CAST & CREDITS

cast:
Tom Cruise, Jamie Foxx, Mark Ruffalo, Peter Berg, Bruce McGill, Jada Pinkett Smith

regia:
Michael Mann

distribuzione:
UIP

durata:
119'

produzione:
Michael Mann, Julie Richardson

sceneggiatura:
Stuart Beattie

fotografia:
Dion Beebe, Paul Cameron

Collateral | Recensione | Ondacinema

Collateral

di Michael Mann

thriller, Usa (2004)

di Mirko Benedetti

Alle fan di Tom Cruise non può sfuggire che il loro idolo ha di nuovo sbagliato sarto, lasciandosi incartare nell'ennesimo completino striminzito che lo obbliga alle ben note movenze da marionetta muscolosa. Ciononostante, l'ex top gun, interprete in genere eccessivo e tarantolato, mette a segno la missione più impossibile della sua carriera, conquistando una recitazione asciutta, costruita per sottrazione, levigata con pazienza intorno a corde intimiste. Michael Mann, da parte sua, coglie al volo gli enormi vantaggi di questa autodisciplina interpretativa e tesse una tela registica che esalta l'impresa di una grande star disposta a lavorare con spirito di servizio.

Il cuore segreto di "Collateral" pulsa esattamente dove dice il titolo, a lato, a una distanza dal centro che è insieme geometrica, etica e metaforica. In primo piano, la scena è occupata da un poliziesco convenzionale e squadrato, con il killer che fa marameo alla solita squadra di sbirri fessi. Sullo sfondo, invece, tra le maglie larghe del poliziesco, nell'abitacolo claustrofobico di un taxi, vibra un tragico road movie esistenziale, costruito integralmente intorno alla recitazione sussurrata di un buono e un cattivo. Nemmeno loro, tuttavia, sono perfettamente centrati nei rispettivi ruoli. Il buono, infatti, sa fare il cattivo per salvare la pelle e il cattivo ha una ferocia difettosa, inceppata da malinconia e inquietudine. Per una drammatica serie di circostanze, inoltre, i due sono costretti a una collaborazione sempre più stretta, che svela aspetti imprevisti delle rispettive psicologie, in un gioco di specchi e riflessi non privo di risvolti simbolici.


Questa struttura asimmetrica e sfasata riduce progressivamente il film d'azione a mero contenitore, insinuandovi una sostanza più sofisticata, un senso crescente di deriva e di sbando. Così la mattanza del sicario, inizialmente coerente rispetto ai canoni del gangster movie, diventa progressivamente allucinante fuori dai confini del genere, trasmettendo una sensazione di nonsenso in rapida dilatazione. Non sono solo i destini minimi dei personaggi a disporsi secondo incastri sempre più inauditi, ma è la vita stessa nel suo complesso a scorrere incomprensibile intorno a loro. Lo rivelano soprattutto quei lenti e vertiginosi piani aerei sopra lo scintillante cuore di tenebra di Los Angeles. Lo sguardo di Michael Mann svela la città degli angeli come ciclopico teatro dell'assurdo, immane psicopoli del finimondo, macina madornale di esistenze serializzate. La mancanza di senso, marginale e defilata nel prologo, si fa gradualmente più compatta, estrema, radicale, fino ad addensarsi in quel vivido culmine onirico in cui il taxi incrocia senza preavviso il lupo. Allora, in pochi istanti fermi e senza parole, gli uomini e la bestia condividono il medesimo primordiale smarrimento.


In questo struggente, surreale cortocicuito, Mann scatta la sua personale istantanea di due dannati della modernità. Da quel momento, la divisione manichea dei valori che regola il poliziesco precipita senza rimedio. Il buono rimpicciolisce a vittima grigia e inetta di una madre fallica, mentre il cattivo acquista tragicamente spessore e carisma.

Disorientato tra perdizione e purezza, pallido, assorto e interrogativo, il sicario ricorda Roy di "Blade Runner", altro uomo-macchina stritolato dai quesiti impossibili sul mistero di vivere. Nell'epilogo ferroviario consegna il suo ultimo smarrimento a un filo di voce: "A Los Angeles un uomo muore nella metropolitana. Chi se ne accorgerà?". E la mancanza di senso, ormai affilatissima fiamma bianca, incrina l'happy end del poliziesco, ne spezza la facile catarsi e spande nell'ultima sequenza dell'alba tutta l'amarezza e il disagio del bene che vince il male senza alcun trionfo.