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A Beautiful Day - You Were Never Really Here

di Lynne Ramsay

thriller, drammatico, Usa/Francia/Gran Bretagna (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Alex Manette, John Doman, Judith Roberts, Alessandro Nivola, Frank Pando

regia:
Lynne Ramsay

distribuzione:
Europictures

durata:
90'

produzione:
Film4, Why Not Productions, British Film Institute

sceneggiatura:
Lynne Ramsay

fotografia:
Thomas Townend

scenografie:
Tim Grimes

montaggio:
Joe Bini

costumi:
Malgosia Turzanska

musiche:
Jonny Greenwood

A Beautiful Day - You Were Never Really Here | Recensione | Ondacinema

A Beautiful Day - You Were Never Really Here

di Lynne Ramsay

thriller, drammatico, Usa/Francia/Gran Bretagna (2017)

di Rudi Capra

Voto: 6.5
Lynne Ramsay si conferma nel novero delle firme più incisive e riconoscibili del cinema contemporaneo. Al quarto lungometraggio, adattato da un romanzo di Jonathan Ames, confeziona un thriller crudo e laconico, premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura e la migliore interpretazione maschile (Joaquin Phoenix). L’attore americano, inselvatichito per l’occasione, interpreta Joe, un veterano di guerra afflitto da stress post-traumatico che combatte lo sfruttamento minorile lavorando come sicario contro la criminalità organizzata. Unico oggetto dei rari slanci affettivi è la madre anziana, non più autosufficiente, con cui divide la casa.

Il protagonista si aggira con movenze ferine in un ecosistema metropolitano trafficato e convulso. La camera lo pedina, lo precede, raramente lo abbandona, gli affida la focalizzazione con tale vertiginosa aderenza che partecipiamo persino ai suoi incubi e deliri, saturi di shock reali e immaginari. Nei gesti che compie, negli oggetti che utilizza (i sacchetti di plastica, il temperino, il martello), leggiamo le tracce di una coazione a ripetere i traumi subiti, spettri di un passato che rimane inaccessibile allo spettatore. I postumi di questa eredità invisibile si propagano nel presente come echi. Difatti, Joe impiega sostanzialmente due mezzi per comunicare con il prossimo: denaro e martello. Vediamo all’opera soprattutto il secondo mentre Joe tenta di salvare la figlia del senatore Votto, l’angelica Nina (Ekaterina Samsonov). La violenza si manifesta come evento sordido, pulsante, imbevuto di una brutalità morbosa che ammicca alle tetre atmosfere pulp di "Drive" e "Old Boy". Tuttavia, rispetto alle opere citate, "A Beautiful Day" non cerca il coinvolgimento empatico, né favorisce l’immedesimazione. La regia asettica distilla l’azione in un meccanico regime di astrattezza, sublimato nella prospettiva isometrica delle security cam, accentuato da un montaggio ellittico gravido di fantasie, analessi e allucinazioni.

Analoghe differenze emergono nel confronto con il più ovvio termine di paragone, "Taxi Driver" di Scorsese, paradigma insuperato dell’epica metropolitana in bilico fra eroismo, follia ed emarginazione. Il tassista interpretato da De Niro, un altro veterano dalla psiche distorta, traccia malgrado tutto una netta linea di demarcazione morale tra innocenza e crudeltà, tra people e scum. A Travis l’atto di salvare Iris appare come un’epifania purificatrice, in linea con la poetica scorsesiana che rivela la matrice cattolica nella tensione speranzosa verso una difficile salvezza. Al contrario, nell’opera di Ramsay non esiste catarsi, né eroismo, né innocenza: per Joe il soccorso di una minorenne è poco più che compulsiva routine, e il rasoio insanguinato accanto a Nina cancella ogni residua parvenza di candore. 

Tocca a un animalesco Joaquin Phoenix l’ardua fatica di sostenere, invero con un’ottima interpretazione, un film di novanta minuti equamente spartito in tre segmenti narrativi (descrizione, azione, ritorsione) segnati in egual misura da un andamento frammentario. Ramsay lavora per sottrazione, cancellando nessi e raccordi, oppure inserendoli nelle rêverie allucinatorie del protagonista. In quest’ottica, "A Beautiful Day" è un film irrisolto, che appiattisce la realtà in un solipsismo sterile. Altrettanto poco convincente è il finale, che in maniera piuttosto convenzionale (e poco congrua) apre uno spiraglio di fuga nello scenario universalmente misantropico testé delineato. Insomma, alle coraggiose scelte formali pare non accompagnarsi una completa padronanza del mezzo, e il film evoca perciò l’immagine di un cavallo di razza non domato. Un discorso a parte meriterebbe l’ottimo commento musicale di Jonny Greenwood, che abbina alle tracce originali, ricche di seducenti dissonanze, brani pop in aperto contrasto con la diegesi – in particolare, "Angel Baby" di Rosie & The Originals (1961), che ricorda per gli effetti prodotti (e non poco) l’uso di "In Dreams" nel "Blue Velvet" di David Lynch.