CAST & CREDITS

cast:
Joan Fontaine, Louis Jourdan, Mady Christians, Marcel Journet, Otto Waldis

regia:
Max Ophüls

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
86'

produzione:
Rampart Productions

sceneggiatura:
Howard Koch, Max Ophüls

fotografia:
Franz Planer

scenografie:
Alexander Golitzen

montaggio:
Ted J. Kent

costumi:
Travis Banton

musiche:
Daniele Amfitheatrof

pietra miliare

Lettera da una sconosciuta | Recensione | Ondacinema

Lettera da una sconosciuta

di Max Ophüls

drammatico, sentimentale, Usa (1948)

di Davide De Lucca

Permettimi, amore mio, di raccontarti tutto, tutto dal principio; ti prego, non stancarti di dovermi ascoltare per un quarto d'ora, di ascoltare chi per una vita intera non si è mai stancata di amarti.


Il dolore straziante dell'amore non corrisposto, nutrito nell'ombra e nel silenzio, a insaputa dell'altra persona. Perfetti sconosciuti all'oggetto del proprio desiderio, nel "diritto volontariamente concesso" di essere tiranneggiati - scrisse una volta Dostoevskij. Impossibile da dire e spiegare, lacerante ed estremo. Emorragia interna che distrugge inesorabile e lacera intimamente tra illusioni e disincanto, impennate e crolli d'umore, gelosie inspiegabili e folle irrazionalità. Lo abbiamo provato in tanti e lo hanno raccontato molti, non solo Zweig nel 1922 e Ophüls nel 1948 ambientandolo nella Vienna di fine ottocento.

Disperata, tragica passione alimentata con ostinata costanza, quella di Lisa per Stefan nel capolavoro di Ophüls. La storia di Zweig ha i contorni della favola amara, come dei Grimm malati di melodramma che condannano lei ad amare senza essere ricambiata, riconosciuta, a osservare senza essere vista in un incantesimo che non si spezza. E condannano lui a non saper ricordare, proprio come un eroe delle loro favole, ma senza che la maledizione si interrompa. E l'osservare, quello che pulsa sotto le pagine di Zweig, lo spioncino di casa di Lisa che era "il suo occhio verso il mondo", puntato verso la porta di Stefan, ce lo mette il cinema di Ophüls: obiettivo che guarda lo sguardo non corrisposto in quel continuo, unilaterale, spiare di Lisa. Dramma tragico e fatale nella sua semplicità: la passione ricambiata con l'indifferenza, con la dimenticanza.

Nella postfazione a "Lolita", Nabokov scrisse che il vero dramma del suo romanzo fu quello di non poter adoperare la propria lingua. Destino condiviso da Ophüls, regista nomade per necessità, in fuga dal nazismo dal 1934 tra Germania, Francia, Svizzera, Italia, Olanda e Usa e costretto a girare film in lingue diverse. Di cultura tedesca e francese, amante degli autori mitteleuropei molte volte messi in scena alternando generi cinematografici differenti (melodramma, thriller, cappa e spada), per un cinema elegante, aristocratico, dai movimenti di macchina avvolgenti, spesso definito barocco, anche per le scenografie. Per "Lettera da una sconosciuta", tratto da Stefan Zweig, ad esempio, ricostruisce in studio la Vienna romantica di Hofmannsthal e Schnitzler trasudando la nostalgia di casa, di uno spazio e un tempo perduti. Il film, il secondo prodotto oltreoceano, è inizialmente un insuccesso di critica e pubblico in Usa e in Francia, ma diventa poi uno dei preferiti dalle tv americane per la sua grande carica drammatica, inscenando quello che diventerà un topos per molti altri racconti: "Quando leggerai questa lettera io sarò forse già morta."

"I film di Max Ophüls sono dei miracoli pazienti" disse una volta un professore di lettere dell'Università di Padova, ospite di una lezione di storia e critica del cinema. Mi spiace non ricordarne il nome. Ma forse non è un caso per un film che fa della mancanza di memoria il suo vero dramma. Il melò di Ophüls rilascia frammenti di poesia che ti si attaccano addosso. "Miracoli pazienti", appunto, che durano nel tempo. Pazienti come i personaggi del suo cinema. Lisa si (di)strugge di un amore impossibile con lucida e ostinata caparbietà. Si innamora di Stefan fin da bambina e dedica tutta la sua vita a questo solo amore, incurante del resto: delle convenzioni, della sua posizione, della sua stessa caduta e disgrazia, con dolorosa tenacia, alimentandosi di illusioni e mantenendo un sentimento immutato fino alle estreme conseguenze.

Comincia come una semplice curiosità per il nuovo vicino di casa: Lisa ne è affascinata dagli oggetti che vengono scaricati dalla ditta di traslochi. Anche il solo sguardo rubato al mobilio dell'abitazione di Stefan fa dire a Lisa nel romanzo: "con quell'unico sguardo io assorbii tutta l'atmosfera e ne trassi nutrimento per quei sogni senza fine che facevo di te, nella veglia e nel sonno. Quel breve momento fu il più felice della mia infanzia". Ne è affascinata superficialmente all'inizio: in Ophüls il tema dell'apparenza è tra i più ricorrenti. L'amore comincia attraverso lo sguardo di una ragazzina, il primo che si scambiano quando lei, un giorno, gli tiene aperto il portone ("ricordo ancora esattamente, amore mio, il giorno e l'ora in cui mi persi in te, del tutto e per sempre") che fa esplodere un sentimento prima infantile ("nulla a questo mondo può eguagliare l'amore di una bambina che, di nascosto, si sprigiona dall'oscurità"), e che poi si sviluppa nella passione di una donna consapevole del suo dramma: quello di amare perdutamente un uomo che, non solo è incapace di ricambiare quel sentimento, ma che anni dopo il loro incontro, la notte trascorsa assieme (tre nel romanzo) - e che la Hollywood classica impone di chiudere con una dissolvenza - non saprà ricordarsi di lei: "Tu non mi hai riconosciuta, né allora né mai: mai mi hai riconosciuta."

Se Lisa è destinata a un dolore senza speranza, alimentato da illusioni, appagato soltanto da frammenti di felicità, Stefan è condannato a non saper ricordare: Lisa resterà un ricordo confuso. Un viso a cui una sera, a teatro, ormai imbolsito, si aggrapperà con la tenacia degli ultimi che hanno perduto tutto, nell'incapacità di focalizzarlo. Uomo inappagato dalla sua arte e dalle sue avventure, auto-distruttivo; vile che alla fine andrà incontro al proprio destino, giovane talento decaduto, libertino condannato alla solitudine. Nel romanzo di Zweig, Stefan è uno scrittore, mentre in Ophüls diventa un musicista. Lisa dunque non ne legge tutti i romanzi, ma si attacca con accanimento all'ascolto della sua musica. Al fascino dello sguardo si aggiunge la malìa delle note, l'ascoltare con trasporto il pianoforte della casa accanto. La vista le è preclusa e questo ne aumenta il desiderio. Lisa spia senza essere vista, percepita. Ophüls carica il tema dello sguardo, il punto di vista. In un caso, ad esempio, ripete la stessa inquadratura, sempre per il tarlo della ciclicità: prima Lisa, nascosta sulle scale dopo aver atteso per ore il ritorno di Stefan, lo osserva entrare dal portone con un'altra donna; anni dopo è la stessa Lisa a varcare quella soglia con Stefan, ma il regista sceglie lo stesso punto d'osservazione: questa volta è la macchina da presa a spiarli.

Ophüls e lo sceneggiatore Howard Koch alzano i toni del melodramma incastrandoli in un'impalcatura narrativa che rende l'intreccio più compatto rispetto al romanzo: aggiungono il tema del duello nella cornice, sottotrama che si chiuderà nel finale come presa di coscienza. Ophüls gioca col tempo, facendo in modo che il flashback della lettera, la messa in scena dei ricordi di Lisa, diventi un tempo presente, e la notte insonne di Stefan, passata a leggere la testimonianza della sconosciuta, un tempo di cui ci scordiamo presto, affascinati dal racconto.
Ripropone l'idea di circolarità, di ronde, propria del suo cinema, soprattutto con la scena più memorabile del film: il finto viaggio in treno al Prater, quella notte romantica dove Lisa è finalmente felice. Peccato sia solo un giro in giostra, finto, falso, artificioso e destinato a finire. Peccato che perfino il cinema sia così, magica finzione prima che si riaccendano le luci. Un valzer prima che l'orchestrina smetta di suonare e sparisca.
In Ophüls la ciclicità ha un grande peso, come il rito del ballo, col suo tempo. Come i luoghi di transizione, il passato che ritorna, le scale con le ascese e le cadute. La stazione del treni, palcoscenico di partenze e addii, viene riproposta due volte. La prima con il saluto tra Stefan e Lisa, e il dolore che ne segue. La seconda, anni dopo, mentre parte il figlio di Lisa e dove aleggia un senso di morte. Il romanzo di Zweig insiste molto sulla morte del figlio di Lisa, mentre Ophüls lo tiene sospeso per l'ultima parte.

Ma nel dramma che racconta, il regista non fa mancare momenti da commedia, come quelli legati al patrigno di Lisa o all'orchestrina di donne annoiate che vogliono andare a dormire. Smussa il romanzo in alcuni punti, ad esempio quell'ultima notte passata da Lisa adolescente prima di trasferirsi forzatamente a Lienz (Innsbruck nel romanzo) sdraiata sveglia "sul pavimento freddo, dove da sotto la porta filtrava la corrente d'aria" per aspettare Stefan e rimanere inevitabilmente delusa. Ophüls inoltre glissa sul fatto che Lisa diventa per un certo periodo una mantenuta, forse per timori di censura, forse per la pressione della stessa Joan Fontaine, moglie di Bill Dozier, vice presidente Rampart e sostenitore del progetto - spiega Michele Mancini nella monografia de "Il Castoro" dedicata al regista. Nel romanzo il secondo incontro tra i due avviene quando lui, in un locale, la scambia per una prostituta, mentre Ophüls lo ambienta a teatro. Ma se viene omesso l'elemento di prostituzione, spesso presente in Ophüls, resta comunque il fascino dell'apparenza per smascherare il vuoto, lo scarto tra apparire (Stefan) ed essere (Lisa), tra finzione e realtà. La donna spesso è al centro del suo cinema, vittima o vittima-complice di falsità, si scontra con le convenzioni, recita ed evidenzia la finzione. Ophüls racconta passione e decadenza, amore e morte, mescola immagini del passato e del presente, mostrando il dentro e il fuori delle cose, dei sentimenti. Qui, in particolare, ricordo e dimenticanza, lui e lei, come due entità inconciliabili eppure vicine.

In Ophüls i personaggi fanno almeno un paio di cose passate di moda: scrivono lettere e muoiono d'amore, di un solo amore per tutta la vita. Quello che rimane, però, non è sofferenza, superficialità, malinconia, ma la felicità di Lisa. Provvisoria, costruita su niente, alimentata da speranza fuggevoli e ostinate, illusoria, ma sincera e reale. Come quel carosello di cartone che le fa compiere il giro del mondo in un'unica notte di felicità, come le cartoline delle agenzie di viaggio con cui la affascinava suo padre da piccola. Come se tutte le gioie, sembra dire Ophüls, fossero così: provvisorie. Come il cinema, che sa regalare quei pochi momenti di felicità sotto forma di ombre, caroselli posticci, fantasmi che ti riaprono il portone apparendo di nuovo, bambine felici, quando è troppo tardi.