drammatico | Germania/Francia/Turchia (2026)
Tre anni dopo l’apprezzato "La sala professori" il regista tedesco di origini turche İlker Çatak ha trionfato alla Berlinale con una nuova pellicola, stavolta partecipante d'altronde al concorso principale e non alla sezione parallela Panorama. Il successo che è arriso al film precedente, distribuito e premiato in tutto il mondo, deve aver spinto il cineasta a voler realizzare un’opera ben più imponente de "La sala professori" sia per quanto riguarda le ambizioni di commento sociale e politico sia per quanto concerne il productive value, tutti elementi che vanno a confluire in un dramma che non manca di aspirazioni epiche. I rinnovati ed espansi propositi del cineasta di origine turca sono in effetti evidenti dai primi momenti, in cui un profluvio di personaggi e situazioni si sviluppa attorno allo spettacolo teatrale scritto dal principale personaggio maschile Aziz e interpretato dalla protagonista femminile Derya, mentre i titoli di testa introducono fragorosamente i personaggi più importanti e l’ambientazione di "Berlino nei panni di Ankara".
Un tratto distintivo del nuovo film di Çatak è difatti l’ambientazione turca, nonostante il film sia palesemente stato girato in Germania, non occultando questa incongruenza con dubbi sforzi mimetici come avveniva in "No Good Men" (per restare all’ultima edizione della Berlinale), ma esplicitando fin dall’incipit l’incoerenza, così da sottolineare con lo straniamento la natura finzionale e, soprattutto, allegorica di tutto ciò che viene narrato da allora in poi, senza voler rimanere prigionieri della trappola della verosimiglianza. Ciò è palesato anche dalla sottotrama politica, centrale soprattutto nella prima parte del film, la quale vede l’accademico Aziz e l’attrice Derya perdere il proprio lavoro l’una dopo l’altro per un pièce eccessivamente critica verso il potere costituito e (forse) per l’atteggiamento scostante della primadonna. Sebbene i temi dell’antiautoritarismo e dell’antimilitarismo siano centrali nel film, così come nell’opera teatrale succitata, "Yellow Letters" difatti non esplicita mai quali siano le guerre e le leggi liberticide a cui i protagonisti si oppongono, rimarcando così che non è l’ancoraggio a specifici eventi reali che rende rilevanti le tematiche discusse nella pellicola.
Se da una parte si potrebbe anche considerare quest’approccio volutamente vago ai temi politici del film un esempio di ignavia squisitamente tedesca in relazione ai temi d’attualità (si pensi a come la questione dell’occupazione della Palestina viene trattata in Germania rispetto alla maggior parte degli altri paesi europei o alle recenti controverse affermazioni di Wim Wenders), dall’altra non si può negare come esso sia sostanziato dalla voluta espunzione dalla pellicola di ancoraggi a specifiche situazioni attuali e come quest’ultima strategia discorsiva sia tipica della produzione di İlker Çatak. Già ne "La sala professori" era la vaghezza delle accuse rivolte alla protagonista interpretata da Leonie Benesch a contribuire alla percezione dell’ingiustizia di ciò che le accadeva, e di conseguenza al tono a tratti surreale del film, così come in "Yellow Letters" è la distanza dall’effettivo panorama politico tedesco (ma anche da quello turco che è palesemente il riferimento principale) a rendere imponderabile, e perciò più efficace, la minaccia che incombe sul duo protagonista e su quello che Aziz e Derya hanno costruito nel corso degli anni.
Ciò viene enfatizzato e non sminuito nella seconda parte della pellicola, per quanto in questa il trasferimento da Ankara/Berlino a Istanbul/Amburgo si accompagni alla minore rilevanza di tematiche politiche e alla maggiore considerazione dedicata alle difficoltà della vita di tutti i giorni che affliggono i protagonisti e la figlia adolescente, ora che la perdita del lavoro dei due genitori ha provocato la loro rapida caduta dalla scala sociale. Lontani dall’ambiente politicizzato dell’università o del teatro, i personaggi principali si ritrovano ancora più vittime degli accidenti che continuano a ostacolare la loro vita, piombando dal nulla quasi come fossero le punizioni di divinità dalle volontà imperscrutabili (e la religione come tema fa per l’appunto capolino nella narrazione) oppure le prove di una qualche sfida sisifea. Non stupisce che a questo punto anche la drammaturgia e la regia della pellicola si trasformino, sostituendo all’accumulo di personaggi e situazioni della prima metà la ripetizione sempre più cadenzata delle stesse discussioni, location e incontri, con i long take e i movimenti di macchina nervosi della prima parte che si intervallano a più piani campi medi e scambi in campo/controcampo quasi scolastici.
È in questo frangente, in una pellicola che parla di attrici e pièce teatrali, che la recitazione assume un ruolo ancora più centrale, mentre Aziz e Derya cercano di portare in scena una nuova opera che metta alla berlina le minacce di questo potere tanto onnipresente quanto indefinito, ovviamente intitolata come il film che la ospita. Tale rinnovato focus sulle interpretazioni attoriali si accompagna alla maggiore considerazione dedicata alla trasformazione dei personaggi stessi, i quali si trovano difatti a interpretare nuovi ruoli (sociali) ora che sono stati allontanati dal loro contesto d’origine. Così il drammaturgo, accademico e padre comprensivo Aziz diviene un tassista dai modi bruschi e oppressivi, mentre l’attrice engagée Derya si ritrova prima casalinga e poi attrice di fiction di dubbio gusto che è diventata la vera breadwinner della famiglia: l’ordine del mondo (famigliare) è ormai rovesciato e difatti il contrasto tra i genitori e la figlia e fra loro stessi assume una centralità che nella prima parte, così focalizzata sulla vita sociale dei personaggi principali, non poteva certo avere.
Quello che si era presentato come una sorta di epico dramma sociale e politico sulla libertà intellettuale nella sempre più autoritaria Turchia contemporanea (che non si sa mai che possa essere pure la Germania del futuro) diviene invece un minuzioso dramma famigliare su come i macro-cambiamenti nel mondo in cui si vive abbiano influenza sul microcosmo personale di ogni individuo, di ogni famiglia. İlker Çatak dimostra così di essere riuscito in un gioco di prestigio notevole, raccontando ancora una volta la contrapposizione fra le ambizioni e convinzioni individuali e una realtà sociale le cui regole e convenzioni paiono spesso incomprensibili servendosi del linguaggio del teatro epico e di una grandeur produttiva inaspettata per un progetto simile. L’inversione rispetto a quanto proposto con "La sala professori" è perciò evidente: tanto trionfalmente, in modo quasi surreale, si concludeva il dramma scolastico del 2023, quanto è sommesso l’epilogo di "Yellow Letters", con Aziz ancora intento a chiedersi se le sue parole possano davvero cambiare il mondo, contemplando un cielo infinito, e il vetro che lo separa da quello. Rimane solo una cosa in comune, la medesima apertura, a riprova che la suddetta contrapposizione è tutt’altro che chiusa.
cast:
Özgü Namal, Tansu Biçer, Leyla Smyrna Cabas, İpek Bilgin
regia:
İlker Çatak
titolo originale:
Gelbe Briefe
durata:
128'
produzione:
Arte, Haut et Court, Liman Film, ZDF, if… Productions
sceneggiatura:
İlker Çatak, Ayda Meryem Çatak, Enis Köstepen
fotografia:
Judith Kaufmann
scenografie:
Zazie Knepper
montaggio:
Gesa Jäger
costumi:
Christian Röhrs
musiche:
Marvin Miller