CAST & CREDITS

cast:
Antonio Albanese, Gabriele Rendina, Livia Rossi, Alfonso Santagata, Sandra Ceccarelli

regia:
Gianni Amelio

distribuzione:
01 Distribution

durata:
104'

produzione:
Palomar, Rai Cinema

sceneggiatura:
Gianni Amelio, Davide Lantieri

fotografia:
Luca Bigazzi

scenografie:
Giancarlo Basili

montaggio:
Simona Paggi

costumi:
Cristina Francioni

musiche:
Franco Piersanti

L'intrepido | Recensione | Ondacinema

L'intrepido

di Gianni Amelio

commedia, drammatico, Italia (2013)

di Diego Capuano

Voto: 6.0

Ancor più che le peripezie di politici e politicanti che sguazzano in teatrini che hanno assuefatto e consumato i sensi del cittadino, oggigiorno i dati sulla disoccupazione in Italia rappresentano il bollettino giornaliero più sconfortante tra i catastrofismi sviscerati dai telegiornali. Perché travolge le speranze delle giovani generazioni (ammesso che ne abbiano ancora a sufficienza), dunque di un futuro che nel migliore dei casi si riesce a intravedere attrezzato di salvagente. Certo è - ribadiscono i notiziari - che una buona parte di persone scoraggiate, il lavoro nemmeno lo cercano più.

Antonio Pane (nomen omen, davvero "buono come il pane") è l'intrepido. Intrepido come audace e anche spavaldo, ma Amelio ha pensato pure all'omonimo giornalino (1935-1998), contenitore di fumetti prevalentemente di genere avventuroso, compreso il "Dick l'intrepido" che diede il nome alla rivista. Il protagonista del film è dunque un eroe fantastico nella misura in cui Amelio prende le distanze dalla realtà, tanto da offrirci un eroe dei nostri tempi utopico ma indissolubilmente legato alla realtà che lo e ci circonda. L'intento è quello di eludere la cronaca quotidiana, di approdare a una sorta di allegoria sull'Italia contemporanea. E altresì vero che le parole del regista non possono che essere schiacciate dalla realtà dei fatti se, come si diceva, il fulcro dell'azione è ben piantato su problematiche innegabilmente rapportate alla materialità del tessuto sociale.

L'intento è piuttosto chiaro: l'innesto di una figura chapliniana nell'Italia dei nostri giorni. Chaplin è citato in più occasioni (espliciti gli omaggi a "Tempi moderni"), ma sin da questo presupposto non mancano le contraddizioni, le incongruenze, le incertezze. In che misura, dunque, il protagonista sta nelle nostre vite? Antonio è troppo sbilanciato verso una bontà mai messa in discussione da un punto di vista a largo raggio d'azione. Anche per Charlot si parteggiava, vero, ma oltre a cercare lavoro rubava, oltre a innamorarsi fregava i poliziotti. Dunque, è forse questo l'impedimento che sta alla base: per architettare una tragicomica parabola moderna sullo stato del nostro paese obbligatori sono sia personaggi di lungimirante complessità sia una descrizione altrettanto eterogenea di ciò che li racchiudono. Ma se, nonostante l'ammirevole (e amabile, questo sì) Antonio Albanese, il protagonista non possiede la statura per impersonificare un simbolo, una bandiera, un rimedio per i nostri giorni, anche la Milano raffigurata sembra eccessivamente asciugata dalle brutture che lo spettatore troverà dietro l'angolo di casa propria.

La pellicola ha una struttura in parte frammentaria, fatta di tanti blocchi, in ognuno dei quali il Nostro si confronta con un lavoro o con una personalità che in varia misura condiziona le sue giornate fatte di lavori tanto diversi eppur tremendamente simili. È un assetto narrativo già suggerito nei primi tre minuti che anticipano i titoli di testa. Sono momenti di piccole potenziali tragedie quotidiane, ingentilite da un tocco di ironia che in questo caso Albanese lavora in tonalità più soffuse del solito. Per metà dell'opera o poco più la gradevolezza dell'insieme supera la mancanza di una urgenza espressiva. Ma quando le avversità, toccando anche una tragedia, si assestano su grigi binari, i fattori sembrano frettolosamente addizionati e, probabilmente, destinati a rimanere irrisolti (chiaro ma fuori dal mondo il ribaltamento di "Lamerica").
Le conseguenze non sono spiegate e alla fine ci si rifugia in un ritorno all'ottimismo intriso da un titubante semi-onirismo, dove le distanze tra le varie tonalità subiscono degli scarti aggrovigliati e sfocati.

In questo modo Gianni Amelio, straordinario autore che, soprattutto negli anni 90 imprimeva alla materia un furore incalzante anche nelle pause e nei silenzi, sceglie una gradazione più leggera proprio per confrontarsi con una attualità tanto precaria. È una medicina preparata con nobiltà e abnegazione, ma la malattia non ne viene intaccata.