One Piece

15-09-2023

One Piece Live Action

 

[Nota bene: questo articolo aggiorna ed espande quello scritto a settembre 2023. Per coloro interessati solo alle sezione dedicata specificatamente alla seconda stagione recarsi qui]

[Prevedibilmente seguono SPOILER, moderati delle prime due stagioni di “One Piece” e sparsi e di scarsa rilevanza dell’interezza del manga]

 

Capitolo I: il tesoro del re dei manga

 

“[A] essere consumato non è la specifica vicenda narrata o uno specifico prodotto derivato, ma il sistema che si presume vi sia celato dietro”[1]

Ōtsuka Eiji

Annunciata nel lontano 2017 in occasione del ventesimo anniversario del manga, la prima stagione dell’adattamento live action di “One Piece” di Oda Eiichirō arrivò sui lidi di Netflix solo il 31 agosto 2023, dopo circa due anni di lavoro rallentati dalla pandemia e da numerosi altri fattori, come la necessità di attendere i costanti feedback del mangaka e del suo team riguardo alla direzione del progetto. Nonostante le aspettative piuttosto basse di buona parte del fandom, e la discutibile gestione precedente di Netflix e Tomorrow Studios di un’altra iconica opera nipponica come “Cowboy Beebop”, alla prima stagione arrise infine un successo che ha pochi eguali anche nella storia della più celebre e discussa piattaforma OTT. Un successo che però va ribadito ha radici lontane e profonde, tali da permettere alla sgraziata prima stagione di “One Piece” di divenire la serie più vista al lancio nel maggior numero di nazioni (ben 84), superando i record di “Mercoledì” e “Stranger Things”[2] (pur non superandole per quanto riguarda le visualizzazioni effettive), nonché la serie Netflix più vista nella seconda metà del 2023[3]. La solidità e l’entità del successo della serie, così come il rapido annuncio del rinnovo per una nuova stagione, non possono difatti essere attribuite solo alla martellante promozione del colosso dello streaming, che riempì per mesi ogni piattaforma social di decine di contenuti a tema “One Piece”, spesso con i cinque carismatici interpreti dei protagonisti al centro, strategia comunque replicata con ancora maggiore intensità per la seconda stagione.

“One Piece” ha cominciato difatti a costruire un franchise, e una fanbase, con davvero pochi eguali nel contesto dell’affollatissima industria mediale nipponica già 29 anni fa, quando il primo iconico capitolo “Romance Dawn”[4] (qui ovviamente titolo del primissimo episodio della serie) uscì il 22 luglio 1997 sul magazine di manga per ragazzi “Weekly Shōnen Jump” a firma dell’allora ventiduenne Oda Eiichirō. Dopo oltre 1100 capitoli del manga, quasi altrettanti episodi dell’anime, 114 volumi in formato tankōbon (che tra l’altro sono valsi alla serie il titolo di fumetto più venduto di sempre con circa 600 milioni di copie), 15 film che espandono la storia del fumetto (fra cui uno diretto dal buon Hosoda Mamoru) e decine di videogiochi, light novel e altre forme di adattamento crossmediale, evidentemente una grande produzione live action era l’unica assenza di rilievo (fig. 1). Un tipo di adattamento che però si è rivelato fin da subito complesso, come chi ben conosce l’universo di “One Piece” ha temuto fin dall’annuncio. In primo luogo per ragioni di scala: adattare 26 anni di serializzazione quasi settimanale in qualche stagione di circa otto episodi ciascuna è parsa fin da subito una missione quasi impossibile, aggravata dalla proporzioni stesse del mondo creato da Oda Eiichirō, composto da decine di isole, spesso l’una diversa dall’altra, e con al suo interno centinaia di personaggi dotati di proprie ambizioni e caratteristiche. Se a questo si aggiunge la natura sopra le righe del mondo di “One Piece”, caratterizzato da uno stile grafico che tende al super deformed e da una panoplia di colori e forme, nonché dalle personalità larger than life di quasi tutti i suoi personaggi, l’impresa in cui si sono gettati gli showrunner Matt Owens e Steven Maeda (poi sostituito da Joe Tracz nella seconda stagione) pare davvero degna del titanismo della quête di Luffy e sodali.

Fig. 1: il mediamix[5] di “One Piece”

È difficile d’altronde spiegare il successo di “One Piece” a coloro che sono digiuni del manga e della selva di estensioni mediali senza accennare alla complessità del mondo sviluppato nel corso degli anni da Oda Eiichirō (decisamente un narratore “giardiniere” per utilizzare le categorie di George R. R. Martin) e dei temi che ne sono al centro fin dalle semplici scorribande piratesche nell’East Blue che sono il nerbo di ciò che si vede nella prima stagione. Se al suo cuore “One Piece” può essere considerato un battle shōnen piuttosto classico, con i tradizionali temi dell’affermazione individuale, del valore dell’amicizia e dell’importanza della perseveranza, questi si intrecciano, invero soprattutto dopo l’ingresso nella Grand Line (o Rotta maggiore, nell’adattamento italiano), con tematiche più complesse e non così frequentate dalla produzione del filone, soprattutto nel corso degli anni 90, come il razzismo, la corruzione sistemica delle istituzioni, l’autoritarismo, gli effetti dell’influenza umana sull’ambiente. Il tutto inserito in un mondo vibrante e in continuo cambiamento, attraversato perciò da numerose linee narrative che corrono in parallelo, contribuendo a un mix di molte cose poco originali che però non è simile a nient’altro. “One Piece” perciò è un’opera che da una parte si presta agevolmente alla narrazione multistrand della serialità contemporanea ma dall’altra propone un mondo così altro e ricco da rischiare di alienare i nuovi spettatori, o deludere quelli vecchi in caso di eccessive modifiche, oltre ovviamente a spaventare gli executive di Netflix con costi potenzialmente superiori a qualsiasi altra cosa l’azienda statunitense abbia mai prodotto. Un mondo che infatti solo nella seconda stagione, con l’ingresso nella Rotta maggiore, ha cominciato a mostrare veramente la sua vastità, e lo sforzo produttivo necessario e concretizzarla. 

Capitolo II: il calice amaro dei live action di Netflix

“[Q]uesto duplice aspetto di ‘One Piece’, questo suo essere al tempo stesso innovativo nella singola trovata ma ortodosso nel suo insieme, è il suo vero punto di forza”[6]

Gabriele Bertoloni e Angelo Cavallaro

Se già la prima stagione della serie live action di “One Piece” si era distinta per il secondo budget più alto di sempre per una serie Netflix, ovvero 144 milioni di dollari complessivi, non stupisce  che il dispendio economico nel progetto si sia fatto ancora più significativo, anche per venire in contro a varie critiche poste alla prima stagione. D’altro canto il successo di cui si scriveva sopra aveva già reso l’investimento nei primi otto episodi più solido di quanto lo fossero i precedenti tentativi della piattaforma OTT di adattare celebri franchise nipponici, ovvero “Death Note” e “Cowboy Bebop”, caratterizzati inoltre da un indiscutibile insuccesso critico e dalla risposta ostile dei fan, oltraggiati dai molti cambiamenti rispetto all’opera fonte. Sebbene questi non siano mancati neanche nell’adattamento dell’opera di Oda Eiichirō questa pare avere d’altro canto incontrato fin da subito un favore, sia critico sia del pubblico, molto più grande, forse memore proprio degli errori dei precedenti adattamenti, i quali sembravano più interessati a inserire opere di diversa matrice culturale e industriale all’interno del labirintico e all’epoca ancora più culturalmente omogeneo catalogo Netflix che a omaggiare una pietra miliare della cultura pop giapponese. Non vi è dubbio pertanto che il live action di “One Piece” più che a “spezzare la maledizione” dei brutti adattamenti occidentali di opere cult nipponiche (una tradizione che ha le sue origini forse già con lo stracult “Super Mario Bros.” del 1993 e sicuramente col trashissimo “Dragonball Evolution” del 2009) sia servito semmai a portare avanti la sempre più ambiziosa politica di internazionalizzazione delle produzioni Netflix, arrivando ora a investimenti di notevoli proporzioni e ambizioni.

Una co-produzione nippo-americana, basata su un fumetto giapponese, girata in Sudafrica (una delle più grandi produzioni di sempre sul suolo africano[7]) e con contributi tecnici e artistici provenienti da ogni parte del globo è d’altronde un prodotto che incarna (o meglio, vuole incarnare) l’attuale produzione glocal di Netflix molto più di quanto abbia fatto lo stereotipicamente americano “Stranger Things”, ora conclusa serie di punta della piattaforma che forse proprio “One Piece” potrebbe sostituire. In questa misura la serie si distanzia molto anche dagli altri adattamenti live action di celebri anime e manga presenti su Netflix, i quali non sono produzioni native ma prettamente giapponesi e che la piattaforma OTT si limita a distribuire internazionalmente, potendo così anche sfruttare la grande quantità di nippofili che ha da sempre attirato col suo vasto catalogo di anime e dorama (breve inciso: la prima stagione del live action ha portato la serie anime di “One Piece” a raddoppiare le sue visualizzazioni su Netflix[8]). Prodotti come “Rarouni Kenshin” e la trilogia di “Fullmetal Alchemist” (che tra l’altro condivide uno degli interpreti principali con “One Piece”, ovvero l’attore e artista marziale Mackenyu) sono d’altronde frequentissimi nella produzione audiovisiva del paese asiatico, in cui ogni franchise che abbia un minimo successo viene adattato in quante più forme e media possibili, spesso perseguendo una grande aderenza all’opera fonte che si “appropria[…] dell”estetica dell’artificio’ del fumetto, accogliendone codici espressivi […] con un’intensità […] superiore in ragione della pervasività del bagaglio iconico di manga e anime sul tessuto culturale e sociale giapponese contemporaneo”[9] (fig. 2).

Fig. 2: fra Giappone e Stati uniti, due tipi di adattamento live action

Tali opere hanno d’altro canto la loro origine nel cinema tokusatsu, il cinema a effetti speciali nipponico che da soprattutto dal “Godzilla” di Honda Ishirō in poi (che, va ricordato, si ispirava a sua volta al “King Kong” del 1933[10]) è diventato parte integrante dell’industria cinematografica, e poi anche televisiva, nipponica, proponendo una sfilza di mostri, supereroi e robot di discutibile realismo ma di grande influenza culturale. Prendendo quindi ispirazione da una produzione culturale che ha sempre puntato sull’aspetto più strettamente spettacolare, quasi mélièsiano, dell’effetto speciale e puntando al contempo a un pubblico di fan, gli adattamenti live action provenienti dal Giappone non hanno mai ambito a quella verosimiglianza e universalità tematica e rappresentativa che si attende invece da una grande produzione occidentale, anche quando di genere fantastico. Il corrispettivo hollywoodiano più prossimo al cinema tokusatsu sono forse i cinecomic che imperavano negli anni in cui la serie fu progettata, i quali, al netto dei budget molto più grandi, si caratterizzano per altro per un approccio alle opere fonte solitamente molto più rielaborativo, possibile modello di quello che ha reso gli adattamenti Netflix di “Death Note” e “Cowboy Bebop” così vituperati (fig. 2). La prima stagione della serie live action di “One Piece” si pose in una posizione mediana, dovendo adattare un’estetica che fa sfregio di ogni presunzione di verosimiglianza e condensare le vicende dei primi 95 capitoli del manga in otto episodi senza tradire i temi, così come gli stilemi, che hanno contribuito a rendere “One Piece” un’opera così amata, al contempo adattandola a un contesto glocal senza privarla del tutto della suo “odore culturale” distintivamente giapponese[11].

Capitolo III: “One Piece” Netflix, ovvero del filmare il fumetto

“Supposto che i romanzi moderni descrivano vividamente la realtà, i romanzi otaku rappresentano vividamente la fantasia”[12]

Azuma Hiroki

Messo in prospettiva l’aspetto produttivo e contestuale della serie Netflix, soprattutto per quanto riguarda la prima stagione, è giunto il momento di analizzare più nel dettaglio gli esiti di questo curioso esperimento ad alto budget, un’opera carica di spunti di riflessione proprio per la sua natura ibrida e intermedia, fra Giappone e Stati uniti, fra pedissequa citazione e libera interpretazione, fra fumetto e televisione. Un elemento che la serie rimarca fin dai primi secondi, facendo emergere le barche ormeggiate al largo del porto di Loguetown da una vecchia mappa (come quelle che accompagnano i titoli di coda di ogni episodio) che diventa il profilo digitale della città in live action, per poi sovrapporre, introducendo uno stilema che verrà adoperato in tutta la serie, al volto del condannato ex-Re dei pirati Gol D. (ops, Gold) Roger la sua taglia da ricercato, omaggiando così uno degli elementi più riconoscibili del franchise di “One Piece”. Questa intromissione metalinguistica (i pirati presentati così spesso interagiscono con la taglia extradiegetica, spostandola, tagliandola, accartocciandola, etc.) detta fin da subito il tono autoreferenziale e divertito dell’intera operazione, la quale è difatti uno spassionato tour fra le citazioni al manga e all’anime, smaliziato e sopra le righe come ci si aspetta dalla sua eccentrica fonte ma ciononostante ugualmente capace di inserire parentesi più serie e drammatiche, cercando di replicare la giostra di saliscendi emotivi che è “One Piece”.

Se questa paradossalmente costante incostanza di tono poteva essere prevedibile, considerando quanto i produttori si sia prodigati fin dagli inizi del progetto per sottolineare la loro fedeltà al materiale originale e alla sua ricchezza di toni, paiono molto più interessanti le scelte che intendono omaggiare da un punto di vista stilistico l’opera originale. Sono numerosi difatti i tratti stilistici del live action di “One Piece” che paiono tentare di rendere all’interno del medium audiovisivo (e della spesso ancora più limitata grammatica televisiva, evidente in particolar modo nella prima stagione) aspetti tipici del medium del fumetto, e ancora più nello specifico del manga di Oda Eiichirō. Il découpage stesso sembra voler rendere la varietà di inquadrature e prospettive tipica del fumetto, le cui vignette non sono formalmente vincolate come l’inquadratura cinematografica, ancor più in un fumetto eccentrico e ricco di dettagli ed elementi da enfatizzare come “One Piece”. Insieme ai più tradizionali split screen, i primissimi piani con ottiche grandangolari sono stati utilizzati specialmente nel primo instalment per trasporre sul piccolo schermo di casa (o quello piccolissimo dei device mobili) i primi piani dei volti dei protagonisti del fumetto mostrati in isolamento, non essendo difatti solo un omaggio allo stile stralunata dell’opera fonte ma soprattutto la testa di ponte per cercare di normalizzare la succitata “estetica dell’artificio” all’interno di un medium completamente diverso.

Fig. 3: il fumetto nella serie tv, lo stile di “One Piece” Netflix

Il grandangolo viene d’altronde usato anche in campi medi, e in un paio di occasioni pure in campi lunghi, per cercare di rendere realisticamente le prospettive sghembe delle vignette spread, dilatanti sull’intera doppia pagina del fumetto la scena ma concentrando spesso gli elementi più essenziali al suo centro. La regia canonicamente televisiva che caratterizza soprattutto la prima stagione del live action di “One Piece” finisce per sposarsi da questo punto di vista furbescamente bene con la grammatica fumettistica di Eiichirō Oda, la cui alternanza di primissimi piani deformanti, campi medi e campi lunghi che fungono da enstablishing shot o da accentratori di, grande, attenzione su un punto singolo non risulta così distante da quella per cui i registi della serie Netflix hanno optato, pur mancando spesso dell’inventiva con cui il mangaka combina i suddetti semplici elementi (fig. 3). La staticità della regia nella maggior parte delle sequenze è forse il principale ostacolo al ritmo comunque serrato dei primi otto episodi, la cui cavalcata attraverso i primi 95 capitoli del manga ha l’indubbio pregio di non annoiare quasi mai chi guarda, al costo di glissare su sviluppi e dialoghi potenzialmente rilevanti ai fini della trama o di condensare molte sequenze in una. Anche da questo punto di vista il tentativo di replicare in forma audiovisiva lo stile di Oda può dirsi tutto sommato riuscito, in quanto la ricchezza di avvenimenti per singolo capitolo e di dettagli per ogni vignetta è sempre stata tipica dell’opera dell’autore giapponese, per quanto sia diventata particolarmente evidente, nel bene e nel male, soprattutto a partire dalla seconda metà del manga. Il live action di “One Piece”, così come anticipa vari elementi narrativi della long run del fumetto, pare anche riprendere l’horror vacui stilistico che lo caratterizza, per quanto l’operazione riesca decisamente meglio nelle sequenze in interni rispetto a quelle in esterni.

Non è un caso che la maggior parte delle sequenze più importanti della serie, soprattutto quelle d’azione, avvenga all’interno di edifici, in opposizione alla preferenza per gli ambienti aperti del manga, potendo così sia limitare i costi economici della costruzione di set vasti sia quelli dovuti alla CGI, per cui le ombre degli interni sono una manna per evitare di evidenziare la pochezza tecnica della maggior parte degli effetti visivi del live action. Ovviamente ci sono eccezioni, le quali spesso hanno luogo in ambienti per quanto ampi comunque conchiusi, come la battaglia ad Arlong Park nell’ultimo episodio della prima stagione o lo scontro nella piazza di Loguetown nel primo della seconda. In queste sequenze è un’altra scelta stilistica a distinguersi, ovvero il long take, il quale accompagna le notevoli coreografie dei duelli corpo a corpo curate da Franz Spilhaus, in cui sono soprattutto le performance di Mackenyu/Zoro e Taz Skylar/Sanji (e dei rispettivi stunt, ovviamente) a distinguersi come una delle componenti più riuscite della serie, culminando non a caso nel conflitto fra Zoro e i 100 membri di Baroque Works a Whisky Peak (terzo episodio della seconda stagione). Il long take, prevedibilmente sovrautilizzato all’interno del più limitato set della nave dei Marine della prima stagione, pare una scelta in controtendenza rispetto al mimetismo stilistico per cui hanno optato i registi di “One Piece”, non avendo controparti nella grammatica del fumetto, ma risulta in realtà un interessante escamotage per dare tridimensionalità al mondo della serie e quindi a segnalare comunque la sua differenza rispetto all’opera fonte, oltre a produrre una fruttuosa contraddizione che già il secondo instalment mostra di saper sfruttare meglio.

Fig. 4: più realisti del re, il rebuilding del mondo di “One Piece”

Parlando di differenze rispetto al fumetto, e prima di dedicare spazio alla componente in cui ci sono stati i cambiamenti più consistenti, ovvero quella narrativa, è opportuno menzionare le già accennate scenografie, le quali in un’opera dal worldbuilding così caratteristico divengono necessariamente, insieme ai costumi curati da Diana Cilliers (e Plaatjies Chad nella seconda stagione), qualcosa che contribuisce a definirne lo stile. La ripresa minuziosa, ma forse fin troppo scolastica, dei costumi presentati nel manga, e soprattutto nelle copertine e nelle splash page e nelle color spread[13] che solitamente aprono i volumi del fumetto, si contrappone da questo punto di vista all’innovazione del reparto scenografico guidato da Richard Bridgland (sostituito nel secondo instalment da Tom Hannam e Max Gottlieb). Molte delle location più iconiche del manga sono state difatti notevolmente modificate nell’adattamento live action, in alcuni casi per far fronte a questioni economiche e di sceneggiatura (come Syrup Village), in altre per rendere più riconoscibili ambientazioni che invero nella saga dell’East Blue spesso non sono molto ispirate, rendendo ad esempio Shells Town un rip off di Positano. Per quanto possa sembrare un’affermazione ardita, le scenografie viste nella prima stagione di “One Piece” rendono, insieme alla fotografia satura che enfatizza i molti colori delle ambientazioni, le location della serie ancora più “One Piece” di quanto siano effettivamente quelle della prima parte del manga (fig. 4), prefigurando la maggiore fedeltà all’eccentricità visiva dell’opera fonte di cui la seconda stagione si fa araldo, una volta liberatisi del timore che la serie potesse essere troppo sopra le righe pure per il pubblico della piattaforma OTT.

Capitolo IV: Weaving a Story, ovvero le gioie dell’adattamento

“I don’t think that was the point of the story.”

“Stories can have different points.”

Dalla serie, episodio 6 della prima stagione

D’altronde, fin dal principio Matt Owens e Steven Maeda si erano proposti di far comprendere agli spettatori ignari dell’opera originale la vastità e ricchezza del mondo di “One Piece”[14], potendo così inserire nel corso dei primi otto episodi non solo svariate citazioni a tutta la produzione di Oda Eiichirō ma anche elementi che permettano di anticipare gli sviluppi successivi della storia, laddove la saga dell’East Blue è quasi conchiusa in sé stessa (come quel mare lo è al resto del mondo, in effetti). Il citazionismo, che pur è una componente fondamentale di questo live action, non si limita difatti al solo fan service ma svolge un ruolo significativo nel dare consistenza al mondo: ad esempio il racconto che Nami fa a Zoro ferito delle vicende dell’esploratore Mont Blanc Noland non è solo un accenno a uno dei personaggi secondari, e a una delle saghe, più amati dell’intera opera ma permette anche di mostrare un frammento della cultura popolare del mondo di “One Piece”, oltre a introdurre i temi centrali del sesto episodio di responsabilità individuale, mistificazione e multiprospettivismo del reale (fig. 5). Cambiamenti come questo contribuiscono a rendere il mondo più vivido e al contempo permettono di introdurre elementi e temi che diverrebbero più rilevanti in seguito, come ad esempio la questione del razzismo ai danni degli uomini-pesce, destinata nel fumetto a diventare importante solo a partire dall’arco narrativo delle isole Sabaody ma che viene introdotta con efficacia nel primo instalment dal personaggio di Arlong, rendendo più chiare le motivazioni di uno dei villain più iconici della serie, qua reso il principale antagonista dell’intera stagione.

O forse non è lui ad esserlo, considerando che il più grande cambiamento dal punto di vista narrativo rispetto all’opera fonte visto nella prima parte della serie è il discusso inserimento della sotto-trama che racconta l’inseguimento del vice-ammiraglio della Marina Garp ai danni del protagonista Monkey D. Luffy, che si sviluppa in parallelo al percorso di maturazione e comprensione del proprio posto nel mondo (e nell’istituzione di cui fanno parte) delle reclute della Marina Koby e Helmeppo. Per quanto criticata, e alla volte in effetti statica come i colori opachi della fotografia di quelle sequenze paiono sottolineare, la trama parallela dei Marine all’inseguimento della ciurma di Cappello di paglia è una parte fondamentale sia del live action di “One Piece” come progetto sia dello sviluppo della prima stagione e dei suoi temi. Infatti adatta il manga di Oda Eiichirō, piuttosto lineare per quanto concerne la saga dell’East Blue, al contesto della narrativa multistrand che fin dai tempi della “quality television” di HBO spadroneggia nella produzione seriale statunitense[15], dividendo il racconto in più linee narrative in anticipo rispetto al fumetto, la cui struttura si complica solo col dipanarsi del mondo in cui i protagonisti vivono le loro avventure. Questo accorgimento narrativo permette inoltre di dare più continuità alla presentazione di personaggi che diverranno più importanti in seguito, in primis Koby, dando anche da questo punto di vista la possibilità al pubblico di apprezzare la ricchezza dell’universo di “One Piece”, facendo ampio uso del foreshadowing[16], come la narrativa pop contemporanea prevede.

Fig. 5: citazione e innovazione nell’impianto discorsivo di “One Piece” Netflix

Proprio partendo da Koby, la cui interpretazione fatta da Morgan Davies è probabilmente tra le migliori di una prima stagione che non brilla per le performance attoriali (la seconda migliora il prodotto anche da questo punto di vista), e dall’utilizzo di certe modifiche alla trama per anticipare importanti sviluppi narrativi successivi si deve partire per ribadire l’importanza tematica dell’aggiunta della sotto-trama dei Marine (che in realtà è una reinterpretazione piuttosto libera della serie di “mini-avventure”[17] raccontata nei capitoli 83-119 del manga). Infatti, Koby, giovane timido finito prigioniero della ciurma guidata dalla feroce piratessa Alvida, dopo essere stato salvato da Luffy decide di unirsi alla Marina per poter difendere i deboli e impedire che nessuno soffra i suoi stessi traumi, iniziando un percorso di maturazione e assunzione di responsabilità culminato solo un ventennio dopo nel manga e di cui, sempre nell’opera originale di Oda, non vediamo i progressi fino al capitolo 432. Il viaggio dell’eroe di Koby è un chiaro rispecchiamento di quello del protagonista del manga interessato a diventare Re dei pirati (d’altronde “la persona più libera di tutti i mari”[18]) e riflette similmente sul peso della responsabilità che deriva dalla libertà individuale e sull’importanza dell’azione individuale per imporre un cambiamento collettivo a sistemi disfunzionali (come sia la corrotta e classista Marina sia lo spietato mondo dei pirati sono), temi che il live action intende enfatizzare già nella prima stagione, anticipando così la centralità che otterranno in modo più netto in futuro (e che la seconda stagione rimarca soprattutto con gli ultimi tre episodi).

Allo stesso modo, e anche da questo punto di vista la sotto-trama dei Marine nella prima stagione si rivela rilevante, i temi della libertà e della liberazione sono centrali fin dal primo episodio del live action, spesso presenti nei dialoghi del protagonista interpretato in maniera altalenante da Iñaki Godoy, in modo da sostanziare l’altro grande tema, quello prettamente shōnen, di “One Piece”, ovvero la perseveranza nel perseguire le proprie ambizioni. Libero e pertanto liberatore, e d’altronde colui che sconfigge Arlong (il primo di tanti tiranni abbattuti, come re Wapol della seconda stagione che ne è un esempio ancora più esplicito) distruggendo letteralmente il simbolo del suo potere, Luffy spinge tutti i suoi sodali a liberarsi dai limiti loro precedentemente (auto)imposti. La prima stagione adatta ciò con efficacia proprio in virtù della rigida strutturazione in quattro archi narrativi che vanno a costruire con una studiata composizione di dialoghi, flashback e sequenze d’azione la crescita individuale dello stoico spadaccino Zoro, della misteriosa ladra e cartografa Nami, del grande imbonitore Usopp o del cuoco dai talenti marziali Sanji (fig. 6), a cui nella seconda stagione si aggiungono l’ansiosa principessa sotto copertura Vivi e l’ibrido renna-umano dal retroterra tragicissimo Chopper. Nonostante la sceneggiatura soffra spesso di ridondanza e di letteralità, determinate in primo luogo dallo scarso tempo a disposizione e dalla necessità di comprimere eventi e informazioni rilevanti, e infatti ben più evidenti nella prima stagione, è difficile negare che riesca a trasporre i temi portanti dell’opera (e soprattutto quelli che lo diverranno, portanti) in un’avventura cappa e spada fantasy fieramente camp, andando a conseguire anche da questo punto di vista un precario equilibrio che rende l’opera apprezzabile per i fan e accessibile per i curiosi, oltre che funzionale nonostante le sue asperità.

Fig. 6: il coming of age in “One Piece” fra riflessione, interazione e azione

Non va infatti sottovalutata la varietà forse eccessiva di ambientazioni e registri, che se da un lato rende “One Piece” quello che è, dall’altro rischia a più riprese di minare il grande impegno della crew e del cast nel confezionare una prodotto la cui discontinua storia si sviluppi fluidamente e il cui mondo sopra le righe non finisca mai nel trash più sfacciato. Non appare casuale neanche il fatto che molte delle sequenze più riuscite del primo instalment (il primo confronto fra Buggy e Luffy, i momenti slasher nella villa di Kaya, il dialogo fra Nami e Zoro al Baratie, l’incontro fra Koby e Luffy alla fine dell’ottavo episodio) siano proprio quelle che si allontanano maggiormente dalla fonte e ne rielaborano i temi e i toni in modalità originali, lasciando l’eccentricità dell’opera originale parzialmente da parte. È forse questa contraddizione la più significativa per comprendere il “One Piece” di Netflix, in special modo la prima stagione: un prodotto bloccato in una posizione intermedia e stolidamente indeciso su quale direzione prendere. L’efficacia di molti dei cambiamenti apportati dai due showrunner e dall’intero team di sceneggiatori ha mostrato l’importanza di saper rielaborare un’opera-fonte così impegnativa, laddove è stata soprattutto l’aderenza pedissequa alla fonte a garantire l’apprezzamento della maggior parte dei fan e, quel che è ancora più importante, l’immediata riconoscibilità del prodotto, fondamentale per essere notato all’interno del catalogo Netflix, e poter gettare così le basi di una seconda stagione ancora più ambiziosa.

Capitolo V: Into the Grand Line, verso la grandezza

“Il mare sembra immenso quando sei lontano da casa tua.”[19]

Dal manga

Si può sostenere che la scala ridotta sia stata sia un limite sia un punto di forza della prima stagione del live action di “One Piece”. Un limite per le vari ragioni già discusse in precedenza, che vanno dal rischio che ambientare quasi ogni sequenza in interni sminuisse l’enfasi sulla libertà che i numerosi spazi aperti del manga rendono visivamente alla riduzione della componente più spettacolare che, nonostante le proporzioni più ridotte di isole e nemici nell’East Blue, è comunque un tratto caratteristico dell’opera fonte, quindi soffocato da set piuttosto poveri di dettagli e combattimenti frettolosi. Può essere però considerato un punto di forza per le modalità con cui ha permesso di mettere in scena l’eccentrico e smisurato mondo di “One Piece” in modalità più semplici e realistiche, tenendo sotto controllo i costi comunque notevoli della prima stagione e soprattutto rendendo di maggiore impatto l’arrivo nella Grand Line, quando i protagonisti si trovano per la prima volta di fronte alla vera grandezza, ricchezza e complessità del mondo di cui fanno parte. La seconda stagione del live action (curiosamente per gli standard di Netflix accompagnata da un sottotitolo, “Into the Grand Line/Verso la Rotta maggiore”) non aspetta neanche che la ciurma di Cappello di paglia arrivi in quel mare per mostrare le proporzioni molto più vaste del mondo in questo instalment, e quindi le sue maggiori ambizioni dal punto di vista produttivo e non solo. Infatti, ciò viene palesato non appena si giunge a Loguetown, setting del primo episodio e luogo dove iniziava anche la stagione precedente, con le tentacolari vie del set gremite di centinaia di comparse e colme di ogni genere di citazione o easter egg[20], prima che la più ampia e meglio coreografata battaglia della serie finora mostri quanto non siano solo i set a essersi fatti più grandiosi.

Fig. 7: Verso la Rotta maggiore, verso maggiori dimensioni

Se la grandeur visiva e scenografica del mondo di “One Piece” viene perseguita con più convinzione dalla seconda stagione del live action, dalla vasta piazza di Loguetown fino alle colossali montagne del regno di Drum (fig. 7), l’incrementato budget e le maggiori ambizioni della serie Netflix vengono evidenziate in modo forse ancora più significativo da ben altri tipi di proporzioni. Non è casuale la scelta di far sì che Buggy e Alvida, due dei principali antagonisti della prima stagione che ritornano nell’episodio iniziale, vengano sconfitti senza quasi colpo ferire, laddove dopo pochi istanti si assiste all’inarrestabile protagonista umiliato da un nuovo avversario, il capitano della Marina Smoker, per essere salvato solo da un apparente deus ex machina. La sottomissione di Luffy è ancora più netta e brutale che nell’opera fonte, permettendo tra l’altro di esibire il miglioramento degli effetti visivi con i poteri sovrannaturali di Smoker, e racconta a chi guarda di una realtà di diversa magnitudine rispetto a quanto visto nella prima stagione. Ancora più rilevante a questo proposito è la principale scena action successiva, ovvero il combattimento di Zoro contro i mercenari di Baroque Works, il quale illustra quanto anche la coreografia e la regia delle sequenze siano andate incontro a un vero e proprio upgrade (quasi un power up verrebbe da dire, visto che si parla di un battle shōnen), riproponendo i long take che nella prima stagione evidenziavano la tridimensionalità del mondo distinguendolo dal medium di partenza e che qui invece si fanno in primis mezzo per enfatizzare le nuove proporzioni di questo mondo, dei suoi ambienti, dei suoi duelli, delle ambizioni dei suoi eroi. È infatti significativo che Zoro veda costantemente il suo obiettivo da battere, il Corsaro Mihawk, come una presenza immateriale che influenza la battaglia, visualizzando le ambizioni al contempo smisurate e astratte dei protagonisti.

Nella seconda stagione del live action di “One Piece” si può in generale considerare superato il modus operandi ambivalente adottato da produttori e sceneggiatori nella prima iterazione della serie, rinunciando a rielaborazioni massicce dell’opera fonte, sia nella trama sia nel worldbuilding, e cercando invece di rendere nel modo più fedele, e più marchiano, possibile l’entità fuori scala del mondo di “One Piece”, quanto meno una volta giunti nella Grand Line. Molto di ciò che la ciurma di Cappello di paglia fronteggia in questo instalment ha d’altronde proporzioni titaniche (fig. 7): dalla montagnosa Red Line che i pirati devono scalare con la nave per raggiungere la Rotta maggiore (à la Fitzcarraldo, verrebbe da aggiungere) e dall’enorme balena-isola Laboon che è il primo essere vivente che incontrano una volta raggiunto quel mare fino ad arrivare ai giganti e ai dinosauri dell’isola ironicamente chiamata Little Garden e ai picchi innevati di Drum, la cui difficilissima scalata si fa rappresentazione del tentativo da parte dei protagonisti di superare sfide di ogni dimensioni (e viene infatti pure ripetuta, a differenza che nel manga, e non a caso da Vivi). In ciò la seconda stagione di “One Piece” riesce non solo a mostrare in maniera efficace l’incrementato sforzo produttivo da parte di Netflix (la cui fiducia nel progetto è tale che sono già in corso le riprese della terza stagione) e a rendere con maggiore fedeltà la natura smisurata dell’universo che sta cercando di mettere in scena con un medium realistico, ma anche a dare giustizia all’ambizione che è d’altronde uno dei temi centrali dell’opera e che ora si può proprio asserire sia stata abbracciata anche dai creatori della serie.

Fig. 8: l’incessante, smisurata e sfaccettata campagna marketing

di “One Piece: Into the Grand Line”

La seconda stagione ha al suo cuore il tema della responsabilità della leadership e del sacrificio individuale a favore della comunità e pare fruttuoso che con essa “One Piece” si sia ritrovato a essere il prodotto di punta del catalogo Netflix e in generale della serialità (non quality) ad alto budget. Se la scelta della piattaforma OTT pare aver dato frutti, considerando che questi nuovi otto episodi paiono attestarsi su visualizzazioni simili a quelle della stagione precedente e un apprezzamento critico decisamente superiore[21], va considerato che questo non sarebbe stato possibile senza una campagna marketing dalla durata e dalla varietà con pochi eguali, echeggiando pure da questo punto di vista le ambizioni della serie. Sono infatti passati quasi due anni dai primi sneak peek dedicati alla seconda stagione, ricorrendo a ogni elemento della scenografia e del décor, così come a ogni interprete, per mantenere l’attenzione del pubblico sul progetto, arrivando a replicare la già variegata campagna pubblicitaria della prima stagione, durata pochi mesi, e a disseminarla nel lunghissimo periodo in cui la seconda stagione è entrata in produzione, una volta conclusi gli scioperi degli attori e degli sceneggiatori, è stata filmata e, soprattutto, ultimata in post-produzione (fig. 8). Probabilmente, da un punto di vista di analisi mediale il marketing della seconda (e già della terza!) stagione di “One Piece” Netflix meriterebbe un capitolo a parte in questa disamina, per evidenziare quanto i contenuti più o meno faceti che hanno gremito i social media soprattutto negli ultimi mesi siano stati rilevanti per mantenere non solo l’attenzione sempre più limitata del pubblico sul progetto, ma anche per presentare anche al di fuori della serie in senso proprio la sua vastità e diversità.

Il mondo di “One Piece” non è difatti solo smisurato come i sogni spesso utopici dei suoi protagonisti (le cui possibilità di concretizzazione ottengono in questa stagione uno spazio se possibile ancora maggiore dell’opera fonte), è anche sfaccettato, come la seconda stagione rappresenta con efficacia superiore alla prima accumulando location, sotto-trame, fazioni, personaggi, abilità, specie. Laddove il primo instalment era in primis un tour de force narrativo, che costringendo in otto episodi 95 capitoli del manga (più la “mini-avventura di Koby e Helmeppo”) non lasciava quasi un attimo di requie agli spettatori, questa seconda iterazione del live action è in primo luogo un tour de force visivo, proiettando di volta in volta chi guarda all’interno di ambientazioni sempre più inverosimili e coreografie sopra le righe, complice anche una regia più mobile e in cui raramente tornano i primi piani grandangolari che rendevano talvolta opprimenti le inquadrature della stagione del 2023. Mettendo in scena circa 60 capitoli dell’opera fonte la seconda stagione dà invece maggiore spazio a ognuno degli elementi dell’elenco succitato, permettendo ai personaggi e alle relazioni fra loro di svilupparsi in maniera più armonica senza dover scrivere ex novo alcuni passaggi della trama. A goderne di più sono prevedibilmente i protagonisti, soprattutto coloro che nella prima stagione avevano avuto un ruolo più marginale come Usopp e Sanji (ma pure i tre membri originali del gruppo, Luffy, Zoro e Nami, paiono qui più sfaccettati, complici anche interpretazioni più convincenti), ma la differenza appare ancora più netta quando si considera lo spazio dedicato alle nuove leve, ovvero Vivi e Chopper.

Fig. 9: “so many bodies, so many faces”, la moltiplicazione di identità

come immagine della sfaccettatezza del mondo di “One Piece”

Mentre lo spazio riservato alla prima è comprensibile, data la centralità che la principessa in missione per salvare la sua terra riveste nello sviluppo narrativo e tematico della stagione, l’attenzione dedicata a Chopper è utile per evidenziare i cambiamenti nelle strategie discorsive della serie. Il retroterra dei personaggi di “One Piece” è sempre rilevante per comprenderne le azioni ed è per questo che spesso nel manga vengono dedicati alle figure principali (e non solo) ampi flashback, i quali sono stati gioco forza abbreviati e spezzettati nel corso della prima stagione per esplicare in modo più diretto le motivazioni dei personaggi. Al passato del disneyano (à la “Bambi”) Chopper (d’altronde il mangaka non ha mai negato l’influenza della produzione Disney sulla sua formazione artistica[22]) viene invece dedicata la maggior parte del settimo episodio, col rischio di provocare un calo di ritmo irrecuperabile per la stagione giunta ormai quasi all’epilogo, dopo che già l’episodio precedente era stato intervallato da alcuni flashback dedicati all’infanzia di Vivi. Questa rischiosa scelta finisce per mostrare le mutate priorità degli showrunner e la preferenza per una narrazione più lenta e dettagliata, atta a rendere il carattere sfaccettato delle personalità coinvolte. Non stupisce a questo punto che proprio i due personaggi coinvolti, le new entry della ciurma, si distinguono per la moltiplicazione delle loro identità (nominale nel caso di Vivi/Ms. Wednesday/principessa Nefertari, fisica in quello di Chopper), illustrando la sfaccettatezza del mondo creato da Oda Eiichirō e messo in scena da Netflix (lo stesso discorso si potrebbe fare per i villain finali Mr. 0/Crocodile/L’eroe di Alabasta e Ms. All Sunday/Nico Robin/La bambina diabolica) (fig. 9). Alla luce del finale della stagione questo crescendo narrativo può dirsi riuscito. Resta a questo punto da capire se questo secondo instalment, sostanzialmente un build up per la terza stagione e la grande guerra che aspetta la ciurma di Cappello di paglia nell’enorme regno di Alabasta, verrà fatto fruttare in maniera altrettanto incisiva.

 

[1] E. Ōtsuka, Monogatari shōhiron, Tōkyō, Shin’yoshā, pp. 17-8, citato in Hiroki Azuma, Generazione otaku. Uno studio della postmodernità, Milano, Jaca Book, 2010 (2001), p. 83

[2] Louis Chilton, “One Piece breaks Netflix record set by Wednesday and Stranger Things”, Indipendent, 07/09/2023, https://www.independent.co.uk/arts-entertainment/tv/news/one-piece-netflix-live-action-record-b2406876.html

[3] Maira Butt, “Netflix releases another batch of viewing figures revealing 2023’s biggest hits”, The Independent, 24/05/2024, https://www.independent.co.uk/arts-entertainment/tv/news/netflix-top-10-viewing-figures-2023-b2550877.html

[4] Merita menzione il fatto che avessero il medesimo titolo i due one-shot, ovvero capitoli autoconclusivi, pubblicati nel 1996 sempre sulle pagine di “Weekly Shōnen Jump”, i quali introducono una versione embrionale di Luffy e Nami, oltre a vari personaggi secondari e temi del manga

[5] Si intende col termine mediamix la sinergia di diversi prodotti mediali che vanno a espandere un singolo universo narrativo all’interno del maggior numero di media possibile, tipico dell’industria culturale giapponese. Cfr. H. Azuma, op. cit., pp. 97-8

[6] G. Bertoloni, A. Cavallaro, Romance Dawn. L’alba di una grande avventura, autopubblicato, 2019, p. 61

[7] The Presidency of South Africa, 17/03/2023, https://www.thepresidency.gov.za/press-statements/president-ramaphosa-visits-netflix-project-panda

[8] Miles Thomas Atherton, “Anime Overperforms – An Analysis of Netflix’s 2023 Viewership Data”, Anime News Network, 29/05/2024, https://www.animenewsnetwork.com/feature/2024-05-29/anime-overperforms-an-analysis-of-netflix-2023-viewership-data/.211255

[9] Giacomo Calorio, To the Digital Observer. Il cinema giapponese contemporaneo attraverso il monitor, Udine-Milano, Mimesis, 2019, pp. 85-6

[10] D’altronde, per citare nuovamente Azuma, “l’immaginario sottinteso nel Giappone fittizio degli otaku è di sicuro made in USA, ma si è così ben sviluppato che ha finito con l’essere sostituito da una cultura autonoma che non ha più bisogno di riferirsi alla fonte da cui è stata influenzata”, p. 70

[11] Cfr. Iwabuchi Kōichi, Recentering Globalization – Popular Culture and Japanese Transnationalism, Durham-London, Duke University Pres, 2002, pp. 27-8

[12] H. Azuma, op. cit., p. 114

[13] Coi termini splash page e color spread si definiscono rispettivamente le pagine, solitamente introduttive del capitolo o del volume o poste comunque in posizioni rilevanti all’interno del fumetto, che sono interamente coperte da una singola immagine o vignetta e le pagine multiple (solitamente due) dedicate a una specifica vignetta o immagine singola colorata

[14] Grant Hermanns, “Live-Action One Piece Creator Details Big Changes From Manga (& How They Convinced Eiichiro Oda To Allow Them)”, ScreenRant, 05/09/2023, https://screenrant.com/one-piece-live-action-manga-changes-creator-convincing/

[15] Veronica Innocenti, Guglielmo Pescatore, Le nuove forme della serialità televisiva: storia, linguaggio e temi, Bologna, Archetipo Libri, 2008, pp. 33-4

[16] Si intende col termine foreshadowing l’adombramento, quindi l’anticipazione, di un elemento successivo della storia nella forma di un dettaglio più o meno criptico, come avviene in “One Piece” con l’incontro fra Zoro e Mr. 7

[17] Si definiscono “mini-avventure” le brevi storie parallele, di una vignetta per volta, che sono spesso al centro delle splash page che aprono i capitoli del fumetto di “One Piece”, permettendo così a Oda Eiichirō di raccontare più vicende contemporaneamente senza interrompere il flusso della narrazione principale

[18] E. Oda, One Piece, Bosco (PG), Star Comics, 2009 (2008), vol. 52, cap. 507, p. 97

[19] E. Oda, op. cit., 2003 (2002), vol. 23, cap. 216, p. 208

[20] Cfr. il video analisi realizzato dal canale YouTube specializzato One Piece Explained, il quale evidenzia le modalità con cui nella serie il décor e le scenografie convogliano informazioni sul mondo narrativo: https://www.youtube.com/watch?v=DaFFkt7NY9E&t=931s

[21] Rotten Tomatoes, 13/03/2026, https://www.rottentomatoes.com/tv/one_piece_2023/s02

[22] G. Bertoloni, A. Cavallaro, op. cit., pp. 20-1