Ondacinema

recensione di Matteo Zucchi
5.5/10

Due elementi ricorrenti nell’appena conclusa edizione della Berlinale possono essere rappresentati con efficacia da "Salvation", opera quinta del regista turco Emin Alper e vincitrice del Gran premio della giuria alla kermesse tedesca: l’abbondante presenza nella competizione di estese co-produzioni, in cui anche mezza dozzina di nazioni sono coinvolte nello sforzo produttivo, e la centralità della cinematografia turca, la quale si è meritata non solo il premio succitato ma anche l’Orso d’oro per la co-produzione con la Germania "Yellow Letters" di İlker Çatak. Al di fuori di queste considerazioni festivaliere, il film di Alper si distingue anche per l’approccio ambiguo ai temi d’attualità per cui la presente edizione della Berlinale si è caratterizzata fin dalla presentazione, con la famigerata conferenza stampa di Wim Wenders. Ancora prima che il film cominci, al termine dei titoli di testa, una didascalia comunica che "Salvation" è basato su fatti realmente accaduti, sebbene questi, come in generale il contesto della vicenda, rimangano vaghi, inesplorati, nonostante le due ore di durata della pellicola.

Sebbene sia chiaramente ambientato nell’entroterra turco, fra i monti dell’Anatolia, il film di Alper non specifica mai dove le vicende si svolgano precisamente, né il contesto sociale e culturale che motiva il progressivo sprofondamento nella violenza e nel delirio della comunità rurale al centro del film, non fosse per un richiamo quasi mitico a passati contrasti fra la popolazione montana dei protagonisti e quella valligiana che sta ora tornando nella regione per riprendere il controllo dei passati possedimenti. L’ambizione del regista turco era probabilmente quella di conferire un carattere universale alle vicende di "Salvation", o "Kurtuluş" in lingua originale, ma tale decisione pare in contrasto con l’attenzione minuziosa alla ricostruzione della vita dei montanari, così come al rapporto di collaborazione che hanno instaurato col governo turco per reprimere il terrorismo (siamo quindi nei confini del Kurdistan turco?) e che ha permesso a loro di avere molte armi a disposizione. Pur senza specificare il luogo e il momento preciso in cui è ambientata, la pellicola di Alper non manca quindi di quelli che possono essere considerati dei veri e propri incisi etnografici, soprattutto nella prima metà del film, e che per chi scrive sono l’elemento più riuscito di "Salvation".

Sebbene il presente di questo piccolo mondo rurale, così distante dalla Turchia metropolitana e occidentalizzata (e comunque ricostruita in Germania) di "Yellow Letters", sia presentato con dovizia di particolari, l’assenza di un retroterra dettagliato finisce perciò per compromettere la comprensione delle ragioni che spingono la comunità montana a organizzarsi per difendersi dalle azioni dei valligiani. L’unica motivazione che difatti pare trasparire dalla pellicola in maniera chiara è quella psichica, dal momento che è la paranoia dell’in-group, e ancor più del suo nuovo leader, a cagionare le azioni della popolazione, nutrita dall’insonnia e da alcuni presunti segnali ricevuti in sogno. Tale scelta narrativa finisce però per depotenziare la comprensione della pellicola, presentando gli avvenimenti della seconda metà della pellicola quasi come dei dati di fatto, uno sviluppo quasi naturale delle convinzioni di una piccola comunità isolata in preda al fondamentalismo religioso e alla xenofobia: l’apologo sulla psicosi collettiva finisce per diventare quasi una sorta di spot a favore di chi è contrario all’adesione della Turchia all’Unione europea.

A questo punto non si dovrebbe però pensare che "Salvation" sia un film totalmente non riuscito: le dimensioni dello sforzo produttivo sono evidenti e la pellicola convince pienamente per quanto riguarda la confezione estetica, laddove sono soprattutto le scelte narrative a mettere in luce le carenze di un progetto forse fin troppo ambizioso, anche dal punto di vista tematico, per il regista turco. L’accumulo di temi, personaggi e filoni narrativi, il quale accelera nella seconda metà dell’opera, finisce col saturare il film, il quale diventa come un terreno limaccioso in cui chi guarda può difficilmente muoversi in maniera agevole, laddove nella prima parte sembrava permettere un’immersione in una realtà tanto respingente quanto fascinosa, quasi come se l’ostilità per l’out-group dei protagonisti si riflettesse alla fine anche al di fuori del film, sugli spettatori stessi. La perseguita intensità del dramma man mano che ci si approssima all’epilogo, evidente nella colonna sonora tensiva e nell’affastellamento di visioni oniriche e fatti presuntamente sovrannaturali dell’ultima sezione dell'opera, finisce però per non essere sostanziata a causa dell’assenza di motivazioni precise per le azioni della comunità e dello scavo psicologico necessario a capire cosa muove il protagonista Mesut, la cui recitazione che da minimale si fa improvvisamente teatrale finisce per comunicare solo il precario stato psicologico suo e quello della comunità di cui si è fatto avatar.

Volutamente interpretabile in molti modi (un apologo sui difficili rapporti fra gruppi etnici nell’entroterra anatolico? Una reinterpretazione del conflitto israelo-palestinese in cui sono quest’ultimi, più spesso nativi e pastori come la comunità del film, ad avere maggiore potenza di fuoco?), "Kurtuluş", che in turco significa sia "salvezza" in senso religioso sia "liberazione" in senso politico, fa della sua ambiguità un fattore fondamentale del proprio impianto discorsivo. La mancanza di un reale scavo nelle ragioni di ciò che avviene in scena, che parrebbe quasi insensato fuori dal contesto anatolico contemporaneo, aiuta però a evidenziare quanto tale ambiguità non si accompagni a una relativa complessità, in una pellicola in cui le cose sembrano avvenire perché devono, come la regia occulta (visionaria o psicotica) che pare alimentare la foga xenofoba di Mesut attraverso i sogni. "Salvation" pare a sua volta un film schizofrenico, scisso in maniera irredimibile, diviso fra un dramma etnografico di grande cura formale e carico di non pochi spunti e un thriller psicologico dalle ambizioni socio-politico-religiose che non riesce a sostanziare nessuna delle numerose riflessioni che mette in campo. Forse fra i mille bivi senza reali alternative dell’ambiguo film di Emin Alper si celano le effettive motivazioni di questo ambizioso e irresoluto dramma, la cui brama di fornire un senso universale finisce per non condurre ad alcun significato per il presente, nonché dell’ambiguo e irresoluto festival che l’ha premiato.


23/02/2026

Cast e credits

cast:
Caner Cindoruk, Berkay Ateş, Feyyaz Duman, Naz Göktan, Özlem Taş


regia:
Emin Alper


titolo originale:
Kurtuluş


durata:
120'


produzione:
Liman Film, Bir Film, Meltem Films, TS Productions, Circe Films, Horsefly Productions, Second Land


sceneggiatura:
Emin Alper


fotografia:
Ahmet Sesigürgil, Barış Aygen


scenografie:
Nadide Argun Van Uden


montaggio:
Özcan Vardar


costumi:
Gülşah Yüksel


musiche:
Christiaan Verbeek


Trama
In un isolato villaggio dell'entroterra turco i discendenti di una delle due comunità che tradizionalmente popolavano la zona stanno tornando alle case degli avi. Questo crea presto contrasti con i discendenti dell'altra comunità, che sono rimasti e hanno prosperato e si sono armati grazie alla cooperazione col governo turco. Nonostante il leader della comunità si opponga a qualsiasi iniziativa contro coloro che ritornano, presto i membri del gruppo, e il suo stesso fratello, iniziano a organizzarsi per risolvere la disputa a modo loro.