Parasite

Parasite


Bong Joon-Ho

Grottesco | Corea del Sud
(2019)

Parasite

Si ride di gusto, in “Parasite”, ma si ride amarissimo. Il film è intessuto di sequenze strepitose, molte delle quali (e sono tante) vantano un climax drammaturgico inesorabile, irresistibili meccanismi a orologeria. Il film è diretto con impeccabile perizia, tutto il registro linguistico scelto da Bong è di alto livello, dalla composizione delle inquadrature alla geometria dei carrelli, dal montaggio interno alle inquadrature (anche i quadri sono costruiti con precisione geometrica, tra campo e fuoricampo, primo piano e secondo piano). Da segnalare poi un memorabile contrappunto musicale, spesso in antitesi all’intonazione delle scene: si va da Beethoven al pop italiano, con un gusto tale per l’antifrasi  da rasentare la genialità di Kubrick in “Arancia Meccanica” (concedeteci il riferimento, non l’accostamento) più che il semplice divertissement postmoderno.

Mai, però, ci è concesso di limitarci alla risata (ne analizziamo le sfumature nello speciale Traiettorie dedicato). Il film approfondisce la riflessione sociopolitica di Bong, che aveva già toccato una vetta in “Snowpiercer“, trasportandola dalla distopia alla realtà e radicalizzandone l’assunto di totale pessimismo. In sintesi: il capitalismo è l’unico orizzonte rimasto, esistono due classi sociali contrapposte (ricchi e poveri, semplicemente; improprio adottare terminologie ideologiche quali “borghesi” e “proletari”). La rivoluzione, semplicemente, non è data. Perché esiste solo l’individualismo. Se c’è solidarietà rimasta, è solo tra familiari, parenti stretti – ma anche quella, vale solo sino a un certo punto. I poveri aspirano a una cosa sola: lo status di ricchi.

In “Parasite”, da un lato, abbiamo una famiglia di poveri, che vive in un “basso”, ambienti angusti dove non arriva il wi-fi, sovraccarichi di cose, sgradevoli a vedersi e praticamente invivibili. Dall’altro, una famiglia di ricchi, con servitù a servizio pieno, una casa disegnata da un architetto di fama, ambienti lussuosi ed enormi dove tutto è bellissimo come su una patinata rivista di design d’interni. La famiglia povera riesce a intrufolarsi in quella ricca, sostituendone man mano con stratagemmi vari tutti i componenti della servitù, in una progressione dove Bong dà fondo a tutti gli espedienti della comicità. Poi gli eventi prendono una piega inaspettata; prendono il sopravvento le sfumature grottesche (marchio di fabbrica di Bong, e più in generale di molto cinema coreano), e gradualmente si scivola nella tragedia. Che rimane però irresistibile, perché grottesca: si continua a ridere, ma con una coscienza sempre maggiore di quanto sia spietato il mondo e nessuno scampi alle conseguenze dilanianti dell’individualismo, che ci vuole l’un contro l’altro armati, “homo homini lupus”.

Viene fuori che i poveri non sono i soli parassiti: un colpo di scena rivela tutto un ambiente nuovo, sotterraneo e inaudito. Si apre alla lettera una guerra fra poveri. Che poi è quella che in tutte le società occidentalizzate si è già aperta. Chi sta peggio diventa vittima designata di chi sta appena meno peggio o sa semplicemente darsi da fare, non importa con quali metodi, in una lotta senza esclusione di colpi per un tozzo di pane in più. Lotta che naturalmente non vedrà vincitori.

Il film si fa girandola rutilante in cui un ispiratissimo Bong trasfonde ogni energia in un crescendo devastante, in cui succede di tutto. Dopo aver mantenuto a lungo il film sul piano della commedia, mettendo in scena una ferocia che appariva tanto più estrema quanto più celata sotto la superficie di un piano diabolico che pur tra mille inconvenienti filava liscio, dopo il twist di cui si diceva, Bong non lesina più in efferatezze. E porta in scena un maelstrom che risucchia tutti. Non importa neanche chi sopravvive e chi no, il caso regna sovrano tranne nelle scelte di regia.

Serio candidato a premi importanti qui al Festival di Cannes, “Parasite” è l’altra faccia della medaglia della Palma d’Oro del 2018, “Shoplifters” (“Un affare di famiglia“) di Hirokazu Kore’eda. Alla delicata sensibilità di Kore’eda si sostituisce la ferocia di Bong. L’autore giapponese, che non ha tesi politiche, ha fiducia nella solidarietà e nei legami affettivi, mentre Bong suggerisce che la solidarietà (tra parenti) sia solo una comoda maschera dell’istinto di sopravvivenza individuale.

L’ambiguo e atroce finale di “Parasite” è inequivocabile. Tuttavia, al netto delle diverse sensibilità e prospettive dei due cineasti orientali, le dinamiche di fondo della società che essi descrivono sono esattamente le stesse.

22/05/2019

Cast e credits

Titolo Originale
Gisaengchung
Distribuzione
CJ Entertainment
Durata
132'
Produzione
Barunson E&A, CJ Entertainment
Sceneggiatura
Bong Joon-Ho, Kim Dae-hwan
Fotografia
Hong Kyung-Pyo
Montaggio
Jinmo Yang
Musiche
Jaeil Jung
Costumi
Choi Se-yeon

Trama

Una famiglia disoccupata si interessa particolarmente dei benestanti Park, un legame che genera un incidente non previsto.
L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt