Latin Lover

Latin Lover


Cristina Comencini

Commedia | Francia, Italia
(2015)

Volemose bene. Il problema di fondo che inficia tutti i potenziali motivi di interesse di “Latin Lover” è di non riuscire mai a graffiare, perdendosi – come quasi ogni commedia italiana, da troppi anni a questa parte – nella generale assoluzione dei vizi e delle meschinità dei personaggi. L’ultimo film di Cristina Comencini è, fondamentalmente, una celebrazione nostalgica del “grande cinema italiano” (che, implicitamente, non esiste più). Il defunto latin lover del titolo, interpretato in flashback da Francesco Scianna, è Saverio Crispo, attore di fantasia che è stato messo a punto evitando accuratamente di ricordare uno in particolare fra i grandi attori italiani del passato; s’intuisce ad ogni modo un’ibridazione fra Mastroianni, Gassman, e il Volonté dei western di Leone e Damiani, “girati in Spagna”.

A diluire vicende, amori e rancori delle compagne e delle figlie di Saverio Crispo, è una patina di glassa cosparsa per il tramite rappacificante della nostalgia che redime e appiana tutto. Ogni amarezza è espunta, e vengono soffocati nella culla temi interessanti come il ruolo socialmente subalterno della donna (che nel mondo dello spettacolo è persino amplificato), l’ipocrisia nei rapporti familiari (che nel mondo dello spettacolo diventa quasi fondativa), e – spunto in potenza più interessante del film – l’omosessualità latente, ma rigorosamente rimossa, che nel mondo dello spettacolo è strutturalmente inammissibile anche laddove ben nota, tanto da aver sempre generato sospetti (chissà quanto fondati) sin dai tempi di Rodolfo Valentino.

“Latin Lover” è commedia “al femminile”, che ammicca con gradevolezza (raffinata o stucchevole, a seconda dei punti di vista) ai più ovvi luoghi comuni sull’universo femminile: l’irresistibile fascino del pettegolezzo, e una sotterranea “sorellanza” che impedisce ai risentimenti di prevalere e ai conflitti di radicalizzarsi. Certo però, che triste soddisfazione, per una donna che ha vissuto all’ombra del suo latin lover, quella di riuscire finalmente, con la complicità di un bicchiere di troppo, ad ammettere di esser stata anche lei capace di tradirlo. Che rivincita. Pari a quella – povera Marisa Paredes – di sentirsi finalmente autentica senza dover indossare la parrucca. Il modello esplicito e omaggiato vorrebbe essere l’Almodovar di “Volver” o di “Tutto su mia madre“. Marisa Paredes, Candela Peña e Lluìs Homar provengono tutti dall’universo del regista spagnolo. E l’unica a reggere il confronto con loro è Virna Lisi, la cui duttilità interpretativa distanzia di diverse lunghezze i comprimari italiani.

Se a una commedia italiana chiedete semplicemente una spensieratezza che non sia volgare, e che allo stesso tempo sfiori (solamente sfiori) temi di peso senza inquietarvi, “Latin Lover” fa al caso vostro. Ammetterete l’assenza di guizzi di genio, ma la visione non vi lascerà insoddisfatti. Ma se per caso chiedeste a una commedia di esser pure capace di affondare il coltello nei vizi di fondo che rappresenta e dovrebbe mettere alla berlina (come nella grande stagione della commedia all’italiana), “Latin Lover” vi lascerà sottilmente depressi, per come ostentatamente è film rivolto a guardarsi e celebrarsi l’ombelico.

La vis comica, ben temprata in fase di scrittura, non è sempre accompagnata da tempi giusti in fase di regia: con il risultato che alcune gag sono sfasate e le polveri non esplodono perché “bagnate”, cioè anticipate o dilatate o banalizzate da una regia che non possiede la dimestichezza adeguata. Alcune scelte di messa in scena, in particolare, denunciano l’intento celebrativo di fondo, il gusto pigro per il rifacimento nostalgico di un cinema che fu glorioso. Su tutte, la trasformazione di un inseguimento in un set “spaghetti western”: un omaggio agli stilemi di Sergio Leone (primissimi piani, dettagli, dilatazione dei tempi) gratuito più che divertente.

“Latin Lover” accusa il difetto maggiore con riferimento al colpo di scena centrale, telefonato con ampio anticipo. Il film intende anche demistificare il mito del latin lover: ma tale intento è affrontato con una superficialità davvero elementare, smarrita nell’impianto celebrativo del cinema che fu. “Saverio Crispo è personaggio di fantasia. Il grande cinema italiano dei suoi tempi è realmente esistito” recita, più o meno, la didascalia finale. Appunto. Mala tempora currunt.

21/03/2015

Cast e credits

Distribuzione
01 Distribution
Durata
104'
Produzione
Lumière & Co., RaiCinema
Sceneggiatura
Cristina Comencini, Giulia Calenda
Fotografia
Italo Petriccione
Montaggio
Francesca Calvelli
Musiche
Andrea Farri
Costumi
Alessandro Lai

Trama

Le quattro figlie avute da compagne diverse da Saverio Crispo, grande attore del cinema italiano morto da dieci anni,  si radunano nella grande casa del paesino pugliese dove l'attore è nato. Sono presenti anche le due ex mogli ufficiali, la prima moglie italiana che se lo è ripreso e curato in vecchiaia, e l'attrice spagnola che lo ha sposato ai tempi dei western all'italiana. Nessuna delle figlie ha conosciuto veramente il padre, che ognuna ha mitizzato e amato in epoche diverse della sua trionfale carriera. Nel mezzo dei festeggiamenti, quando ancora è attesa la quinta figlia, l'americana riconosciuta con la prova del dna, irrompe Pedro del Rio, lo stunt che dice di conoscere l'attore meglio di chiunque altro.
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