Anatomia di un successo globale
Quando nel 2021 “Squid Game” irruppe nelle case di mezzo mondo il suo successo fu esplosivo. In pochissimo tempo la serie coreana infranse ogni record preesistente di visualizzazioni su Netflix e, pertanto, trattandosi della piattaforma leader del settore, globale. Comprendere le ragioni di questo successo straordinario, che ha portato alla realizzazione di tre stagioni, laddove inizialmente ne era prevista soltanto una (e si vede), è molto semplice.
Sin dalla visione dei primissimi episodi, agli occhi di un cinefilo, ma anche quelli di un lettore appassionato, i molteplici riferimenti con cui il creatore Hwang Lee Jung-jae ha nutrito “Squid Game” sono lampanti. Il gioco al massacro tra i protagonisti rimanda chiaramente a “Il signore delle mosche” di William Golding, a “Battle Royale” di Kinji Fukasaku e, ovviamente, alla saga letterario-cinematografica di “Hunger Games“. Le vicende si svolgono poi sullo sfondo di una Corea del Sud iper-capitalista segnata da una divisione in classi sconcertante e profonda, che segna una cesura tra ricchi e poveri netta e irreparabile. Uno scenario agghiacciante affine, dunque, a quello disegnato da Bong Joon-ho soltanto due anni prima con “Parasite“.
I giochi mortali, tutti ispirati a giochi tradizionali d’infanzia, cui i poveracci capitanati da Seong Gi-hoon (Lee Jung-jae) si sottopongono per vincere un premio in denaro mentre dei misteriosi V.I.P. li osservano per intrattenersi, offrono quindi poco di originale in termini di spunti narrativi. In effetti, c’è davvero poco di nuovo alla base della serie coreana, tuttavia i meriti di Lee Jung-jae non sono pochi e non sono da poco. L’autore coreano ha mescolato in una molazza i temi a presa rapida di cui sopra e ne ha fatto cemento per un world building sensazionale e impattante.
Più che i temi, tutti comunque attuali e scottanti, a fare di “Squid Game” la hit globale che è stata sono la sua estetica e la coerenza della filosofia alla sua base – a questo aspetto sono dedicati gli ultimi tre paragrafi di questo speciale. La forza estetica di “Squid Game” è devastante. Basti pensare anche solo ai costumi, che dall’uscita della serie dominano carnevali, Halloween e cosplay a qualunque latitudine. Sono semplicissimi, ma allo stesso tempo tremendamente efficaci nel determinare la divisione dei personaggi in due blocchi: i giocatori, vestiti di un’uniforme verde numerata che ricorda quelle di un campo di concentramento, e i controllori in tuta rosa scuro, armati di mitra e con il volto coperto da una maschera ovale nera.
I giocatori, tutti individui fortemente indebitati o in condizioni economiche disperate, vengono prelevati dall’organizzazione dei giochi in una Corea ultramoderna, da un contesto metropolitano alienante e gelido. Quasi in contrapposizione a questo scenario, vengono condotti in una prigione che ricorda un enorme parco giochi per bambini, dominato anch’esso dal verde e dal rosa. Lo straniante sistema a scale che porta i prigionieri da una piattaforma gioco all’altra è di chiara ispirazione escheriana. Alle geometrie tipiche dell’artista olandese viene però applicata un’accattivante patina cartoonesca che fa dello scenario, specie in contrapposizione alle violenze che ospita, un contesto ancora più alienante. La colonna sonora di Jung Jae-il non può che svolgere da corroborante di un’ambientazione già fortemente disturbante, assumendo i connotati ora di filastrocche per bambini, ora di marcette farsesche, o di uno sferzante post-rock guidato dalle chitarre nei momenti più tensivi.
Un bel gioco, ma sempre lo stesso gioco
Impatto dalla portata iconica a parte, “Squid Game” si è presentato agli spettatori con una prima stagione narrativamente accattivante. A poco a poco, inizialmente ignari della tipologia di gioco cui vanno incontro, i personaggi scoprono l’orrore di cui saranno protagonisti – e con loro gli spettatori. La struttura ad “arcade” funziona molto bene e gli episodi, complici trovate sempre più crudeli, si fanno divorare uno dietro l’altro. Senza mai negare spazio però a riflessioni collaterali in linea con gli assiomi alla base della sceneggiatura. Ne è un esempio la possibilità che tra un gioco e l’altro venga data ai sopravvissuti di votare tra continuare la competizione o abbandonarla e dividere il montepremi in parti uguali – possibilità, va da sé, mai vittoriosa. Non è altro che la dimostrazione della tesi secondo la quale la democrazia non può essere efficace in un sistema capitalista. A conti fatti, al termine della prima stagione si ebbe la sensazione di aver assistito a un prodotto certamente non originale, ma ben scritto, interpretato e capace di consegnare allo spettatore un vero e proprio mondo, con proprie iconografia, architettura e regole – nel quale specchiare vizi e atrocità della contemporaneità.
Inizialmente pensata per un film autoconclusivo mai girato, la sceneggiatura iniziale di Hwang Dong-hyuk terminava con le vicende narrate nella prima stagione, che difatti nei programmi originali dell’autore doveva essere l’unica. Spinto, come spesso accade, dal grande, inaspettato successo, e probabilmente da Netflix e i suoi milioni, il coreano ha ceduto alla tentazione di due ulteriori stagioni – che peraltro avrebbero dovuto essere due parti di un’unica serie di episodi. Praticamente la cronaca di un disastro annunciato, poiché purtroppo le due nuove costole di “Squid Game” non fanno che iterare le dinamiche della prima. Nuovi giochi, ma piuttosto simili per sviluppo ed esiti mortiferi a quelli già conosciuti. Nuovi personaggi, ma con archetipi ricalcanti quelli già noti – e periti nella prima stagione. Nuove situazioni, come la ricerca dell’isola, sulla quale si svolgono i giochi, da parte di un poliziotto o l’intrusione sotto mentite spoglie del minaccioso Frontman (Lee Byung-hun) tra i giocatori, ma nessuna in grado di risaltare rispetto agli elementi già noti. Nonostante tutto ciò, anche la seconda e la terza stagione sono state dei successi globali. Ma a occhi più critici non possono che rappresentare una macchia evitabile su di un prodotto altrimenti buonissimo ed estremamente avvincente.
Una spietata messa in scena della società capitalista
La serie di Hwang Dong-hyuk vive dentro una profonda ambiguità. Da un lato, è diventata un fenomeno commerciale planetario, con sponsorizzazioni di grandi multinazionali; dall’altro, veicola un messaggio fortemente critico – seppur metaforico – contro la società capitalista e i sistemi democratici neoliberali con una lunga serie di riferimenti simbolici molto evidenti. La serie è infatti una rappresentazione spietata della società capitalista sudcoreana, facilmente estendibile al contesto globale. La Corea del Sud è descritta come un luogo in cui la disoccupazione è altissima, i tassi di suicidio sono tra i più elevati al mondo, la popolazione vive indebitata e priva di futuro, mentre una ristretta élite gode di ricchezze illimitate. Il denaro è l’unico metro di paragone per poter definire la qualità della propria vita e in generale la propria felicità.
Il lavoro non rappresenta in alcun modo una chance di affrancamento dalla miseria, anzi è (insieme al debito) una delle forme di schiavitù. Queste vittime del sistema non hanno alcuna possibilità di migliorare la propria condizione se non con la partecipazione a un gioco dove le possibilità di sopravvivenza sono prossime allo zero. L’unico metodo per vincere al gioco è quello della sopraffazione spietata sul più debole. Solo chi è spietato e senza alcun senso di colpa può sperare di andare avanti. In una società del genere l’unico Dio possibile è il denaro e il capitalismo è la nuova religione monoteista che non accetta alcuna possibile eresia.
La regia si sofferma molto spesso (in particolare all’inizio della seconda stagione) nel grande contenitore di denaro che sovrasta i partecipanti al gioco. Questa grande sfera trasparente, nella quale sono visibili migliaia di banconote, è posizionata in alto e illuminata da una luce gialla che la fa sembrare quasi come un Sole, un’entità divina. I concorrenti osservano la sfera come fosse un’apparizione sacra la cui forza attrattiva è irresistibile. I VIP indossano maschere dorate con sembianze di animali, come fossero divinità pagane. Chi, come Seong Gi-hun, tenta di disallinearsi da questa logica è destinato alla marginalità e all’infelicità.
L’illusione della libertà. Democrazia o fascismo?
Squid Game fa ben comprendere in varie occasioni i limiti della democrazia in un contesto capitalista. E’ vero che all’inizio di ogni gioco i partecipanti possono votare e tornare a casa, ma questo alla fine non accade mai, tranne in una sola occasione. L’unica volta che i giocatori tornano a casa – nella puntata successiva intitolata “Inferno” – capiscono in fretta che è meglio morire sognando di diventare ricchi che vivere l’inferno della loro vita immersa nel liberismo sudcoreano senza speranze. La “democrazia” si riduce a una parodia, manipolabile dal potere in ogni momento. Tornati al gioco, nonostante la razionalità e la matematica facciano comprendere che le possibilità di sopravvivenza siano nulle, la maggioranza sceglie sempre di giocare. Il capitalismo crea individui in perenne precarietà tra la sopravvivenza e l’abisso, in una costante condizione di subalternità.
Quando la democrazia rischia di funzionare, il sistema riesce a correggere il tiro modificando le votazioni a proprio piacimento come accade nel magistrale colpo di scena della prima votazione della seconda stagione. Le guardie obbediscono agli ordini del potere con la massima violenza possibile, come una polizia fascista. Accettano che ogni regola venga calpestata dai concorrenti e il potere tollera la loro corruzione (il traffico segreto di organi) come una dittatura tollera la corruzione dei propri sottomessi se questa non mette in pericolo il sistema.
La società di Squid Game è quindi basata sulla diseguaglianza, è una società orwelliana eterna e immodificabile. Nelle scene in cui il poliziotto e il Front Man vanno a vedere le foto dei partecipanti alle edizioni precedenti, si trovano davanti un’enorme quantità di schede dove non è possibile trovare un inizio. Il sistema del gioco ha inizio con l’esistenza stessa dell’uomo. In più di un caso si comprende che nulla può fermare il gioco, che tutti possono essere sostituiti senza difficoltà e che la divisione degli esseri umani in tre categorie (pecore, cani, maiali) è una iattura che perseguita l’umanità sin dalla sua nascita.
Il sistema appare invincibile anche perché il potere c’è ma non si vede, è invisibile. I partecipanti ignorano l’esistenza dei VIP (con l’eccezione del protagonista Seong Gi-hun), non hanno alcuna idea di chi li comanda e di chi li destina a una vita tanto miserevole. I simboli del potere nascosto sono i giocatori 001 (il vecchio della prima stagione e Hwang In-ho, il Frontman, delle successive due stagioni). E’ il capolavoro del capitalismo. L’invisibilità è il potere che ne garantisce la continuazione. A differenza di una dittatura in cui il potere è raffigurato da un dittatore o da un partito visibile a tutti, qui è tutto sfumato e il partecipante non può che sfogare la sua rabbia con i suoi pari più deboli di lui.
Questa immodificabilità del sistema chiarisce la falsità di uno dei simboli stessi del capitalismo: la meritocrazia. Non c’è alcun merito possibile che garantisca la vittoria nel gioco. E’ più che altro il caso, la fortuna o la crudeltà a decidere tra chi andrà avanti e chi soccomberà. Anche l’ipotetica eguaglianza dei partecipanti è una illusione: in tanti hanno dei vantaggi che sfruttano e la mancanza di rispetto delle regole non solo non è osteggiata dagli organizzatori, anzi viene spesso incentivata come natura stessa del sistema.
Infine chi occupa il vertice della società capitalista, in questi caso i VIP, non ha alcuna qualità che giustifichi questo privilegio: i VIP sono persone di una mediocrità imbarazzante, privilegiate solo per la fortuna di essere nate nella famiglia giusta. In una società del genere nessuno può essere felice. Persino i privilegiati VIP appaiono come persone annoiate che avendo già tutto non hanno alcun desiderio possibile. Possono solo sperare di avere brevi momenti di adrenalina eccitandosi con la morte dei sottomessi. L’unico momento autentico di felicità nella vita umana sembra legato al gioco infantile, libero e non competitivo. Il vecchio della prima stagione lo dice chiaramente nel finale, affermando di aver voluto partecipare volontariamente per rivivere, prima di morire, gli unici momenti di pura felicità della sua vita.
Seong Gi-hun, un protagonista tra Platone e Dostoevskij
Pieno di debiti, incapace di svolgere il suo ruolo paterno, socialmente marginale, Seong Gi-hun è l’unico personaggio davvero empatico, capace di sentimenti profondi, l’unica figura positiva di Squid Game. Nel mare di violenza in cui è immerso mantiene sempre la sua umanità e l’empatia verso le sofferenze altrui. A differenza degli altri partecipanti assolutamente ciechi e inconsapevoli, arriva a immaginare cosa ci possa essere dietro tutto ciò che gli accade, cercando anche di organizzare una rivolta per cambiare la realtà. Dopo aver vinto, fa di tutto per poter partecipare alla nuova edizione, perché platonicamente – avendo compreso buona parte dei meccanismi del sistema – decide di ritornare nell’isola (metaforicamente la caverna di Platone) per poter salvare tutti. All’inizio della seconda stagione Seong Gi-hun palesa chiaramente i suoi intenti. La cosa in sé potrebbe rappresentare un pericolo per il sistema, ma in effetti è chiaro sin dall’inizio che il sistema è eterno e immodificabile e nulla può fermarlo. Gli organizzatori incentivano quindi la volontà di Seong Gi-hun. Le sue buone intenzioni sono ovviamente destinate all’ennesimo fallimento. Come il filosofo platonico non viene creduto e infine cacciato via dalla caverna, così Seong Gi-hun capisce ben presto di essere impotente e di non potersi fidare di nessuno dei partecipanti, totalmente obnubilati dal desiderio di ricchezza.
Seong Gi-hun è quindi un antieroe che non tradisce mai i suoi ideali. E’ un uomo fuori dal suo tempo, un buono assoluto che a differenza degli altri concorrenti che uccidono senza avere sensi di colpa, è schiacciato dal peso della violenza che è costretto a esercitare quando non può farne a meno. Quando, alla fine della prima stagione, ha a disposizione quarantacinque miliardi di Won (la moneta sudcoreana) non ne utilizza neppure una piccola parte perché sa che la felicità non può venire dai soldi guadagnati dalla morte di altre persone. È un antieroe dostoevskiano: un moderno Raskol’nikov che vive il proprio castigo interiore in silenzio, consapevole dell’impossibilità di redimere il mondo.