CAST & CREDITS

cast:
Jan Dieter Schneider, Antonia Bill, Maximilian Scheidt, Marita Breuer, Rüdiger Kriese, Philine Lembeck, Mélanie Fouché, Eva Zeidler

regia:
Edgar Reitz

distribuzione:
Ripley's Film,

durata:
231'

produzione:
Bayerischer Rundfunk (BR), Westdeutscher Rundfunk (WDR), Les Films du Losange, ARD Degeto Film, Edga

sceneggiatura:
Edgar Reitz, Gert Heidenreich

fotografia:
Gernot Roll

scenografie:
Anton Gerg, Hucky Hornberger

montaggio:
Uwe Klimmeck

costumi:
Esther Amuser

musiche:
Michael Riessler

L'altra Heimat - Cronaca di un sogno | Recensione | Ondacinema

L'altra Heimat - Cronaca di un sogno

di Edgar Reitz

drammatico, Germania (2013)

di Diego Capuano

Voto: 9.0

Il progetto Heimat non avrà mai una reale fine. Non può essere limitato a ciò che abbiamo visto scorrere sul grande o piccolo schermo. Nell'ampio minutaggio della saga abbiamo non solo imparato a conoscere, confrontarci, affezionarci a una quantità considerevole di personaggi ma abbiamo tentato di riempire tragitti meno espliciti, di immaginare il non visto, di vivere con varie modalità le emozioni percepite.
Un precursore inarrivabile delle più moderne serie tv? Anche, ma l'estensione temporale e l'ancoraggio a una Terra Madre esplicata già del titolo hanno fatto di questa avventura un modo e un mondo di fare cinema mai visto prima né dopo.
Quando Edgar Reitz dice che l'opera era in realtà già conclusa con l'appendice "Heimat-Fragmente" (2006) e che questo nuovo film è qualcosa d'altro, ha delle ragioni ma anche qualche premeditato torto.
Il film nasce da un'idea che anticipa la realizzazione del primo "Heimat" (1984). La storia precede di 77 anni l'inizio del primo capitolo e di 158 anni le ultime immagini di "Heimat 3"; e avendo sullo sfondo l'emigrazione di massa traccia un parallelismo (ribaltato) con la condizione contemporanea.
La fruizione dell'opera è dunque più dei precedenti cicli pensata per le sale (dura "soltanto" 231 minuti), indipendente dalle antecedenti tappe e per questo può essere vista senza remore anche dai non iniziati.
E altresì vero che i rimandi partono dal titolo, dove la parola "Heimat" non è ascrivibile però soltanto ad una serie di film, non solo parola intraducibile al di là dei confini tedeschi ma ormai sinonimo del cinema stesso di Reitz. Torna "Heimat" e torniamo pure a calpestare le terre dell'Hunsrück, a visitare case del villaggio di Schabbach, a respirare l'aria del luogo e a vivere dinamiche familiari proprie del cinema di questo immenso cineasta.

Fin dall'inizio di "Die Andere Heimat - Chronik einer Sehnsucht" l'utilizzo della steadycam e di grosse gru ci introduce nel villaggio con passo galleggiante o meglio con un aereo fluire. Non è però un'insinuazione documentaristica, ma una lenta circumnavigazione che abbraccia tematiche capitali (dall'amore alla morte) in un microcosmo rappresentato con andatura semi-fiabesca. Reitz difatti non cerca una pedissequa ricostruzione storica e non ambisce a stabilire i dettami del tempo che fu. D'altra parte il cinema del regista tedesco non si affanna mai a cercare una tesi, una approvazione, delle risposte. Ciò che conta è, molto semplicemente, il piacere del racconto che evita puntualmente ogni pedante letterarietà perché sa credere ancora nel cinema. Reitz crede nell'ampio respiro, in un cinema grande come la vita ma crede ancora nella poesia e proprio in virtù di ciò evita le trappole del poeticismo. Gira in digitale con un bellissimo bianco e nero, ma abbaglia con dettagli che assumono colore (geniale il frammento con le molte tonalità di verde) per comunicare stati emotivi o sottolineare simboli pregnanti.
L'ampiezza di sguardo di Edgar Reitz non si limita però all'osservazione di immensi orizzonti rurali, al defluire della carovane di migranti, alla proiezione di terre lontane, immaginate, sognate. La complessità dell'insieme risiede nel morbido e sottilmente costante cambio di approccio di Reitz capace di sintetizzare la quotidianità passando dalla concretezza della sopravvivenza agreste all'epica di una scoperta, da una sarabanda festosa alla trattenuta commozione di un amore filiale, in uno sguardo ora più distaccato ora intimo e complice. Come di consueto in Reitz è un modo di vivere la Storia attraverso le storie.

Se non esiste una reale conclusione, Reitz stabilisce un ipotetico inizio che parte dalla figura del protagonista Jakob Simon e più precisamente dall'alfabetizzazione post-napoleonica del popolo tedesco. Da quella generazione, dunque, che, libri alla mano, ha saputo far propria una cultura da applicare al sapere popolare. Al regista interessa in particolar modo la contrapposizione tra i giovani fratelli Simon: Jakob, utopista nel suo sogno di un paradisiaco Brasile, e Gustav, realista e ancorato alle tradizioni di Schabbach. Jakob incarna certamente un precursore di Hermann Simon - recando in sé tratti autobiografici per lo stesso regista - ma c'è in particolar modo un aspetto che gli permette di assumere una significativa unicità. Tradendo le aspettative dell'antitesi tra i due fratelli, Gustav sarà colui che partirà verso mondi lontani mentre Jakob finirà per mettere il suo sapere al servizio della comunità. Dopo lunghi viaggi spirituali e mentali, avrà l'intuizione per un ottimale utilizzo della macchina a vapore. Simbolo di modernità, di Inizio di una Storia.
E Inizio di un cinema senza fine, dove ci si può perdere dentro.