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Diaz

di Daniele Vicari

drammatico, Italia/Francia/Romania (2012)

CAST & CREDITS

cast:
Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou

regia:
Daniele Vicari

distribuzione:
Fandango

durata:
127'

produzione:
Fandango, Le Pacte, Mandragora Movie

sceneggiatura:
Daniele Vicari, Laura Paolucci

fotografia:
Gherardo Gossi

scenografie:
Marta Maffucci

montaggio:
Benni Atria

costumi:
Roberta Vecchi, Francesca Vecchi

musiche:
Teho Teardo

Diaz | Recensione | Ondacinema

Diaz

di Daniele Vicari

drammatico, Italia/Francia/Romania (2012)

di Giancarlo Usai

Voto: 7.0

A volte l'imparzialità, la giusta distanza, l'equilibrio nel raccontare una storia non sono necessariamente un elemento di merito. Ci sono fatti della nostra storia recente che hanno bisogno di una narrazione furiosa, una presa di posizione netta, un utilizzo spietato di documenti e reperti su cui basare la ricostruzione. È da qui, da questo assunto, che Daniele Vicari parte per dirigere il suo film più ambizioso, il lungometraggio che gli ha fatto riscoprire in pieno quella sua naturale vocazione per il cinema d'impegno civile con cui si era presentato all'attenzione di pubblico e critica con i suoi primi documentari. Poi, nella sua pur breve carriera da regista, il cineasta reatino si era dedicato anche ad altro, fino ad approdare a un "ritorno a casa" grazie agli eventi accaduti nella scuola Diaz di Genova in quella maledetta sera del 21 luglio 2001, poco più di un giorno dopo la morte di Carlo Giuliani e la guerriglia scatenatasi nel capoluogo ligure in occasione del G8.

Impossibile che un autore così attento alla realtà come Vicari non si accorgesse dell'incredibile possibilità cinematografica che quel drammatico e infame capitolo della nostra recente storia offrisse a chi vi si avvicinasse. Il film che ne è venuto fuori è una spaventosa fusione a freddo tra i filmati dell'epoca e la loro prosecuzione "fittizia", sfruttando i racconti e le testimonianze processuali per costruire un vero film d'azione, imbrattato di sangue e di urla innocenti. Una pellicola in cui chi ha sbagliato e chi invece ha ricoperto il ruolo della vittima è ben evidenziato. Un aspetto che solitamente ci farebbe sottolineare l'eccessiva partigianeria della sceneggiatura stavolta ci fa applaudire la scelta degli autori, che non hanno paura di mostrare quanto accaduto e neanche di prendere una decisa posizione in merito. E peccato se il trucco di una bottiglia che va in frantumi più volte per raccontare, con "riavvolgimenti" del nastro, quella notte da vari punti di vista suoni un po' come un espediente posticcio per cercare di accontentare tutti, descrivendo le due ore di un black bloc che si nasconde, di una poliziotta che non sa che cosa fanno i suoi colleghi, di un rappresentante del Genoa Social Forum che per una ragazza si salva giusto in tempo.

È vero, alcuni dialoghi, pochi in verità dato che Vicari punta sull'azione e riduce all'osso le parole, soffrono di eccessiva carica didascalica. Se il regista avesse avuto il coraggio di non curarsi di spiegazioni forse troppo verbose, l'opera avrebbe avuto una forza ancor più dirompente. Ma resta a ogni modo lo stile cristallino, deciso, curato nel minimo dettaglio con cui due ore di inspiegabile e irrefrenabile violenza vengono messe in scena. Il montaggio alternato di realtà vera e realtà fittizia è forse la scelta più convincente e la recitazione sommessa di tutti i protagonisti di questo folle racconto corale aiuta il film a centrare l'obiettivo.

Vicari si pone dunque, in un colpo solo, al vertice di una duplice classifica: quella di artisti preziosamente e realmente impegnati a raccontare i fatti più oscuri e vergognosi della storia italiana e quella di registi del nostro paese che, finalmente, riscoprono il gusto per l'ambizione di messe in scena impegnative, di tematiche sofferte. Dopo "ACAB" di Stefano Sollima e "Romanzo di una strage" di Marco Tullio Giordana, il cinema italiano conferma ancora una volta di volere davvero voltare pagina. Dimenticando per un momento la nostra patologica affezione per quella settima arte da catino domestico e crisi esistenziali che i nostri produttori spesso considerano la scorciatoia per fare grandi film, rendiamo merito a un nuovo vento che soffia dalle parti delle nostre sale. Il vento di un cinema che sa impegnarsi, mischiarsi alla realtà in cui viviamo, ma che al tempo stesso non rinuncia a realizzare film con stile e maestria degni di un grande passato.