Frankenstein (2025)

Frankenstein (2025)


Guillermo Del Toro

Fantascienza, Horror | Usa
(2025)

Per Alberto Barbera Guillermo del Toro non è un regista come gli altri. Come si ricorderà infatti la vittoria non senza polemiche del 74 Festival di Venezia da parte de “La forma dell’acqua” ha segnato un’epoca nel conferire al cinema americano più popolare – quantunque diretto da un regista che già veniva considerato autore – la dignità d’opera d’arte, finendo per cambiare almeno in Laguna la considerazione nei confronti delle produzioni mainstream.

Non deve sorprende quindi, di ritrovare il regista messicano sul luogo del delitto, in concorso alla Biennale del Cinema 2025 con un film, “Frankenstein”, come “Pinocchio” prodotto da una piattaforma, Netflix, guardata con sospetto da chi concepisce i Festival come vetrina per quei titoli che non possono contare sull’appoggio dei grandi network.

Detto che la querelle in questione è destinata a risolversi sempre di più a favore di un rinnovamento che tiene conto della necessità di far quadrare i conti e quindi di essere meno schizzinosa nei confronti di produzioni che possono assicurare a chi le seleziona un grande ritorno di visibilità, la quantità di persone in fila per accedere alle varie proiezioni, così come il numero di fan in attesa del red carpet, confermano la tendenza, facendo nella nuova fatica del regista messicano il film più atteso della Mostra.

Di “Frankenstein” dunque si trattava di verificare se le aspettative di pubblico e addetti ai lavori fossero giustificate dall’effettiva bontà dell’opera che nel caso di del Toro doveva essere valutata anche in termini di spettacolarità della messinscena non potendo il film prescindere dal passaparola di chi riempie le sale cinematografiche.

Questo per dire che l’analisi di un film come “Frankenstein” non poteva non prendere in considerazione la capacità del regista di coniugare i meccanismi dello spettacolo con la propria visione del mondo. Sotto questo punto di vista “Frankenstein” non si sottrae al confronto mostrando una volta di più le possibilità di coniugare ragione e sentimento per dare vita a un paesaggio in grado di soddisfare le premesse di partenza, qui come altrove messe al servizio del racconto di una diversità, quella del demiurgo e della sua creatura, volta a diventare l’emblema di una poetica della ribellione – dal sistema e dalla sua morale – sposata alla grandeur tipica delle produzioni blockbuster. Da cui la decisione di allargare gli orizzonti della storia trasformando “Frankenstein” in una sorta di sfida a tutto campo in cui i contendenti alla stregua de “I duellanti” di Ridley Scott si rincorrono nel tempo e nello spazio per chiedere conto delle proprie ragioni.

Tra conservazione e rinnovamento il “Frankenstein” di del Toro punta ad aggiornare il mito del moderno Prometeo declinandolo con un’estetica che ne ringiovanisce la favola. A tal proposito basterebbe prendere in considerazione i personaggi principali e per esempio constatare come la Creatura, pur rimanendo una “mente semplice”, sia il frutto di un’estetica che toglie di mezzo la primordialità del modello originale facendo della forza e della prestanza fisica il viatico di una sensibilità – anche femminile – destinata a prendere il sopravvento sulla ferinità della componente istintuale.

Ciò non vuol dire che il “Frankenstein” di del Toro sia privato delle sue principali prerogative perché quando si tratta di mostrarne di che pasta è fatto l’autore messicano lo fa senza porsi limiti, rifacendosi all’iconografia di “Superman” citata nelle due scene in cui nostro riesce a rovesciare una nave e poi a disincagliarla dal ghiaccio con la forza delle sole braccia. Una potenza che in senso lato vale anche per la femminilità di Elisabeth, a cui Mia Goth regala una verginità in grado di trascendere il pudore vittoriano con una sensualità che fa del viso  (evocativo quello dell’attrice americana) il suo terminale, relegando il corpo a una dimensione puramente virtuale.

Se poi si tratta di collocare il “Frankenstein” di del Toro all’interno del cinema contemporaneo i termini di paragone cambiano. In questo senso più che prendere come riferimento le trasposizioni cinematografiche più recenti dell’omonimo romanzo – pensiamo per esempio a quella di Kenneth Branagh – appare più utile considerare un film come “Povere creature!” che con il romanzo di Mary Shelley  ha più di un debito. Del film di Yorgos Lanthimos del Toro condivide la volontà di emancipare la creatura dal suo padre putativo raccontando la seconda parte della storia dal punto di vista del personaggio interpretato da Jacob Elordi, senza però rinunciare al senso di colpa che impedisce ai suoi personaggi (ma non a Bella) di emanciparsi dalle proprie origini lasciandosi andare alle pulsioni del desiderio che in “Frankenstein” costituiscono ancora un  tabù difficile da superare.

Convincente sul piano spettacolare “Frankenstein” denuncia qualche passo a vuoto quando si tratta di giustificare le raggiunte consapevolezze della Creatura che in taluni frangenti arrivano in maniera un po’ troppo sbrigativa e schematica. L’impressione generale è che del Toro, alla pari di Tim Burton, sia arrivato al punto della sua carriera in cui l’ispirazione ha ceduto il passo  a un’arte che ha fatto dello stile un format utilizzabile in ogni occasione. Al di là del risultato che può essere migliore o minore a secondo del caso, a rimanere in testa è una sensazione di conformismo che stride con l’immagine che ci siamo fatti del cinema di Guillermo del Toro.

31/08/2025

Cast e credits

Distribuzione
Netflix
Durata
149'
Produzione
Double Dare You
Sceneggiatura
Guillermo Del Toro
Fotografia
Dan Laustsen
Scenografie
Tamara Deverell
Montaggio
Evan Schiff
Musiche
Alexandre Desplat
Costumi
Kate Hawley

Trama

Nel tentativo di sconfiggere la morte uno scienziato dà vita a una creatura che finisce per sfuggire al suo controllo.
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