CAST & CREDITS

cast:
Bård Owe, Espen Skjønberg, Ghita Nørby, Henny Moan

regia:
Bent Hamer

distribuzione:
Archibald Enterprise Film

durata:
90'

produzione:
Bulbul Films

sceneggiatura:
Bent Hamer

fotografia:
John Christian Rosenlund

scenografie:
Karl Júlíusson

montaggio:
Pål Gengenbach

costumi:
Anne Pedersen

musiche:
John Erik Kaada

Il mondo di Horten | Recensione | Ondacinema

Il mondo di Horten

di Bent Hamer

commedia, Norvegia (2007)

di Diego Capuano

Voto: 6.5

L'elogio al lavoro ben fatto è incarnato da un taciturno ma non molto scontroso uomo anziano.
Dalla bellezza di quaranta anni Odd Horten si sveglia ogni mattina di buon ora per recarsi sullo stesso treno che guida sullo stesso tragitto (Bergen-Oslo): un percorso che lo accompagna da una vita intera. Una routine che non può che essere anche monotonia, sebbene non scansata da fuge di evasioni (reali o immaginate che siano), ma sempre guidata da un dritto e unilaterale buonsenso. L'approdo all'età pensionabile coincide con l'ombra della vecchiaia che fa capolino dietro l'angolo.
Facile allora immaginarsi un'incursione che metta sulla bilancia il prima e il dopo, soppesando le due fasi della vita dell'uomo, con tanto di responso finale. Eppure non è cosi' che vanno esattamente le cose. Con "Il mondo di Horten" Bent Hamer non vuole impartire alcuna lezione: sebbene sia chiaramente percepibile l'elogio alla libertà, a l'autore importa innanzitutto aggiungere altri semplici, ironici eppur malinconici tasselli, di personaggi che si muovono in un mondo kaurismäkiano con un occhio a Jacques Tati.

Il regista norvegese, dopo la non risolta parentesi americana (la biografia bukowskiana "Factotum"), torna all'andamento di "Kitchen Stories", che ebbe un discreto successo anche nel nostro paese. Ricette che in questo suo ultimo lavoro assumono una forma più compiuta.
Dopo un'illusoria partenza in un mondo che pare essere indagatore di tristi quotidianità nordiche, il film mette insieme una gran quantità di quadretti regnati da personaggi che appaiono e scompaiono dalla scena senza particolari perché. Sequenze talvolta leggiadre come acquerelli che si espando lasciando tracce nella vita del signor Horten.
Da una parte emerge l'ormai nota ironia scandinava con i suoi silenzi e i propri personaggi marginali, dall'altra si compongono aforismi dipinti da malinconico calore umano.
Non sarebbe certamente consigliabile trovare un senso a situazioni che si animano quasi dal nulla e talvolta restano come in sospeso: il protagonista che diviene una sorte di ostaggio tra le grinfie di un bambino o che si perde negli ampi spazi di una pista di un aeroporto, uno strambo signore anziano che, disteso sui margini di binari del tram, si risveglia per dar forma ad episodi che stemperano le aspettative grottesche in un soffice surrealismo.

Intuizioni a volte mirabili nella propria indefinibilità, sebbene qua e là appesantite da verbosità (il dialogo dell'anziano conosciuto in modo fortuito) o dall' assenza di sufficienti variazioni di ritmo.
Perché Bent Hamer, pur riuscendo a costruire uno stralunato universo che riesce a far suo con una sincerità al di sopra di operazioni analoghe, non sempre riesce ad allargare gli orizzonti del mondo del suo protagonista, comunque un riuscitissimo personaggio che con gli sci riuscirà finalmente a prendere il volo probabilmente bramato da una vita intera, con la stessa delicatezza che lo accompagnerà forse ad un futuro fatto da un insperato amore... e da un inaspettato compagno di avventure.