CAST & CREDITS

cast:
Pere Ponce, Sofía Oria, Macarena García, Inma Cuesta, Angela Molina, Daniel Giménez Cacho, Maribel Verdú

regia:
Pablo Berger

distribuzione:
Movies Inspired

durata:
104'

produzione:
Motion Investment Group, Noodles Production, Arcadia Motion Pictures, Nix Films, uFilm, Sisifo Films

sceneggiatura:
Pablo Berger

fotografia:
Alain Bainee

scenografie:
Alain Bainee

montaggio:
Fernando Franco

costumi:
Paco Delgado

musiche:
Alfonso Vilallonga

Blancanieves | Recensione | Ondacinema

Blancanieves

di Pablo Berger

drammatico, Spagna (2012)

di Diego Capuano

Voto: 6.0

Impiegate per decenni e decenni (o meglio: per secoli), con il compito di conciliare i bambini con un sonno capace di trasportarli in educative fantasie, le fiabe si manifestano all'orecchio e alla percezione dei fanciulli di oggi, falsi adulti in miniatura, come marcia di entità da museo delle cere. E, cosa più preoccupante, o comunque fenomeno che davvero meriterebbe uno studio socio-educativo, anche i genitori dei piccoli danno prevalentemente obbedienza a questo andazzo che ha deturpato una fase di crescita infantile.
Sono indubbi e talvolta evidenti i sottotesti adulti delle più grandi fiabe mai scritte. Divenute, oggi, colonne portanti di una rimasticazione che comincia dalla maturità e nel migliore dei casi solo successivamente esaminate secondo le formule basiche del testo.
Ridotta all'osso la produzione animata a due dimensioni, l'industria cinematografica statunitense ha cavalcato (o imposto?) un'ondata alterata in territori e tonalità dark: la "Biancaneve" dei fratelli Grimm, così come la giustamente celeberrima versione Disney del 1939, è una favola che già di per sé contiene una dimensione orrorifica: quante generazioni di giovincelli hanno socchiuso gli occhi davanti alla iconica strega cattiva che con affabulatoria malignità impugna la mela? Eppure gli studios si sono spinti oltre sfornando solo nel corso del 2012 due trascurabili versioni in live action (ma se non ne avete abbastanza, sappiate che il 2014 servirà un tris).

Al suo secondo lungometraggio, lo spagnolo Pablo Berger propugna un biglietto da visita più ambizioso, più articolato, più sofisticato, più cinefilo. Non solo trasfondere  le tonalità della fiaba e non solo rimescolare le gradazioni degli stilemi propri della novella in questione.
Almeno nella prima parte i Grimm sembrano poco più che un pretesto ma, anche se lambiscono una maschera, gli sviluppi narrativi, che sfociano nell'apparizione dei sei (!) nani, presentano quasi alla lettera degli elementi inerenti alla fonte di ispirazione, specie nella coda che però si presenta (ma forse è solo un ulteriore inganno) aperta.
A ben vedere ciò che scorre sullo schermo è a tutti gli effetti un melodramma. Se la corrida de toros è un manifesto rimando alle passionalità di "Sangue e Arena", i modelli non dichiarati sono i melò di Manuel Mur Oti e Raffaello Matarazzo, tra l'altro epurati di quella bruciante fisicità che portava talvolta alle estreme conseguenze trame che aggirano la verosomiglianza (come è giusto che sia nel genere). Il risultato complessivo è però degno di un medio Álex de la Iglesia: non la più alta delle aspirazioni.

Ci si può abbandonare al levigato imballaggio, ad una fotografia in bianco e nero curiosamente luminosa, al tentativo di far aderire la nota storia su di un manto storico-nazionalpopolare distante dall'immaginario abituale, può divertire l'innesto trasgressivo (nelle intenzioni più che nei fatti) di un grottesco non sempre giustificato: vedi gli accenni di sadismo, le bizzarrie che guardano Freaks. Se è indubbia la capacità di restituire micro-degustazioni di anomali connotati, le perplessità vanno cercate alla matrice: perché un film muto? E perché al suo interno disobbedienze ad una grammatica impavidamente adottata (a partire da alcune arbitrarie e anacronistiche scelte di montaggio)?
Gioco: immaginare lo stesso identico film virato verso accesi colori technicolor e barocchi, enfatici dialoghi. Cosa sarebbe cambiato?
L'idea di un assemblaggio non fa un'idea originale di cinema.
Berger ha più volte sottolineato che l'intenzione di realizzare un film muto precede di molti anni il successo di "The Artist". Ma possiamo anche comodamente non credergli.