CAST & CREDITS

cast:
Shinya Tsukamoto, Yūsaku Mori, Tatsuya Nakamura, Yûko Nakamura, Lily Franky, Rirî Furankî

regia:
Shinya Tsukamoto

durata:
87'

produzione:
Kaijyu Theater

sceneggiatura:
Shinya Tsukamoto

fotografia:
Shinya Tsukamoto

montaggio:
Shinya Tsukamoto

Fires on the Plain | Recensione | Ondacinema

Fires on the Plain

di Shinya Tsukamoto

guerra, drammatico, Giappone (2014)

di Claudio Zito

Voto: 5.0
Mentre l'attenzione degli appassionanti più militanti, di questi tempi, è quasi esclusivamente rivolta a un cinema popolato da lunghi, austeri piani-sequenza e tempi dilatati (come nel caso, buon ultimo, della recente opera di Roy Andersson, anch'egli in concorso a Venezia con "A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence"), Shinya Tsukamoto va in controtendenza e, pur ricorrendo anch'egli scarsamente ai dialoghi (risolti con rapidi campo/controcampo), punta decisamente sull'alta frequenza del montaggio, su nervosi movimenti di macchina, su immagini a fortissimo impatto, baroccamente disturbanti, volutamente eccessive, e su un volume del sonoro che mette a dura prova i timpani dello spettatore. Adattando il romanzo "La strana guerra del soldato Tamura" di Shohei Ooka, già portato sugli schermi da Kon Ichikawa nel 1959 ("Fuochi nella pianura"), Il regista nipponico cerca di rinnovare il linguaggio del film di guerra, variando su quello stile mirabolante che abbiamo avuto modo di apprezzare nel recente thriller "Kotoko". La sfida, estrema, di spostare i limiti dell'umanamente tollerabile è intrigante, ma come vedremo il film, a nostro modesto avviso, è malriuscito.

Dal romanzo e dal film di Ichikawa, ma non da questo di Tsukamoto (salvo qualche vago accenno), sappiamo di essere nelle Filippine, verso la fine della seconda guerra mondiale, nel bel mezzo della ritirata dell'esercito giapponese, assediato dall'esercito americano e dalla resistenza locale. Vediamo invece il soldato Tamura, malato di tubercolosi, venir respinto sia dai medici del campo poiché impegnati con casi chirurgici più urgenti, sia dal suo superiore che si rifiuta di accogliere un soldato debilitato dalla malattia. Il ping-pong si conclude con il capo che gli intima di suicidarsi in caso di mancata guarigione e gli fornisce una granata per farlo. Tamura decide di disertare e vagare per la giungla (ambientazione insolita per un regista urbano come il Nostro) alla ricerca di un fiammifero per scaldare le patate selvatiche che ha trovato e raccolto. Tale decisione gli salva la vita ma lo conduce in una spirale di agghiaccianti efferatezze vedute, subite, commesse in prima persona.

Incubi e allucinazioni, meticolosi squartamenti, cadaveri in bella mostra, banchetti pantagruelici a base di carne umana: per affermare il già noto, cioè che la guerra conduce alla follia e all'imbarbarimento e che ci vanno di mezzo gli innocenti, il regista non ci risparmia nulla. L'accumulo di visioni atroci è ben oltre il livello "record" stabilito da "Va' e vedi" di Elem Klimov (film che suscitò polemiche infinite), rispetto a cui, comunque, la regia di Tsukamoto è più originale e offre soluzioni forse inedite, oltre che lontanissime dal canone occidentale. Ma l'insistenza alla lunga genera saturazione, e "Nobi" non "respira" neanche nelle sequenze in cui Tamura va errando solitario, che sarebbero splendide se non fossero troppo brevi e soffocate dalla voice over.

Uno degli obiettivi dichiarati, quello di evidenziare le atrocità e la follia del conflitto, è forse centrato, ma troppo a colpo sicuro, poiché l'entrata in medias res e lo svolgimento monocorde impediscono la collocazione di un contesto più ampio e l'indagine sulle responsabilità nell'intraprendere l'impresa bellica, accennando solo a quelle dei bassi ranghi della gerarchia militare. Inoltre, non è dato sapere se i protagonisti fossero, in origine, degli esseri umani dotati di senno, prima di diventare delle bestie. È allora la natura umana ad essere bestiale, o è la realtà circostante a produrre tali effetti? Le reazioni del volto di Tanaka (l'intellettuale della truppa: da civile faceva lo scrittore), il suo liberarsi del fucile, i tentennamenti non bastano; i commilitoni non sono caratterizzati, lo script è frettoloso e confuso. Nelle interviste rilasciate, l'autore (che ha prodotto il film da sé, con la sua Kaijyu Theater e uno sforzo economico notevole) rivendica l'attualità di un'opera simile alla luce dei venti militaristi che soffiano sul Giappone odierno, fomentati dal governo. Ma di tali intenzioni politiche si fatica a trovar traccia, in una pellicola scevra di profondità intellettuale. Anzi, il sospetto di un eccessivo compiacimento nell'ostentare il lato splatter è impossibile da fugare.