CAST & CREDITS

cast:
Carlo Cecchi, Toni Servillo, Antonia Truppo, Licia Maglietta

regia:
Antonio Capuano

distribuzione:
Sharada

durata:
116'

produzione:
Andrea De Liberato

sceneggiatura:
Antonio Capuano

fotografia:
Tommaso Borgstrom

scenografie:
Paolo Petti

montaggio:
Giogiò Franchini

musiche:
Luca Gatti - Paolo Polcari - Raiz

Luna rossa | Recensione | Ondacinema

Luna rossa

di Antonio Capuano

drammatico, Italia (2001)

di Piero Calò

Voto: 5.0
Il giovane Oreste (Domenico Balsamo) in uno strettissimo primo piano sta raccontando al magistrato vita morte e miracoli della sua famiglia, il clan Cammarana, che ha dettato legge nel napoletano fin dalla fine degli anni '70.
La lista è abbastanza dettagliata: omicidi, tradimenti, invidie, armi, bunker, una pantera con la bava alla bocca e un padrino sulfureo, ottimamente interpretato dal corpo attoriale di Carlo Cecchi nei panni di Antonino che ha il suo daffare a tenere a bada le scalpitanti nuove generazioni.
Il più intelligente di tutti, Amerigo (Toni Servillo), pare in grado di conquistare la leadership, con una politica da “colletto bianco”, meno pistole e più strette di mano.

Antonio Capuano affronta di petto “o'sistema” con un film attento soprattutto a non alimentare nuove e vecchie mitologie sulla malavita organizzata. Forte del suo background teatrale, ripropone in chiave moderna “L'Orestea” di Eschilo in cui il figlio di Agamennone e Clitemnestra, Oreste, uccide l'assassino del padre che è anche amante della madre.
In realtà i rapporti del film sono ancora più marcati con Elettra e Edipo, messi in scena come un amore tragico e impossibile (come sempre insomma) tra Oreste e la sorella Orsola (la ancora giovane e frizzante Antonia Truppo).

Il risultato finale non è del tutto convincente.
Come sapevano bene gli antichi greci, non è bene far brillare tanta brace per così tanti e scabrosi avvenimenti e il film in effetti si perde nella furia di dirli, di accennarli senza affrontarli, di enumerarli in una sorta di accumulazione caotica che lo fa sprofondare in un simbolismo autocompiaciuto e insoddisfacente.
Capuano mette insieme un ottimo cast e poi lo abbandona in cattività nelle quattro solidissime mura della villa-bunker dove sono costretti a guardarsi in faccia per tutto il tempo.
Da qui nascono quei (voluti) rapporti psicologici dell'amore che si trasforma in odio, l'odio in furia sessuale, il sesso in scannamento.

La fotografia è sovraesposta, quasi una sbobinatura delle telecamere a circuito chiuso che sorvegliano la villa e la vita di tutti fino all'ultimo, così come il racconto di Oreste al magistrato, che ha le tipiche pecche di una confessione che è l'ultimo atto d'amore verso la vita che si sta ripudiando.
Vi si respira un'aria malsana, pesante, sessualizzata in quelle molli carni delle donne dei boss che usano la cavallina per istruire i loro uomini sempre troppo stupidi e vigliacchi, buoni al massimo a sparare.
Si stacca da questo quadro desolante la figura di Amerigo, il capace Amerigo che non per caso rimprovera alla moglie Irene (Licia Maglietta, sensuale modello di maman-putain) di “sentire il gelo quando sono a letto insieme”.
Ma neanche questa consapevolezza gli sarà utile a mutare il corso degli eventi.

“Luna rossa”, brano della tradizione melodica e popolare che riecheggia il tema del tradimento, è la giusta colonna sonora della prima vittima eccellente, il “vecchio” che deve farsi da parte per il “giovane”.
Per il resto la storia è appesantita da un dub di moda a inizio degli “anni zero”, senza via d'uscita, oppressivo e sempre uguale, stile “piastrellatura di bagno” composto ad hoc da Raiz (ex Almamegretta) e Daniele Polcari.

Le referenze: siamo dalle parti di Abel Ferrara, del suo capolavoro “Fratelli” soprattutto per la volontà di entrambi di una anti-mitizzazione dei fuorilegge (il che ci riporta dritti a “Scarface” di Howard Hawks), vigliacchi o psicopatici.
Il film di Ferrara però è venuto decisamente meglio, così come molto meglio sono riusciti altri film di Capuano, più profondi e diversamente ambiziosi, quali La guerra di Mario e quel piccolo capolavoro che è L'amore buio