Too Much Sugar

Too Much Sugar


Robert Greene

Documentario | Stati Uniti
(2026)

Moberley, Missouri appare fin da subito come lo stereotipo del Midwest degradato, tutto periferia, asfalto, macchine grosse e pick-up. È anche dove abita Ryan “Holli-wood” Holliger: 44 anni, 6 figli concepiti con 5 madri diverse, 4 anni passati in carcere da giovane. Da piccolo sua nonna gli diceva che aveva troppa energia, “too much sugar”. Il film nasce quando il regista Peter Greene conosce Ryan (i figli giocano a basket insieme), all’inizio lo odia ma poi diventano amici, e viene fuori che Holliger ha sempre voluto fare un film. Greene accetta di aiutarlo, ma gli chiede se in cambio può riprendere la sua vita reale. Ne esce un documentario che dentro ha il film di Ryan, ma anche tanti altri piccoli film sognati dai suoi familiari e amici.

Non è una pratica nuova per Greene, cineasta che negli anni si è specializzato in quello che chiama “cinematic nonfiction” e forme di cinematerapia, permettendo a soggetti di elaborare traumi storici o personali realizzando dei piccoli film. Nel caso degli Holliger tutto ruota attorno alle figure paterne: Ryan è cresciuto senza ed è determinato a fare meglio per i suoi sei figli. Ma diventa protagonista anche il suo migliore amico AccRite, che deve fare i conti con la recente morte del figlio, ucciso a una festa. Non c’è violenza nel film, ma è raccontata spesso e da qualche parte si nasconde sempre, tra la prigione dov’è stato Ryan e l’incidente d’auto del suo amico. Gli Holliger hanno tutti un’energia dirompente e Greene li segue sullo stesso livello, con certi montaggi bombastici che finiscono sempre con una risata quando si torna alla realtà. Ma lo spettatore non guarda dall’alto in basso, e nonostante una situazione familiare e sociale assurda i personaggi si mostrano vulnerabili e molto consapevoli. Gavin, il figlio più grande di Holliger, ama il padre ma riconosce il suo narcisismo e la tendenza alla rabbia che li accomuna. Parla lui stesso di “mascolinità tossica”, e in effetti tutte le storie del film raccontano il tentativo di superare, tra le altre cose, una società patriarcale che ha fallito. In qualche modo la famiglia va avanti, guidata da Amanda, che nonostante i tradimenti non ha mai lasciato Ryan e ha accolto tutti i suoi figli. Tutti si raccontano a Greene con una franchezza non facile da ottenere, e nel frattempo il regista li aiuta a fare dei piccoli film.

Più che Ryan però è l’amico AccRite ad aver bisogno d’aiuto. Cresciuto un po’ fuori e un po’ dentro le gang di strada, nel suo mondo non è previsto che un uomo pianga e mostri le proprie emozioni. In questo la pratica di Greene riesce a essere davvero terapeutica, per quanto sia chiaro che la ferita sia del tipo che non si rimargina. Le lacrime dell’uomo non sono riprese per emozionare nessuno, hanno senso prima di tutto per lui che trova un modo di esprimere il proprio dolore. Ma il film riesce a influenzare alla fine anche la famiglia di Ryan, e in modo molto significativo. Il processo qui è veramente tutto, esaurisce il suo (nobile) scopo: la crescita e consapevolezza di chi realizza il film. Forse lo spettatore potrebbe anche non esserci, ma pure per lui non mancano i punti d’interesse: delle storie coinvolgenti e soprattutto il racconto autentico di un mondo, né idealizzato né demonizzato, che a molti europei potrebbe risultare più estraneo del previsto. Se da un lato ritroviamo certi stereotipi sull’America lo sguardo empatico di Greene ci spinge a non comprendere invece di giudicare. Proprio alla fine scopriamo che anche nella famiglia Holliger tutto è cambiato a causa delle riprese; a questo punto sembra inutile giudicare un film così importante per i suoi autori, e soprattutto così reale.

06/09/2026

Cast e credits

Fotografia
Robert Kolodny
Montaggio
Robert Greene
Musiche
Ramin Kousha, Wilkie Davis-Greene
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