CAST & CREDITS

cast:
Jana Kaderabkova, Jay Hernandez, Eythor Gudjonsson, Barbara Nedeljakova, Derek Richardson

regia:
Eli Roth

distribuzione:
Sony

durata:
90'

produzione:
Chris Briggs, Mike Fleiss, Daniel S. Frisch

sceneggiatura:
Eli Roth

fotografia:
Milan Chadima

Hostel | Recensione | Ondacinema

Hostel

di Eli Roth

orrore, Repubblica Ceca (2005)

di Luca Baroncini

Voto: 6.5

Autore della insipida rimasticatura "Cabin Fever" (ma in molti hanno abboccato), il giovane Eli Roth torna con prepotenza al "genere" che gli ha dato il successo. Questa volta il risultato, pur senza particolari shock e superlativi, non è solo grazie al marketing e al beneplacito di Quentin Tarantino che riesce a conquistare. Il merito è di un'idea forte alla base del soggetto e di un certo equilibrio nelle varie componenti filmiche. Roth riesce a governare una prima parte abbastanza routinaria, ma non insulsa, in cui si creano le premesse del terrore, con una seconda in cui l'attesa trova adeguato sfogo.

Le scelte di regia non sono particolarmente originali (le soggettive delle vittime, il sadismo dei dettagli, la violenza centellinata e spesso fuori campo) ma efficaci, le musiche esaltano il crescendo di ogni sequenza senza la consueta invasione di botti in Dolby Surround e gli effetti speciali fanno il loro sporco dovere imbrattatore (parlare di gratuità, dato il soggetto, sarebbe poco consono).

Gli interpreti si prestano con docilità alla mattanza, giostrandosi abilmente tra la superficialità richiesta nella prima parte e il raccapriccio necessario a sostenere la seconda. Alcuni momenti non si dimenticano, in particolare tutti gli incontri tra vittime e carnefici, che esaltano il contrasto tra i punti fermi della ragione e la deriva del "lato oscuro". Un luogo di non ritorno dove la vita umana si riduce a mera carne da brutalizzare.

La complessiva riuscita non è però esente da difetti. L'atmosfera malata, l'assenza di apparenti vie di fuga, la crudeltà esibita, lascerebbero presupporre un forte coinvolgimento emotivo, invece il retrogusto ha un vago sentore di plastica. La causa è da ricercarsi nel debole abbozzo delle psicologie, nelle coincidenze narrative che ammorbidiscono l'impatto della conclusione, eccessivamente lineare e geometrica (il ruolo dei bambini, l'improbabilità della fuga e lo sbrigativo compimento della vendetta) e nel troppo blando substrato ideologico. La forte connotazione geografica (il male viene cullato a est, nei pressi di Bratislava) non trova infatti adeguato approfondimento, e il discorso politico si limita a un evidente quanto banale dato di fatto constatando come l'aberrazione sia figlia della disuguaglianza sociale. Così come è troppo ambiguo lo sguardo del regista nei confronti dei grossolani protagonisti, che vengono in Europa con un bagaglio di ignoranza e pregiudizi per cercare, non lesinando in tracotanza, ciò che nel loro paese si limitano a favoleggiare. Il modo in cui viene mostrata Amsterdam, poi, gronda luoghi comuni.

Tolto quello che si sarebbe voluto dal film, resta il film così com'è. E l'insieme, pur con qualche riserva, intrattiene a dovere.

(in collaborazione con Gli Spietati)