CAST & CREDITS

cast:
Ethan Hawke, Lena Headey, Max Burkholder, Adelaide Kane, Edwin Hodge, Rhys Wakefield

regia:
James DeMonaco

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
85'

produzione:
Universal Pictures, Platinum Dunes, Michael Bay

sceneggiatura:
James DeMonaco

fotografia:
Jacques Jouffret

scenografie:
Melanie Jones

montaggio:
Peter Gvozdas

costumi:
Lisa Norcia

musiche:
Nathan Whitehead

La notte del giudizio | Recensione | Ondacinema

La notte del giudizio

di James DeMonaco

thriller, horror, fantascienza, Usa (2013)

di Matteo Pernini

Voto: 5.0

 Benedetti siano i Nuovi Padri Fondatori,

che ci permettono di purificare le nostre anime.
Benedetta sia l’America, una nazione risorta.

È un futuro prossimo, quello di cui ci parla "La notte del giudizio", l'esito imminente di una regressione umana ormai avanzata, i cui prodromi si stagliano sulle nevrosi di un presente consunto dalla paura e imprigionato nelle distorsioni di un'etica degradata all'interesse individuale. Pur con gli occhi impegnati a percorrere la distopia di un mondo in cui per un giorno all'anno (dodici ore, in verità) ogni cittadino ha la possibilità di sfogare liberamente i propri istinti più abietti, macchiandosi finanche di omicidio, senza essere penalmente perseguito, DeMonaco decide di proiettare il suo immaginario fantapolitico in un futuro che è già presente.

Funzionali titoli di testa, infatti, ci informano che, nel lieve scarto temporale (appena una decina di anni) che ci separa dagli eventi narrati, gli Stati Uniti, come l'Araba fenice, sono riusciti a risorgere dalle proprie ceneri, ossia dal paventato abisso del declino economico e dai crescenti rigurgiti di violenza che minacciavano di soffocare una società prossima al collasso, grazie all'avvento dei Nuovi Padri Fondatori, fantomatico gruppo politico - che richiama in sordina organizzazioni quali la NRA - nelle cui litanie salmodianti si ravvisano i germi di quel misticismo d'accatto che tanti proseliti ammaestra nel paese di Scientology. A questi "padri" il merito di aver individuato, nella possibilità di un annuale sfogo delle pulsioni più efferate, lo strumento di una catarsi collettiva, il momento sociale della purificazione dagli istinti violenti, che, inespressi, finirebbero per consumare i cittadini nel loro stesso odio, con tremende conseguenze sull'economia e sull'occupazione. Oltre la motivazione ufficiale, però, si scorge il riflesso di una ragione sotterranea, che scopre le sue radici nel classismo di una società votata al rigetto delle gerarchie inferiori, dei reietti, dei senzatetto, di coloro-che-non-producono e, pertanto, non dispongono dei mezzi per proteggersi dalla ferocia dilagante delle tribù borghesi, annichilite nella loro miserevole umanità dal fanatismo di un rituale aberrante.

L'idea, come si vede, non difetta di originalità e il sottotesto polemico, in cui si intravedono le distorsioni di un capitalismo fattosi disumano, sembrerebbe un fertile terreno per il moltiplicarsi delle tracce narrative, peccato, però, che la drammaturgia dell'insieme manchi di coerenza e, a ben guardare, i motivi non riguardano il solo sviluppo, quanto il nucleo originario del progetto. Ipotesi affascinante, si diceva, quella della criminalità (momentaneamente) legalizzata, ma le inverosimili proporzioni cui assurge il fenomeno rischiano di deviare il tracciato narrativo oltre i confini del metaforico, sino a compromettere lo spirito di denuncia. Si pensi al vicino che, in incipit, affila il machete pregustando le gioie sanguinolente della notturna mattanza, allegoria di un'involuzione inarrestabile della morale individuale, ma, nel contempo, macchietta, risibile caricatura che ambisce a strappare un mezzo sorriso nella sua esibita artificiosità. Dovremmo credere bastevole un decennio a mondare con un colpo di spugna l'evoluzione millenaria di un'etica condivisa? Pare di sì, nell'ipotesi del regista, ma non basta il tardo recupero del plautino homo homini lupus per giustificare un massacro che, in una notte, sembra ammassare per le strade più cadaveri dello sbarco in Normandia.
Si dirà che scopo della fantapolitica è, appunto, quello di proporre scenari al limite del verosimile. Il problema è che, nella fantasia di DeMonaco, sono il realismo psicologico e la coerenza interna dei rapporti tra i personaggi a saltare vistosamente. Oppure dovremmo credere che nello spazio di dieci anni l'involuzione delle consuetudini sociali abbia reso ordinario, per quanto in una realtà distopica, stringere calorosamente la mano del vicino, dopo che questi ha trascorso la nottata ad affettare clochard a colpi di mannaia.

Né ciò è tutto, dato che il plot, relegando la "Notte dello Sfogo" a motivo dell'intreccio, vira ben presto al thriller, occupandosi delle vicissitudini della famiglia Sandin, barricata in casa per difendersi da eventuali attacchi. Il padre (un Ethan Hawke, sul cui volto sono magnificamente inscritte le minime variazioni di tono dell'intreccio) dovrà, quindi, fronteggiare l'assalto deliberato di un gruppo di giovani-bene feroci e mascherati, pronti a chiedere a gran voce che sia restituito loro il senzatetto ferito, cui il figlio minore, impietosito, ha offerto rifugio nell'abitazione.
Da qui in avanti il film procede sugli usuali binari del genere, alternando la violazione delle mura domestiche alla strenua difesa operata dalla famiglia e pescando a piene mani da una tradizione che mescola echi del "Cane di paglia" di Peckinpah (nella figura del bonario marito pronto, all'occorrenza, a farsi spietato carnefice), dei "Funny Games" di Haneke (nel ciuffo biondo del glaciale Wakefield, capobanda dei debosciati) o, ancora, del Charles Bronson de "Il giustiziere della notte", delle fantasie di Burgess e Kubrick in "Arancia meccanica", fino al Carpenter di "Distretto 13" (non a caso il regista ha firmato lo script del debole remake uscito nelle sale nel 2005).

Nonostante la buona tensione della prima parte, è soprattutto nel secondo tempo che si palesano i vizi di una scrittura frettolosa, inadeguata fino ad esaurire in false piste gli snodi dell'intreccio non appena mostrino il minimo interesse, e superficiale al punto da sorvolare allegramente sui problemi della costruzione narrativa, corroborando con millimetrica precisione le attese dello spettatore smaliziato. Naturalmente ognuno girovaga per casa armato per conto proprio, solo un babbeo penserebbe di rimanere insieme con gli altri; naturalmente l'assassino preferisce inseguire la vittima di stanza in stanza, solo uno stolto le piomberebbe addosso all'improvviso; naturalmente i cattivi non mancano di imbastire ampie dissertazioni filosofiche sulle ragioni del loro gesto, solo un killer sprovveduto penserebbe di uccidere qualcuno senza prima avergli aperto una finestra di consapevolezza. Nel frattempo temi come gli esiti di una violenza incontrollata, le ragioni della legittima difesa, l'etica sociale, il ruolo del singolo individuo nella società rimangono sospesi in uno stato di perenne abbozzo, sfiorati, ma mai affrontati.

In conclusione, se lo scopo era descrivere i pericoli di una società individualista, pervasa da germinanti sfoghi di violenza e pronta a cannibalizzare con noncuranza la "zavorra" sociale in nome di un abietto capitalismo, non si può dire che l'esito rispetti la bontà delle premesse. Molto meglio, allora, ripescare quell'ibrido vitale e rabbioso che è "Un giorno di ordinaria follia", film sgangherato e discutibile, ma intimamente pervaso, nel crudo realismo con cui approccia la violenza metropolitana, dal raccapricciante incubo della contemporaneità.