Bring Her Back – Torna da me

Bring Her Back – Torna da me


Danny Philippou, Michael Philippou

Horror | Australia
(2025)

Divenuto celebre grazie a video demenziali su Youtube, il duo australiano composto da Danny e Michael Philippou era passato dietro la macchina da presa nel 2022 con l’horror “Talk to Me”, divenuto un piccolo cult di notevole successo (oltre 90 milioni di incasso a fronte di un budget di appena 4). Tre anni dopo, eccoli tornare al cinema con “Bring Her Back – Torna da me”, un’opera seconda che, come da copione, è il banco di prova per i suoi realizzatori: one-hit-directors o degni del titolo di nuovi autori? Ben consci di questo, i Philippou vanno all-in sulla seconda opzione: pur rimanendo nell’alveo del genere, ampliano prospettive e ambizioni rispetto all’esordio. Con risultati non soddisfacenti.

Tra i due titoli infatti tanto, se non tutto, cambia. “Talk to me”, guardando a certa (oggi defunta) tradizione Blumhouse, faceva della sua arma vincente l’approccio ludico: il trauma alla base della storia era funzionale allo spavento, senza prendersi troppo sul serio. Di un’inflessibile serietà è invece animato “Bring Her Back”, nel quale il trauma diventa il fulcro della narrazione, cercando, fuori tempo massimo, di inserirsi nel filone dell’elevated horror (c’è A24 a distribuire negli Stati Uniti, non a caso), allo stesso tempo fraintendendone i dettami. I Philippou utilizzano dunque il genere per affrontare un Tema, a cui asservono tutto il resto: peccato che quello che propongono non è originale, né a livello narrativo né a livello di messa in scena.

Il film si apre con un prologo in salsa torture porn che poi, purtroppo, non viene più riproposto. Subito dopo, conosciamo i protagonisti: i fratelli Andy (Billy Barratt), 17enne, e sua sorella minore Piper (Sora Wong), ipovedente; tornando a casa da scuola, scoprono che il padre è morto misteriosamente nella doccia. I due vengono affidati così a Laure (Sally Hawkins), consulente che ha già un altro figlio in affidamento, Oliver, ragazzino muto selettivo, e ha perso la sua figlia biologica, Cathy, anch’essa cieca e anch’essa morta per un misterioso annegamento. La quiete nel nuovo nido dura ben poco, a causa di strani comportamenti che la donna comincia a manifestare.

Bastano poche righe di trama, e soffermarsi sul titolo dell’opera, che in un letteralismo estremo racchiude già il suo senso, per capire come il Tema sia la maternità e la mancata elaborazione del lutto. Orizzonte sul cui altare viene sacrificato anche l’aspetto potenzialmente più interessante della storia, la cecità di Piper, di fatto mai sfruttata e ininfluente ai fini della narrazione, se non per facilitare l’empatia nei suoi confronti. Causeway film, produttrice dei due titoli dei Philippou, nel 2014 aveva realizzato il titolo con cui è doveroso fare i conti quando un horror affronta la questione: “Babadook” di Jennifer Kent. Da allora di madri in difficoltà, se non proprio “cattive”, ne abbiamo viste molte: le derive, seppur estreme, di “Bring Her Back” dunque non stupiscono. Stupisce piuttosto (in negativo) come in quest’ultimo la caratterizzazione dei personaggi sia del tutto monodimensionale. Laure viene ritratta come un mostro capace di cose indicibili, da odiare e rifuggire, così come i piccoli protagonisti sono vittime da compatire, lontani da una qualsivoglia ambiguità e mistero, fondamentali per innescare tensione e coinvolgimento. Nell’interpretare Laure, Sally Hawkins non mette in mostra né l’intensità di Essie Davis in “Babadook” né può lasciarsi andare sopra le righe, come Toni Collette in “Hereditary“. La sua recitazione, tra urla e scatti d’ira, potrebbe infatti sfociare nel grottesco, ma viene sempre riportata a un piano intimistico e di (dis)umanità, sporcato però dalla voluta polarizzazione.

Anche la regia lavora in questa direzione. Nella prima parte, quando segnali inquietanti minano l’idillio della nuova vita dei protagonisti, l’attenzione è sempre rivolta ai volti dei personaggi, per sottolineare cosa provano e la loro reazione. Nella seconda, aumentano i particolari raccapriccianti, che durano però pochi istanti: il focus non cambia. Nel concitato final showdown, abbondano i ralenti, espressione di una sublimazione dell’orrore che lo annacqua completamente, complici anche alcuni facili escamotage (la copiosa pioggia!) e simbolismi, indici di una scarsa fiducia nello spettatore. In particolare quello dell’acqua, facilmente associato alla maternità. Nella scena conclusiva, il contesto e la disposizione dei personaggi richiama, invertendolo, il finale di “La forma dell’acqua” (sempre con Hawkins protagonista), a cercare un tardivo smottamento dalle coordinate imbastite fino ad allora e un tardivo tentativo di rielaborare i modelli di riferimento. Che resta però solo abbozzato.

26/07/2025

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