My Son, My Son, What Have Ye Done

My Son, My Son, What Have Ye Done


Werner Herzog

Thriller | Germania, Usa
(2009)

Compaiono i titoli di testa nella sala buia e scoppiano i primi applausi: stupore e qualche urlo di giubilo. Il primo film a sorpresa della mostra è di Werner Herzog? Pare proprio di si, dopo anni di partecipazione a festival di tutto il mondo, il cineasta tedesco arriva al lido con ben due film e tutti e due in concorso, prima volta in assoluto per un autore. Il regista delle imprese impossibili è il caso di dire. Questo secondo lungometraggio, dopo il remake non remake del Cattivo tenente, è più personale ed interessante rispetto al primo. Opera a budget ridotto, con David Lynch alla produzione, “My Son, My Son What Have Ye Done” è la storia di un uomo, (Michael Shannon) che, nella assolata San Diego, una mattina uccide la madre, trafiggendola con una spada.

Il prologo, a parte la modalità, non avrebbe nella sua tragicità nulla di eclatante se a metterlo in scena non fosse il regista bavarese. E ben presto il lungometraggio diviene non tanto la cronaca di un evento o l’analisi dei motivi che portano l’uomo a uccidere quanto uno studio del perché un essere umano possa compiere un gesto simile. Lo sguardo gnoseologico ricerca modi, occasioni, echi di una follia che conflagra nell’atto finale. Lo fa con la consueta dose di ironia, dando un ritratto tragicomico della vicenda. Così mentre Brad, questo il nome del’omicida, si barrica in casa con ostaggi, i suoi due fenicotteri rosa, il detective incaricato di far luce sulla vicenda (Willem Defoe) mette in piedi l’indagine partendo dalle testimonianze della fidanzata dell’assassino (Chloe Sevigny) e del regista che lo dirigeva a teatro (Udo Kier). Il percorso di ricerca offre il pretesto per ripercorrere la genealogia, a tappe, della propagazione della pazzia. Proprio come un virus che si manifesta con i suoi sintomi, le prime avvisaglie del cambiamento di Brad avvengono un anno prima in Perù, quando in preda ad alcune visioni, non segue i suoi amici in una battuta di rafting estremo, che si rivela fatale per i ragazzi. Unico superstite della spedizione comincia a coltivare la convinzione di essere un eletto e di sentire la voce di Dio. Da allora il delirio inizia una lenta ma continua crescita. Attraverso una serie di flashback lo spettatore si inoltra nel suo mondo: il rapporto morboso con la madre (Grace Zabriskie), l’immedesimazione patologica che lui stesso sperimenta come Oreste nella Elettra sofoclea.

Mito tragico e quotidianità postmoderna si intersecano fino a sovrapporsi nella mente del ragazzo che vacilla perché non riesce più a relazionarsi con la realtà che ha preso a perdere significato. Ovvia conseguenza è lo smarrirsi nel mondo come nella psiche: dai mercati tribali nelle regioni impervie dell’Asia a squallidi motel in piccole cittadine messicane. Momenti onirici e sequenze di animali (autentica ossessione del regista) tutto si lega in una forma di estraniamento, in un’impalpabile discesa verso gli inferi. Il titanismo herzoghiano batte le consuete piste fenomenologiche, in questo caso la società americana, per confermare ancora una volta come il superamento dei confini spaziali quanto immaginativi segna il distacco dal mondo, perché se come dice Jung: “Il Timore e la resistenza che ogni uomo naturale prova quando scava troppo a fondo in se stesso sono in ultima analisi la paura del viaggio nell’Ade” allora il personaggio fuoriuscito dalla fantasia del regista è naturalmente colui che trova la forza di questa calata non trovando più alcun riferimento fuori da sè. Non a caso Brad mette in atto i suoi propositi ferali nel momento in cui non può più compierli sul palcoscenico, perché allontanato dalla compagnia teatrale.

21/09/2009

Cast e credits

Distribuzione
OneMovie
Durata
93'
Produzione
Defilm, Industrial Entertaiment
Sceneggiatura
Werner Herzog, Herbert Golder
Fotografia
Peter Zeitlinger
Scenografie
Danny Caldwell
Montaggio
Joe Bini, Omar Daher
Musiche
Ernst Reijseger
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