La gioia

La gioia


Nicolangelo Gelormini

Drammatico | Italia
(2025)

“A cos’è che sei abituato? Al niente” risponde Alessio (Saul Nanni), mentre Gioia (Valeria Golino) lo guarda un po’ meravigliata. Eppure, la donna, un’insegnante di francese al Liceo, dovrebbe capire il ragazzo: se Alessio è stato abbandonato dal padre quando era piccolo e ora è lui a badare alla madre, Gioia, nonostante la sua età, vive ancora coi genitori, isolata anche lei nella sua stanza da adolescente, tra i pupazzi che raddrizza sulle sedie e la sciarpa della Juventus, la squadra del cuore, appesa sopra la testiera del letto. Ma “La gioia” vive proprio nella discrasia intrinseca alla radice della parola solitudine: i due protagonisti sono soli ad altezze differenti (il suffisso “-tudo”, indica proprio una differenza di posizione, di magnitudo), ma forse complementari. Ecco, la storia noir di Nicolangelo Gelormini – vincitrice del Premio Franco Solinas 2021 e tratta dall’opera teatrale scritta di Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori “Se non sporca il mio pavimento” -, è un incontro ad alta quota, tra un’anima pascoliana, errante, e una apparentemente punk, irriducibile, ma profondamente corrotta. Il risultato è una delle pellicole più affascinanti viste a Venezia quest’anno.

Reality

Un giorno, dopo lezione, Gioia torna a casa, siede alla scrivania, e inizia a baciare e succhiare la propria mano, dopo aver tolto dal polso l’orologio che le ha regalato il padre. È il sintomo di una messa in scena iper-sensoriale, espressamente tattile, che fa della corporeità (teatralissima) il baluardo epistemologico della storia, è l’unico elemento, cioè, a cui possiamo davvero credere. Il resto è onirico, possibilità: quando Alessio, arrampicatosi sull’albero, solleva Gioia e la tiene sospesa in aria, principessa di una favola gotica, maligna. Oppure, nella scena in cui il ragazzo balla in un locale gay e lo sguardo della camera diventa rizomatico, schizofrenico, alla ricerca dei colori psichedelici che illuminano il primo piano di Alessio, un po’ come accade al protagonista di “Disco boy” nell’epilogo del film, mentre vaga per la discoteca in balia dei suoi moti interiori. 

Questa mise en page, che fa del dato fisico una regola, un metronomo, un indizio da inseguire, corrobora il tema della solitudine da una prospettiva paradossale, trascendentale, tanto che sia Alessio sia Gioia la vivono come fosse una verità sintetica, data dall’esperienza, ma necessaria, ineluttabile. I due, però, riescono a incontrarsi a metà strada, in una delle tante dissolvenze incrociate del montaggio, nello spazio di “Reality” (il pezzo famosissimo di Richard Sanderson), che dà colore per la prima volta alla vita di Gioia, come il rossetto che Alessio le appoggia sulle labbra (l’immagine in copertina). Gelormini, a questo punto, ribalta il tropo classico del noir (la femme fatale), e gioca sull’ambiguità del personaggio di Alessio, vittima e carnefice al contempo, fragile ma meschino. Il bacio visionario tra i due, allora, diventa crepuscolare, allucinato, quasi analettico e fatale guardando all’epilogo, in cui la morte di Gioia diventa un epifenomeno tanto scontato quanto incomprensibile, figlio di un “amor cortese”, ingenuo.

Il tempo delle mele

L’altra ambiguità, è evidente, è quella del titolo, nome-emozione, con quell’articolo a precedere tipico dei dialetti italiani settentrionali, che suggerisce una messa a fuoco intima. La gioia nel film, infatti, è frammentaria, prende corpo in brevi istantanee – mentre Alessio e Gioia ballano in camera durante le “pretestuose” ripetizioni di francese – che puntellano la solitudine irreversibile dei due protagonisti. Ma questa solitudine, in Alessio originata da ciò che ha perso, in Gioia, invece, da ciò che non hai mai conosciuto. È un’idea molto gogoliana: il primo ha perso “il cappotto”, la seconda, ora che ha ritrovato “il naso” che non ha mai avuto, non sa come muoversi. Si torna, dunque, alla canzone della sequenza più parossistica del film, quella in cui Gioia spia, dalla finestra del Liceo, Alessio che si sta baciando con la sua fidanzata e in sottofondo, ancora, “Reality”, appunto, come fossimo ne “Il tempo delle mele”. Ma qui, il tempo, nello sguardo timido e al contempo irrefrenato di Gioia, è quello del disincanto, che però resta in qualche modo soffocato, oscuro, enigmatico: davvero Gioia è incinta? Quando è successo?

In una certa misura, è come se “La gioia” sottraesse allo sguardo il momento in cui per esempio la protagonista di “Anora” riconosceva l’effetto abradente della disillusione, nella struggente scena dell’epilogo; e lavora per rimozione, seguendo Alessio e Gioia in una conoscenza che va all’indietro, figlia di una teleologia al contrario, travolgente: prima il bacio sospeso, poi la caduta a terra; prima l’idea del viaggio, poi il tradimento. Insomma, quello di Gelormini è un cinema elegante, speculativo, onirico. Alessio si traveste “da sogno” d’altronde, ma come insegna Yeats, “è nei sogni che iniziano le responsabilità”.

30/08/2025

Cast e credits

Titolo Originale
La gioia
Distribuzione
Vision Distribution
Durata
108'
Produzione
Film Commission Torino Piemonte, HT Film, Indigo Film, MiC, Sky
Sceneggiatura
Giuliano Scarpinato, Benedetta Mori
Fotografia
Gianluca Rocco Palma
Scenografie
Eugenia F. Di Napoli
Montaggio
Chiara Vullo
Musiche
Tóti Guðnason
Costumi
Antonella Cannarozzi

Trama

Gioia è una professoressa delle superiori che non ha mai conosciuto nessun altro amore all'infuori del legame oppressivo che ha con i suoi genitori, insieme ai quali ancora vive. Uno dei suoi studenti a scuola, Alessio, sta facendo soldi con il proprio corpo per portare a casa qualche centinaia di euro e aiutare così sua madre, una cassiera in un supermercato. La relazione che sboccia tra i due ha il sapore del frutto proibito, fragile ma, inesplicabilmente, della quale entrambi non possono fare a meno. Al tempo stesso, il desiderio di Alessio di migliorare la sua posizione sociale è un killer silenzioso che gli impedisce di accettare veramente il sorprendente affetto che Gioia prova per lui...
Fatherland
Fatherland

Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

Zustissia
Zustissia

Il convincente esordio di Francesco Piras allarga gli orizzonti del cinema sardo ponendo al centro un tema di rilevanza nazionale. Lo stile sobrio e asciutto, la messa in scena immune dai clichè e l'efficace direzione degli attori denotano la matura consapevolezza del mezzo cinematografico

The Social – Il prezzo della verità
The Social – Il prezzo della verità

L'Aaron Sorkin regista non si dimostra allo stesso livello dello sceneggiatore, per un'opera che funziona e intrattiene ma che non riesce a incidere fino in fondo, come il tema trattato invece richiederebbe

L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi