CAST & CREDITS

cast:
Edward Norton, Philip Seymour Hoffman, Barry Pepper, Rosario Dawson, Anna Paquin, Brian Cox

regia:
Spike Lee

distribuzione:
Buena Vista International Italia

durata:
136'

produzione:
40 Acres & A Mule Filmworks, Touchstone Pictures, Gamut Films, Industry Entertainment

sceneggiatura:
David Benioff

fotografia:
Rodrigo Prieto

scenografie:
James Chinlund

montaggio:
Barry Alexander Brown

costumi:
Sandra Hernandez

musiche:
Terence Blanchard

pietra miliare

La 25a ora | Recensione | Ondacinema

La 25a ora

di Spike Lee

drammatico, Usa (2002)

di Matteo De Simei

Spike Lee. Inossidabile condottiero di ghetti malfamati, vate contemporaneo di innumerevoli parabole profetizzate da Malcolm X e Martin Luther King. Più semplicemente, testimonianza cinematografica e portavoce dell'intero mondo afroamericano.
Ma non è lo Spike Lee che conosciamo tutti quello che si affaccia alla soglia del 2002. Dimenticatevi la violenza razziale di Harlem in "Do the Right Thing" (1989) o le schiacciate cestistiche di Denzel Washington in "He Got Game" (1998).
Dimenticate tutto perché questa è New York. Un anno dopo.

"La 25a ora" rientra fra le tante "storie realmente accadute" dello spaccato quotidiano americano. Spike ritorna a quella "febbre della giungla" sintomatizzata da sesso e droga, che in tutti questi anni ha visto espandere la sua pandemia dai poveri sobborghi di Harlem fino a fagocitare l'intera Grande Mela.
Ecco. "La 25a ora" racconta lo sviluppo di questo malessere smanioso, catturato dagli occhi di un cineasta che ha visto (la sua) New York crollare giù come un castello di sabbia.
La pellicola, infatti, oltre a decantare un'intensa storia d'amore, di amicizia, di tradimenti e di sbagli fatali, è soprattutto un tenero e pietoso inno d'amore nei confronti di una città che è da sempre stata uno dei simboli cardine degli Stati Uniti (Spike Lee è il primo ad inquadrare Ground Zero dopo gli attentati terroristici).
Il film assume così l'aspetto del Giano Bifronte: da una parte la vita privata di Monty, dall'altra la cultura americana pregna di conflitto razziale (tema tanto caro al regista). Due diramazioni che si ricollegano con forza bruta nella bellissima sequenza del monologo del protagonista, impegnato a giustiziare a colpi di vaffanculo le multi etnie presenti nella sua città, ma sordidamente destinato a concludersi con un mea culpa lancinante. E lancinante è anche il messaggio disfattista che ne fuoriesce, "una meditazione sulle prospettive di sopravvivenza di un'America che la tragedia non sembra aver reso più matura" (Mereghetti).

Eccezionale per coraggio e dedizione la scelta del regista nativo di Atlanta di incanalare il soggetto originale (il romanzo di David Benioff) con il dopo 11 settembre e superba, neanche a dirlo, l'interpretazione di Edward Norton, antieroe così innocente e così colpevole allo stesso tempo.
E che il regista sia in forma lo dimostrano anche le originali tecniche impiegate (le virtuose manovre della mdp all'interno della discoteca) assieme alla dolente fotografia di Rodrigo Prieto e alla commovente e pluripremiata melodia trainata da Terence Blanchard.

Sicuramente il film più bello e poetico di Spike Lee, un cinema di denuncia e autoriflessione a trecentosessanta gradi, che doverosamente culmina nella splendida perla finale, illusione crudele e strappalacrime di una vita che avrebbe potuto essere e che invece non sarà.
C'è mancato poco che non succedesse mai.