CAST & CREDITS

cast:
Fabrice Luchini, Sidse Babett Knudsen, Eva Lallier, Corinne Masiero, Michaël Abiteboul, Serge Flamenbaum, Simon Ferrante

regia:
Christian Vincent

distribuzione:
Academy Two

durata:
98'

produzione:
Matthieu Tarot, Franck Elbase, David Gauquie, Etienne Mallet

sceneggiatura:
Christian Vincent

fotografia:
Laurent Dailland

scenografie:
Lisa Ternon

montaggio:
Yves Deschamps

La corte | Recensione | Ondacinema

La corte

di Christian Vincent

drammatico, commedia, Francia (2016)

di Vincenzo Lacolla

Voto: 6.0
Fin dagli esordi, Christian Vincent ama mettere in scena storie ibride, che procedono in più direzioni e oscillano su registri narrativi eterogenei per poi, poco a poco, trovare una sintesi più o meno equilibrata. L'operazione, indubbiamente difficile, non sempre gli è riuscita: se "La timida", il suo primo film, sembrava centrare l'obiettivo, rappresentando con arguzia l'autodistruttiva vendetta letteraria di uno scrittore misantropo (interpretato anche allora dal già eccelso Fabrice Luchini), lo stesso non si può dire di altri lavori, come il recente "La cuoca del presidente", più schematici e pasticciati. Fatto sta che, pure nella sua ultima pellicola - che all'ultimo Festival di Venezia si è aggiudicata ben due premi, per la miglior sceneggiatura e la migliore interpretazione maschile - gli stessi intenti si ripresentano con evidenza ancor maggiore.

Due le direttrici: il decorso di un processo e la difficile situazione sentimentale di un uomo. La vicenda processuale verte su uno di quei fatti tanto orribili quanto purtroppo ricorrenti sulle pagine di cronaca nera, col consueto seguito di assuefatta indifferenza o di interesse morboso: un padre siede al banco degli imputati, accusato di aver ucciso a calci la figlioletta di pochi mesi. Protagonista del secondo livello narrativo è il presidente della corte d'assise che sul caso dovrà pronunciarsi. Schivo, spigoloso fino alla soglia dell'intrattabilità e mediamente depresso, Michel Racine vive in una camera d'albergo in attesa che l'ex moglie venda la bella casa in cui avevano abitato e alla quale, di tanto in tanto, torna per fornirsi di mele, puntualmente marce, da sbucciare in solitudine. I colleghi lo detestano e poco si impegnano a nasconderlo, mentre il presidente gode solo del proprio ruolo svolto con il massimo rigore, ponderazione e con un leggero gusto per la teatralità (in onor del suo cognome). Qualcosa s'incrina quando, tra i giurati sorteggiati per l'occasione, rivede una elegante e dolce dottoressa conosciuta anni prima, l'unica capace di scalfire la sua dura scorza di ritrosia e intransigenza.

È interessante osservare come interagiscono i due principali piani del racconto: non c'è una ricaduta diretta di uno sull'altro o un punto di sovrapposizione che li faccia confluire in un unico epilogo, ma entrambi mantengono una sostanziale indipendenza. Come consuetudine, il dramma legale quasi mai oltrepassa la soglia dell'aula di tribunale. Lì viene sviscerato nel dettaglio, interrogatorio per interrogatorio, senza che comunque prenda il sopravvento sul resto del quadro e polarizzi su di sé tutte le attenzioni. Vincent non tenta di essere avvincente a tutti i costi, ma prende il suo tempo e, piuttosto, si preoccupa di mantenere un ritmo controllato e uniforme che scandisca tutta la durata dell'arco narrativo, concedendosi un unico colpo di scena, tutt'altro che decisivo e posto senza enfasi. Un approccio grave, privo di concessioni sensazionalistiche a differenza di ciò che ci si aspetterebbe di fronte a un crimine eclatante come l'infanticidio. Un metodo simmetrico, del resto, alla tesi conclusiva del protagonista che spiega alla giuria il ruolo della giustizia: non stabilire la verità, ma riaffermare i principi del diritto.
Lo stesso vale sul frangente sentimentale. I brevi incontri tra Racine e la radiosa dottoressa Ditte Lorensen-Coteret si svolgono tutti in un bistrot poco distante dal tribunale e non conoscono escalation romantiche. Si limitano a esporre la progressiva apertura al sentimento del grigio magistrato che si confessa all'amata nell'immutata cornice di un malinconico intimismo. È quindi la misura la chiave de "La corte", film che non ha la pretesa di dimostrare una tesi o di tracciare un percorso di crescita morale risolvendosi in se stesso, ma intende solo descrivere, con limpida onestà e senza cercare conclusioni ad effetto, una particolare condizione esistenziale, il difficile alternarsi di vita e lavoro, l'inizio di una relazione.

Non tutto è portato a perfezione. Gli sporadici momenti in cui i giurati si confrontano, semmai al tavolino del bar, intenzionati a fornire uno spaccato attendibile della società francese, sembrano un po' scontati e irrilevanti nelle dinamiche di confronto generazionale e multiculturale. Pure la regia, giustamente ancorata a modelli classici, sceglie di mantenersi poco appariscente, se non invisibile, ma alle volte tende a un eccessivo appiattimento su una fotografia dalle tinte livide, sulle quali sfolgora solo il rosso scarlatto della sciarpa di Racine e della sua toga foderata d'ermellino. Probabilmente si poteva osare un maggiore rigore formale, oppure ricercare, sul grado affettivo, una leggerezza forse a tratti inseguita ma, per forza di cose, lontana. Quel che resta è un'opera di buon valore, capace - senza inutili ambizioni e col supporto di un fine lavoro di scrittura e dell'indiscutibile maestria dei suoi interpreti - di trovare una sua significativa intensità.