Francis e Jennifer, i due Lawrence, condividono la loro parentela (unicamente) lavorativa dai tempi della saga Hunger Games negli ultimi tre atti, dunque hanno instaurato un rapporto tale da poter, dice il regista, confrontarsi sul final cut e sulle scene che avrebbero potuto mettere a disagio l’attrice premio Oscar. Collaborazione reciproca per i due sul tema del corpo femminile che permette a Jennifer Lawrence di confrontarsi con il nudo quale debolezza o arma, confinato in sprazzi di erotismo che intercedono per un thriller votato interamente allo spionaggio e al dramma amoroso. Scordatevi i balletti in piano sequenza di “Atomica bionda” o i gigionismi ipertroficamente action di Ethan Hunt.
Dominika è la prima ballerina del Teatro Bolshoi, finché un incidente che tronca la sua carriera artistica la avvicina per necessità alla SVR, l’intelligence russa. Usata inconsapevolmente come esca per un omicidio, sarà costretta ad arruolarsi nel gruppo scelto degli “sparrows”. Suo malgrado, Dominika interessa allo Stato russo per la sua bellezza, arma addestrata alla seduzione e alla manipolazione, ma nel tentativo di estorcere informazioni a un agente della Cia capirà di aver bisogno del suo aiuto. Non è intenzione di Francis Lawrence fare di “Red Sparrow” un thriller erotico, dunque i toni si fanno seri e politici, le situazioni costantemente pericolose in un dosaggio discontinuo di tensione. La storia si concede un ritmo lento, necessario alla trama per intrecciare e confondere, assumendo un aspetto internazionale nel vortice di viaggi tra Budapest, Mosca, Londra e Vienna. Invece di diluirsi nei suoi elementi essenziali e restringere il minutaggio con un montaggio maggiormente serrato, “Red Sparrow” procede per dialoghi, troppo spesso superficiali e generalizzanti, imbolsendo ulteriormente l’aspetto maggiormente stereotipico del film: la contrapposizione dei blocchi Est e Ovest, in cui a fare la parte del tiranno dittatore è irrimediabilmente Mosca.
Il mondo politico di “Red Sparrow” è violento e ambiguo, algido come la sua fotografia, non lesina sul sangue e imbruttisce, con furbizia calcolata, anche i corpi apparentemente così perfetti di Hollywood. L’intreccio si risolve divertito attraverso un’impennata narrativa sul finale, ma a non convincere sono i toni ardentemente filo-patriottici della pellicola, gli stessi che si rimproverano a un governo russo opprimente e fallacemente antagonista.
02/03/2018