere un estratto in forma di cortometraggio dal titolo “Goffredo felicissimo?”. Fofi nel libello “Il cinema del no. Visioni anarchiche della vita e della società” inserisce Maresco (con e senza Daniele Ciprì) tra i maggiori autori anarchici del nostro cinema, al fianco di Pier Paolo Pasolini e Carmelo Bene. E di primo acchito “Un film fatto per Bene” appare proprio l’opera di un anarchico che, giunto al capolinea della propria vita artistica, firma un atto estremo e radicale di ribellione, coerente all’eresia che ha sempre rappresentato il proprio cinema.

Il progetto iniziale, così come viene raccontato nel film, riguarda un lavoro dedicato a Carmelo Bene ma quello che può sembrare in prima battuta come un pretesto metacinematografico è, a detta dei diretti interessati, (più o meno) realmente accaduto. Franco Maresco, insieme agli inseparabili amici e collaboratori Claudia Uzzo e Umberto Cantone, prepara con una certa dose di ambizione un film su Carmelo Bene, sottoponendo ad Andrea Occhipinti una corposa sceneggiatura di 140 pagine. Il film metterà in scena un Bene fittizio che in viaggio a Palermo conosce un maestro elementare in pensione appassionato di vite di santi; questi gli racconta di San Giuseppe Desa da Copertino, santo volante “illetterato et idiota”[1] che ricorre nell’immaginario di Bene ed è il soggetto dell’unica sceneggiatura da lui scritta (e mai messa in scena). Il tournage previsto di cinque settimane si risolve in una catastrofe causata dalla maniacalità e dal perfezionismo di Maresco, oltre alla sua ferrea volontà di girare in pellicola, tanto che il piano di lavorazione salta dopo pochi giorni. Il regista non resta peraltro fedele alla sceneggiatura girando metri e metri di pellicola improvvisando sia durante le riprese in ambienti reali, sia in studio: l’atmosfera si deteriora rapidamente, le inquadrature da diversi angoli di ripresa ripetute in innumerevoli ciak vanno avanti per giorni senza mai concludere davvero alcuna scena. Marco Alessi, il produttore esecutivo, aspetta soltanto la telefonata di Andrea Occhipinti che, infine, arriva. Il set si chiude, la produzione si ferma. A quel punto, però, di Maresco si perdono le tracce.

Un film Franco

“Un film fatto per Bene” inizia come una detection, l’ennesimo mockumentary à la Orson Welles: Umberto Cantone si mette alla ricerca del suo amico scomparso, sperando così di salvare il film dall’inevitabile naufragio. Viene sbozzato un ritratto obliquo del regista palermitano, filtrato dai punti di vista di persone che lo conoscono, come il signor Merendino, il padrone di casa che mostra lo stato in cui versa l’appartamento con sacchi della spazzatura traboccanti di fazzolettini, bottiglie d’acqua vuote allineate sul pavimento, numeri scritti sulle pareti, un coacervo di ossessioni compulsive; e lo psichiatra che conferma il precario stato di salute mentale e le paranoie persecutorie che affliggono il regista, il quale si sente accerchiato dagli ultracorpi di siegeliana memoria. Umberto ha come Virgilio il tassista Conticelli che per Maresco funge da factotum ed è l’ultimo ad averlo visto: è una delle tante figure di “Un film fatto per Bene” che suscitano al contempo ilarità e imbarazzo, coi suoi “Alleluja” e “Gloria al Signore” ripetuti dopo ogni frase, mentre il taxi è sempre sintonizzato su Radio Maria. Conticelli è insieme persona e personaggio, contiguo alle figure grottesche che popolavano gli episodi di “CinicoTv”, la fucina creativa che forgiò lo stile e la poetica di Ciprì e Maresco.

In questa prima parte il regista palermitano è dunque assente, la voce fuori campo che rappresenta l’autografo a garanzia dell’autenticità della sua opera è invece quella di Cantone. Qualcosa di simile accadeva anche nel magnifico “Belluscone – Una storia siciliana“, quando Tatti Sanguineti arriva a Palermo per chiudere il film lasciato incompleto da un Maresco desaparecido o latitante. In “Belluscone” però Tatti Sanguineti ricostruisce un film che possedeva le stimmate del documentario mareschiano, a partire dalle interrogazioni pungenti se non apertamente sarcastiche nei confronti dei vari Ciccio Mira e dei neomelodici che osannavano Berlusconi: la voce di Maresco sigillava l’opera e il tentativo di trovare un regista che immancabilmente non riesce a concludere il proprio lavoro assolveva alla funzione di cornice. In “Un film fatto per Bene” questa riflessione su un’arte che deve maturare a tempo indeterminato viene portata alle estreme conseguenze e non solo Maresco sparisce ma è lo stesso film a non esistere se non per sequenze, lacerti, riprese di backstage. Maresco inizialmente solo evocato, compare all’interno di complicate riprese en plein air mentre dirige Bernardo, un “soggetto afasico” da cui è incantato: Bernardo interpreta San Giuseppe Desa da Copertino, imita le telecronache di Sandro Ciotti ed è accompagnato da un asino chiamato (non a caso) Carmelo. Nelle sequenze girate in studio, invece, mette in scena un Bene sadico e provocatore, ospite a cena del maestro esperto di santi, tra fumi di alcol e nebbia cinematografica (e un pappagallo finto che cicaleccia “Eufrasio”) in una composizione cinematografica progressivamente più grottesca e incoerente. Il regista arriva a mettere in pratica una tesi esposta da Carmelo Bene in una delle sue arrabbiate interviste contro il cinema in cui asseriva che “bisogna smetterla con questa storia dell’autore”, perché “siamo sempre nel discorso, ma il discorso (…) non appartiene a colui che parla. (…) Il linguaggio, per non dire l’io, è un campo minato. Si deve allora creare un cortocircuito del linguaggio e dei suoi buchi neri, de-psicologizzare tutto quanto. Questo tutto è il nulla che noi non siamo. La voce non è il dire, noi siamo detti”[2]. Non potendola dunque attuare attraverso la propria voce, Maresco si fa dire e si fa dire di tutto, in un delirio in cui narcisismo e masochismo diabolicamente si confondono e l’unico orizzonte appare la tabula rasa, spurgare e fare pulizia di nevrosi e psicosi fino a giungere all’immacolata incoscienza di un santo idiota. 

Un film postumo

In fin dei conti, “Un film fatto per Bene” è un film postumo, un’opera realizzata in morte di Franco Maresco, un requiem per il cinema inteso come arte residuale del Novecento. Quasi di conseguenza Maresco, attraverso la voce di Cantone, ripercorre per intero la sua carriera, dagli esordi a Tvm, rete locale di Palermo, a quell’atto di pirateria che fu la trasmissione di “CinicoTv” all’interno della Rai 3 di Angelo Guglielmi fino all’inevitabile passaggio sul grande schermo con film dinamitardi e controversi come “Lo zio di Brooklyn” (1995) e “Totò che visse due volte”(1998). Non vengono incontrate soltanto le persone che conoscono Franco e restituito il suo percorso artistico, Cantone si ferma anche sui posti amati dal regista, in particolare le location in cui venivano filmate le strisce di “CinicoTv”, non-luoghi in cui la periferia palermitana sembra annunciare l’apocalisse e le macerie urbane forniscono la naturale scenografia per l’agitazione di un popolo di derelitti e subumani.

Nel corso del film Umberto conversa col produttore Marco Alessi, che da vicino ha seguito la lavorazione del film e che spiega all’amico come mai le riprese siano state disastrose, perché “il cinema di Franco oggi non è più possibile”. Le poche sequenze realizzate che vengono mostrate sono però di abbacinante bellezza: la grana della pellicola in bianco e nero, l’ampiezza delle inquadrature di brulli altipiani su cui piombano cumulonembi suggestivi e terrificanti fondono insieme Ford, Pasolini e Dreyer, se Dreyer fosse cresciuto tra le cattadrali del barocco siciliano e non tra quelle gotiche del nord Europa. La potenza visionaria di queste immagini rimandano inevitabilmente ai vecchi film di Ciprì e Maresco, quando era Daniele a sorvegliare la cinematografia chiudendo un cerchio estetico interrotto dalla divisione della coppia. Eppure cotanto fulgore espressivo risulta insufficiente per sostenere scene incomplete oppure improvvisate, come San Giuseppe Desa da Copertino che danza intorno al fuoco insieme a un Pulcinella nano prima che una cataratta si apra interrompendo con una burrasca il delirio di Franco. Anche in questo caso Cantone e Marco Alessi (accompagnati da Conticelli) tornano fisicamente sul luogo del delitto in una sorta di pedinamento a distanza, parodiando i documentari in cui si racconta la vita di qualcuno o l’odissea produttiva di film maledetti. Al contempo, l’indagine wellesiana si salda all’archetipo conradiano, che Francis Ford Coppola tradusse in “Apocalypse Now” nella discesa di Willard del fiume Mekong alla ricerca di Kurtz, re folle della giungla: in “Un film fatto per Bene” la ricerca di Cantone rivela un Maresco impazzito nei meandri produttivi del cinema di cui decanta l’orrore. 

Quando nell’ultima parte Umberto riceve la missiva di Franco ecco che ascoltiamo finalmente la sua voce e si visualizza un altro lato della storia, quella di una nera depressione in cui tutto sprofonda, un j’accuse velenoso contro tutti, contro l’orrore del mondo, contro un’umanità irredimibile e soprattutto contro sé stesso, mentre la macchina da presa carrella lentamente su una pletora di lapidi[3]. Infine, Maresco confessa che si era cimentato in un ultimo tentativo di salvataggio del film, rinchiudendosi dentro gli studi di Tvm. L’esito è una sorta di happening da realizzare sotto la magica influenza di Carmelo Bene che parla da una tv a un gruppo di attori-cani che – infierisce Maresco – sono il minimo sindacale del pensiero umano e devono imparare a de-pensare. È la parte più esilarante e grottesca, in cui il set di Maresco si trasforma in un teatro della crudeltà rivolto soprattutto contro il critico-mitomane Francesco Puma (vecchio amico di Maresco e presenza del “Cinematografo” di Gigi Marzullo), che vorrebbe sfondare come attore ma viene vessato e torturato con inaudita cattiveria dal regista. In questa esibizione di sardonica ferocia che esplode in una sequenza delirante in cui Puma, declamando aforismi beniani, corre intorno al cast in stato catatonico davanti all’immagine televisiva di Bene, si tocca una vetta formale, un entropico e cacofonico punto di non ritorno dopo il quale Maresco non può che abbandonare sé stesso e il proprio cinema al cupio dissolvi.

Anche “Un film fatto per Bene” appartiene al beniano “ciclo della dépense. Immane spreco di energia (…) film d”autore’, autore in particolare del proprio disfacimento”[4]. Ed è questa tensione a lasciare sbalorditi, l’idea di un gesto artistico radicale lanciato a briglie sciolte e poi imbizzarritosi contro il suo stesso autore che erige un monumento alla dissipazione creativa, allo spreco di materiale e di idee geniali. Non c’è altra scelta per Maresco che immolarsi e farsi inquadrare dall’altra parte della macchina da presa, riflesso tra gli specchi del fantasmatico set di Tvm, freak in mezzo ai freak, idiota tra gli idioti. Dopo le rifrazioni davanti alle figure di Tony Scott, Franco Scaldati e Letizia Battaglia, Maresco diventa protagonista assoluto della sua stessa opera identificandosi con Giuseppe Desa da Copertino, il santo illetterato et idiota perché “a chi è inetto e claudicante non resta che volare”[5]. Film, niente più.

[1] C. Bene, Opere. Con l’Autografia d’un ritratto, V, Bompiani, Milano 1995, edizione digitale.

[2] T. Lounas, “«Che i vivi mi perdonino…»: intervista a Carmelo Bene”, in Contro il cinema a cura di E. Morreale, minimum fax, Roma 2012, edizione digitale.

[3] Immagini tratte da “Ai rotoli – Requiem di e per Ciprì e Maresco“, un cortometraggio commentato dalla voce di Bene.

[4]  C. Bene, «Sono apparso alla Madonna», in Opere. Con l’Autografia d’un ritratto, Bompiani, Milano 1995, p. 1132.

[5] C. Bene, Opere. Con l’Autografia d’un ritratto, V, cit.

28/08/2025

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