Hereditary – Le radici del male

Hereditary – Le radici del male


Ari Aster

Horror, Thriller | Usa
(2018)
Per essere un horror “Hereditary – Le radici del male” è un film in cui la presenza della mdp è resa in maniera più evidente di quanto ci hanno abituato le produzioni americane. Nella sequenza introduttiva, per esempio, partendo da un’inquadratura fissa su una casupola di legno posta sulla sommità di un albero antistante alla casa dalla quale avviene l’osservazione, la telecamera si rivolge verso l’habitat della stanza che ne ospita il punto di vista per avanzare fino a dove gli è possibile, soffermandosi sui diversi modellini che riproducono – in scala – gli interni della dimora in questione e le repliche dei suoi abitanti. Quello che a prima vista sembrerebbe l’espediente per innescare l’escamotage narrativo è invece il modo con cui il regista ci mette in guardia rispetto ai livelli di realtà di cui si compongono le immagini del suo lavoro. Se mai ce ne fosse bisogno, la conferma di quanto appena detto arriva subito dopo, con la soluzione di far partire la storia dall’animazione delle stesse miniature, destinate, come d’incanto, ad assurgere al corrispettivo in carne e ossa dei personaggi. Detto che il film tornerà più volte su questo leit-motiv, approfittando del fatto che l’artefice dei plastici è la stessa protagonista, Annie Graham/Toni Collette, incaricata di realizzarli per conto di una importante galleria d’arte, ciò che importa nell’economia complessiva è il risultato prodotto da questo cortocircuito iniziale.

Le reazioni di Annie, del marito e dei suoi due figli di fronte alla scomparsa della madre della donna e, soprattutto, alle sconcertanti scoperte sul misterioso passato della defunta fanno infatti da apripista a una tipologia di messinscena che, emulando il rapporto tra realtà e rappresentazione messo in campo dalla sequenza iniziale, depotenzia le caratteristiche fenomenologiche degli avvenimenti, per favorire una visione autoreferenziale degli stessi nella quale ciò che accade potrebbe essere riferito a dati oggettivi, esterni alla coscienza degli interessati (l’inquadratura fissa sulla casupola), oppure a una proiezione mentale degli stessi (gli ambienti della casa) e delle loro distorsioni (i modellini a cui si faceva riferimento sopra). Un’impostazione, questa, tanto più efficace nella considerazione che si sta parlando di un film a basso budget e di un genere, da sempre abituato (anche per questioni economiche) a lavorare sul fuori campo, lasciando al “particolare” – concentrato in poche location (in questo caso gli interni delle abitazioni) – il compito di evocare quel “tutto”, normalmente emarginato fuori dal quadro anche per l’impossibilità di ricrearne – visivamente e per mancanza di soldi – la complessità. E, ancora, in ragione di una prospettiva che, almeno nella prima parte, bandisce quasi del tutto l’azione, preferendo ad essa un passo più contemplativo e un approfondimento di tipo esistenziale degli sconvolgimenti provocati dai lutti che colpiscono la famiglia di Annie. Non è dunque un caso se quella che dovrebbe essere la classica storia di possessione e di sette sataniche si trasforma in vero e proprio cinema d’autore, con movimenti avvolgenti della mdp, carrellate dal sapore metafisico (dei corridoi, destinati a diventare recessi della mente) e campi lunghi che, azzerando la profondità degli spazi e rendendo incerta la loro perimetrazione (di fatto inesistente), sembrano rimandare direttamente all’artificialità dei modellini iniziali, facendo del non luogo il territorio principe degli eventi descritti nel film.

Se clima e contesto evocano il David Lynch di “Eraserhead – La mente che cancella” accade che, mentre l’autore di “Twin Peaks” è disinteressato a qualunque spiegazione, preferendo ad esse le fantasie surreali escogitate dal suo estro, Aster, al contrario, non si limita a far sentire la follia dei personaggi ma decide pure di raccontarla con una coerenza che purtroppo non riesce ad avere la stessa efficacia di ciò che l’ha preceduto. Forzando la logica di certi passaggi (come quello relativo ai poteri da medium di Annie) e palesando piccole ma evidenti incertezze nella costruzione della trama, “Hereditary” retrocede a lavoro di seconda fascia, pur mantenendo inalterata l’eccellenza della confezione, valorizzata dalla fotografia iperreale di Pawel Pogorzelski.

A vantaggio del lavoro svolto dal regista, preme comunque sottolineare l’eccellente resa di “Hereditary”, al top degli incassi tra gli indipendenti della stagione americana – con un utile di 70 milioni di dollari d’incasso a fronte di un budget di 7 – che lo pone ai vertici, non solo nell’alveo della propria categoria. Che abbia un seguito è più che scontato.

28/07/2018

Cast e credits

Titolo Originale
Hereditary
Distribuzione
Lucky Red
Durata
127'
Produzione
Finch Entertainment, PalmStar Media, Windy Hill Pictures
Sceneggiatura
Ari Aster
Fotografia
Pawel Pogorzelski
Scenografie
Grace Yun
Montaggio
Jennifer Lame, Lucian Johnston
Musiche
Colin Stetson
Costumi
Olga Mill

Trama

La morte di un'anziana signora è seguita da una serie di inquietanti scoperte da perte dei suoi famigliari
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