Arriva in sala senza troppe cerimonie questo “L’albero di molto lontano”, e ingiustamente: colorato, vivace, divertente, il film è l’adattamento a schermo del primo libro di una saga fantasy nata dalla penna di Enid Blyton, pubblicato in Italia dalla leggendaria collana Il Battello a Vapore. Enid Blyton è tutt’altro che un’autrice qualunque: con 400 milioni di copie vendute nel mondo, è certamente tra le più popolari scrittrici per ragazzi e quasi certamente non c’è bambino inglese che non si sia imbattuto in un suo libro. L’adattamento a schermo di “L’albero di molto lontano”, nell’aria da anni, era dunque un appuntamento atteso da fasce d’età trasversali, adulti nostalgici e giovani lettori.
La produzione sceglie di dare fiducia a Ben Gregor, regista di mestiere non particolarmente popolare nel mondo cinema ma con una solida esperienza televisiva: ha diretto “Brassic” e “Britannia”, ha lavorato con Netflix, BBC, Sky e Amazon.
Qui Gregor, piuttosto prevedibilmente, non lascia alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per rendere avvincente un fantasy per ragazzi.
Lo spunto narrativo è piuttosto classico, calato efficacemente nella contemporaneità. Tim e Polly sognavano di vivere in campagna lavorando la terra, ma la vita li ha portati altrove: Polly è un’ingegnera, Tim si occupa della casa e dei figli, la loro quotidianità è dominata dalla tecnologia. I figli abitano una realtà virtuale che li avvolge e li isola, a tavola non si parla ma si continua a chattare, a macinare livelli del videogioco di turno incuranti di quel che accade intorno a sé. L’occasione per cambiare tutto arriva, come da copione: Polly si licenzia e con Tim decidono di recuperare quel vecchio sogno della famiglia in campagna. A tenere alto il morale della truppa è sempre Tim, un Andrew Garfield con barba, occhiali e maglioni di lana, ottimismo incrollabile e fanciullesco senso di fiducia verso il mondo anche davanti a evidenze contrarie: non lo fiaccano le indisponibilità economiche e la casa in campagna che si rivela un fienile diroccato senza elettricità, ai margini di una foresta di cui si narrano i pericoli. È la figlia di mezzo a ignorare le minacce e addentrarsi nel folto di un bosco, arrivando alle pendici di un albero maestoso: l’albero si scopre incantato, porta d’accesso a mondi fantastici, popolato da creature magiche e spiriti della foresta. Tra i suoi inquilini la fata Silky, una Nicola Coughlan che sveste gli abiti regency di “Bridgerton” per indossare orecchie a punta e mantelle verdi, il vanitoso Faccia di Luna, il signor “Come mi chiamo”, che proprio non ricorda il suo nome, il rumoroso Uomo-Pentola. Salendo tra i rami, in alto tra le nuvole, l’albero conduce a mondi che cambiano continuamente e si fanno teatro di avventure più o meno audaci, restituzione tangibile di quella capacità infantile di immaginare universi e coltivare il senso della meraviglia. Solo chi crede nella magia, ci dicono Ben Gregor e, prima di lui, Enid Blyton, può vivere l’incanto.
Niente di particolarmente innovativo quindi, ma un’avventura per l’infanzia di grande conforto che possiede un pregio duplice: un intreccio narrativo solido e un apparato visivo convincente. La costruzione del mondo magico è resa con efficacia, miscelando un’estetica vintage alle potenzialità dei più sofisticati effetti digitali, dando libero sfogo al colore. Il montaggio è rapido e il ritmo sempre alto, con elementi comici che rispettano i tempi giusti. Si percepisce la penna di Simon Farnaby, già sceneggiatore di “Paddington” e “Wonka”, che amalgama umorismo sottile e garbo britannico e inserisce gag ricorrenti che strappano più di un sorriso – impresa non così immediata perché il materiale di partenza, cioè la prosa di Enid Blyton, è del tutto privo di humour.
È una pellicola consapevole dello spazio circoscritto in cui si muove, che rispetta le aspettative senza strafare, con un unico limite: il conflitto portato in scena non genera mai una reale tensione. Nel film i pericoli si superano con relativa facilità, gli errori non hanno conseguenze durature e anche il confronto finale con la minacciosa Maestra Rimbrotta, la creatura più temibile del mondo magico, si stempera in un minutaggio limitato e una fuga non così pirotecnica. In questo è un prodotto molto rispettoso del materiale originale, che ha il sapore nostalgico di un’avventura per famiglie sana e innocua.
Ogni personaggio è espressione di un carattere ben preciso, esasperato e privo di sfumature, come accade nella quasi totalità delle storie per l’infanzia. Sono archetipi narrativi funzionali a veicolare un messaggio semplice e lineare, che è sempre bene ribadire in questi tempi incerti: la fantasia è un rifugio sicuro in cui poter essere e diventare chiunque ed è importante non perdere la capacità di lasciarsi andare alla meraviglia.
14/10/2026