Jeg forandres
Jo nærmere hun kommer på mig
Og jeg ved det godt
“Kriptonit” – Burhan G
James Gunn è quel regista che, dei cinecomic heroes, ha saputo più di ogni altro mostrare ed esaltare il lato umano rispetto a quello supereroistico, la persona e le sue fragilità dietro la maschera e il suo personaggio.
Per la sua ultima pellicola, però, la sfida era particolarmente difficile, in quanto si sarebbe trattato di rappresentare sullo schermo le debolezze del Super Uomo per antonomasia, vero e proprio Achille dei fumetti americani il cui unico tallone è la ormai proverbiale Kryptonite. A confermare la complessità della sfida, d’altronde, ci aveva già pensato Tarantino in “Kill Bill” che, nella Villa Quattro in quel di Salina, tramite il suo antagonista afferma che “Superman non diventa Superman. Superman è nato Superman. Quando Superman si sveglia al mattino è Superman. Il suo alter ego è Clark Kent. […] Quello che indossa come Kent, gli occhiali, l’abito da lavoro, quello è il suo costume. È il costume che Superman indossa per mimetizzarsi tra noi. Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? È debole, non crede in sé stesso ed è un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana”.
Ce l’ha quindi fatta Gunn a mettere efficacemente in luce il lato non-eroico di una delle icone più famose nel mondo rispetto a quello super, a mostrare Clark Kent a discapito di Superman? Per chi scrive, purtroppo, la risposta è no, e attenzione, non perché le intenzioni del regista fossero differenti rispetto a quanto dichiarato poco sopra: basta arrivare al monologo e alle sequenze finali del film per averne conferma. A mancare per Gunn è il terreno fertile sul quale far germogliare la sua poetica, essendo Superman un supereroe anomalo rispetto a quelli a cui il regista del Missouri è abituato, come appunto viene ricordato in “Kill Bill” alla fine del Volume 2.
James Gunn (St. Louis, 1966), infatti, si è affermato presso il grande pubblico soprattutto grazie al successo riscosso con la trilogia (e relativo special natalizio) dei “Guardiani della Galassia” di casa Marvel, successo poi consolidato con la regia del suo primo film in casa DC “The Suicide Squad – Missione Suicida” e i cui frutti sono stati possibili grazie ai semi piantati qualche anno prima con la direzione di “Slither” e “Super – Attento Crimine!!!“.
Nei titoli citati si ritrovano tutti i topoi, di forma e contenuto, più cari al regista americano, talvolta fra loro ibridati: in ordine sparso, l’amore per i freak, i loser e gli outsider, quello per l’horror e i suoi derivati, siano essi tentacolari e striscianti sanguisughe oppure giganti e devastanti kaiju alieni, quello per gli animali domestici dotati di superpoteri e infine quello per l’umorismo demenziale, non-sense e fuori contesto tipico di molte produzioni pop-culturali, fumetti in primis.
James Gunn è quindi un regista squisitamente nerd, nel senso più nobile del termine, ovvero profondo conoscitore del substrato originale delle sue opere, del linguaggio da esse adottato e capace di trasporre quel linguaggio sul grande schermo senza risultare pacchiano e di cattivo gusto.
La totalità degli elementi citati è presente anche in “Superman”, ma venendo a mancare il giusto contesto per esprimerli al meglio, la maggior parte di essi finisce per risultare fuori posto e decontestualizzata.
Si consideri ad esempio il protagonista stesso: Superman (interpretato da un David Corenswet tirato a lucido) è aitante, di successo, amato da tutti e quando non amato, banalmente è invidiato. Chiunque vorrebbe essere come lui perché, in una parola, Superman è un figo, possedendo una bellezza e una forza provenienti letteralmente da un altro pianeta. Infatti, per condurre una vita tranquilla sulla Terra, egli è costretto a vestire i panni di Clark Kent. A poco servono quindi le sue parole verso il finale del film con le quali afferma di essere umano poiché, come tutti gli altri esseri umani, commette errori e prova emozioni forti tipo, per esempio, amore e paura.
Molto più sfigati e per questo molto più efficaci per la poetica di Gunn sono gli altri protagonisti delle sue precedenti pellicole supereroistiche, a cominciare proprio dalla trilogia dei Guardiani: Peter Quill/Star-Lord è un mezzo-umano rapito in tenera età da una gang di pirati spaziali e, pertanto, completamente ignaro delle proprie origini per l’altra metà divine. Cresce insieme a dei freak e per questo si comporta e pensa a sé stesso come a un freak, poiché è soprattutto l’ambiente a influire sulla nostra realizzazione personale, come viene giocosamente ricordato in “Una Poltrona per Due“. Inoltre, tutti i membri della Suicide Squad, tra i quali risulta difficile determinare un vero e proprio protagonista, sono dei loser in partenza, chi più chi meno, super-criminali sì, ma gettati dai servizi segreti come carne da macello in una missione suicida dalla quale, se anche non torneranno vincitori, il governo avrà ottenuto comunque lo scopo di liberarsene. Non hanno nulla da perdere poiché hanno già perso tutto.
Infine, Frank Darbo/Saetta Purpurea in “Super – Attento Crimine!!!” è di fatto una persona dai forti tratti autistici, cresciuto senza affetto materno come Peter Quill e bullizzato fin da bambino, nonché convinto di poter sconfiggere il male indossando un costume in calzamaglia e gambizzando con una chiave inglese coloro che commettono ogni sorta di reato, compreso saltare la fila per i biglietti del cinema (!).
Ciascuno di loro è a suo modo un outsider, e infatti nessuno spettatore, probabilmente, potendo scegliere, opterebbe per diventare anche solo uno dei protagonisti citati. Eppure la grandezza di Gunn sta proprio nella sua capacità di far empatizzare il pubblico con questa strana gamma di (super)eroi, restituendo il loro lato umano prima ancora di quello mascherato e al contempo restituendoci una dolce-amara riflessione sull’assurdità della vita e sul ruolo che si è chiamati a interpretare all’interno di essa. In “Superman” questa profondità di significato però è assente, in quanto risulta sostanzialmente impossibile riconoscersi in un Super Uomo come l’omonimo protagonista del film e a poco servono le (brevi) scene di confronto/conforto offerto dai suoi genitori adottivi, i Kent. Rimane quasi solo un involucro vuoto, buono soprattutto a offrire due ore di intrattenimento senza troppe pretese, ma che fallisce nell’approfondire qualsivoglia riflessione degna di nota.
Altro grande limite della pellicola è la scrittura. Se è vero, come è già stato evidenziato poco sopra, che la presenza di un certo tipo di ironia e comicità è un marchio di fabbrica del regista americano, è altrettanto vero che nei suoi film precedenti questa veniva adeguatamente dosata e alternata a sequenze dall’afflato più drammatico. Si pensi ad esempio al difficile passato di Rocket in “Guardiani della Galassia Vol. 3” e a come questo venga raccontato in maniera dura e cruda nei fatti narrati, ma al contempo delicata e rispettosa nei toni. In “Superman” c’è spazio più o meno solo per la frivolezza, con battute che si susseguono una dietro l’altra anche nelle situazioni più impensabili, come combattimenti concitati e/o catastrofi inter-dimensionali dal carattere fantascientifico. Non mancano momenti più drammatici, ça va sans dire, ma questi o non sono adeguatamente preparati nel minutaggio precedente, oppure sono troppo sopra le righe. Si pensi ad esempio al venditore di panini ucciso da Lex Luthor con le pallottole in stile roulette russa: chi si ricordava chi fosse, in quel momento del film, e a chi mancherà da lì in avanti? Il megalomane monologo finale, invece, sempre di Lex Luthor, sulle sue manie di grandezza e sul suo innato odio verso Superman, suona così esageratamente altisonante da non riuscire ad essere preso veramente sul serio. Si è lontani quindi dalle toccanti riflessioni che Saetta Purpurea e la sua aiutante Saettina condividono circa i momenti della vita “tra una vignetta e l’altra”, quelli insignificanti e che per questo non vengono mai narrati nei fumetti ma relegati allo spazio bianco della pagina stampata. I due finiscono per concordare sul fatto che sono proprio quei momenti a costituire il grosso della vita umana, e che proprio per questo motivo devono essere vissuti appieno e con slancio positivo nonostante la loro, apparente, scarsa importanza. Lo stesso messaggio che Peter Docter avrà piacere di ricordare dieci anni dopo con il suo “Soul“, giusto per avere un’idea di quanto Gunn avesse centrato l’obiettivo già ai tempi.
Ancora una volta, “Superman” si rivela quindi un guscio vuoto, ammantato dei giusti elementi per intrattenere e strappare più di qualche risata, ma senza troppe pretese dal punto di vista semantico. Non si fraintenda, non è tutto da buttare e nel complesso non si sta parlando di una pellicola insufficiente, a cominciare dalle suggestioni horror che ogni tanto fanno intrusione sullo schermo per mettere alla prova lo spettatore medio. Ci si può anche leggere un sotto-tema ricorrente nella filmografia di Gunn, essendo che due di queste mostrano la violenza sugli occhi, e, quindi, meta-cinematograficamente, la violenza sullo sguardo dello spettatore: una cosa simile avviene in “The Suicide Squad – Missione Suicida” con le stelle marine aliene e la loro natura ciclopica.
Oppure si pensi ai parallelismi con l’attualità che il regista del Missouri inserisce nella narrazione, con il coraggioso intento di svecchiare un supereroe “nato già vecchio”, per usare le parole di qualcuno, ovvero nato già sufficientemente caratterizzato da non necessitare particolari sviluppi del suo personaggio. Si riportano due esempi significativi: l’utilizzo delle scimmiette manipolate mentalmente da Lex Luthor per postare insulti a ripetizione su Internet e così screditare pubblicamente la reputazione pubblica di Superman, come fossero dei bot, è una vera e propria critica all’hate speech e alle shit storm on-line. L’invasione del Jarhanpur da parte della Boravia, invece, per carnagione della popolazione oppressa e per disparità di armi e mezzi usati dagli oppressori, non può che rimandare all’attuale situazione in Medio Oriente, con la bandiera issata di Superman e l’arrivo della Justice Gang a voler rappresentare un messaggio di rivoluzionaria speranza verso la Palestina e di critica verso l’operato di Israele.
Ma è una scena in particolare a dare la tara di quanto James Gunn non abbia ancora perso la mano, una scena all’apparenza esclusivamente ludica ma che a ben vedere contiene una riflessione, questa sì, più profonda rispetto a tutto il resto del film.
Circa a metà del lungometraggio, Lois, la ragazza nonché collega di Clark Kent, fa coppia con Mr. Terrific, un membro della Justice Gang, per andare alla ricerca di uno scomparso Superman, in ostaggio chissà dove nelle mani di Lex Luthor. I due giungono a un campo base nemico, nel quale Mr. Terrific fa piazza pulita di tutti gli scagnozzi dell’antagonista nel mentre che confina Lois, di fatto una civile, dentro un campo di forza circolare rosso antiproiettile.
Dall’interno di questa bolla protettiva, James Gunn esegue un long take, con in sottofondo una canzone pop-rock ispirata agli Awesome Mix dell’universo dei Guardiani, e che per stile e ritmo ricorda molto i titoli di testa del loro “Volume 2“. Se però in quest’ultimo caso veniva utilizzato un dolly a seguire Baby Groot, mentre tutto intorno imperversavano combattimenti ed esplosioni, in “Superman” ci si limita a dei movimenti di macchina rotazionali il cui centro è proprio quello della bolla di forza. La particolarità sta nel fatto che durante tutta la sequenza viene annullato il controcampo. In altre parole, non vi sono mai riprese dall’esterno verso l’interno del cerchio, ma solo dall’interno verso l’esterno, tant’è che capita di avere intrusioni, nell’inquadratura, del volto spaventato e sbigottito di Lois mentre assiste al combattimento di Mr. Terrific. Questa assenza di un punto di vista esterno al combattimento, rende lo sguardo dello spettatore parte della scena stessa e non al di sopra di essa, di fatto mettendolo sullo stesso piano di Lois, come se si trovasse proprio di fianco a lei durante la battaglia. La scelta non è casuale: Gunn riporta infatti il focus del suo film sull’umano e non sul supereroe, poiché, dall’interno di quella bolla, si può solo assistere, impotenti, al combattimento di Mr. Terrific sperando che lui abbia la meglio e quindi, di riflesso, si possa non morire. L’annullamento del controcampo quindi è funzionale alla poetica del regista: non serve un secondo punto di vista, nella particolare circostanza in esame, poiché l’unico che veramente conta è quello di Lois all’interno della bolla. Meta-cinematograficamente parlando, è come se l’umano vincesse sul supereroe, che può solo essere guardato passivamente dall’interno ma non guardare attivamente dall’esterno del campo di forza.
In conclusione, “Superman” è un’opera con la quale il suo regista non è stato in grado di esprimersi al meglio, godibile per la sua forma ludica e per qualche intuizione azzeccata, ma che non offre poi molto in termini di vera e propria sostanza. Il che è beffardo se si considera che la sua pellicola migliore, per chi scrive, in originale è chiamata solo “Super” e riesce a restituire una riflessione profondamente umana anche se a mancare è proprio il suffisso “-man”, che invece è sì presente nel titolo dell’opera in esame, ma purtroppo senza un qualche significato di spessore a supporto.
Uno scambio di titoli sarebbe sicuramente più opportuno a descrivere la realtà delle cose.
Si ringraziano Francesco Cianciarelli e Giuseppe Gangi per l’utile confronto avuto in fase di scrittura.
19/07/2025