CAST & CREDITS

cast:
Ben Foster, Woody Harrelson, Samantha Morton, Steve Buscemi

regia:
Oren Moverman

distribuzione:
Lucky Red

durata:
105'

produzione:
Mark Gordon Company, Good Worldwide

sceneggiatura:
Alessandro Camon, Oren Moverman

fotografia:
Bobby Bukowski

scenografie:
Stephen Beatrice

montaggio:
Alex Hall

costumi:
Catherine George

musiche:
Nathan Larson

Oltre le regole - The Messenger | Recensione | Ondacinema

Oltre le regole - The Messenger

di Oren Moverman

drammatico, Usa (2009)

di Diego Capuano

Voto: 7.0
I recenti film sulla guerra in Iraq devono sempre fare i conti con il susseguirsi degli eventi, con il raccontare uno stato delle cose in continua evoluzione. Che sia un film di guerra o sulla guerra, il risultato è comunque realizzato come dall’interno, senza possibilità di una vera distanza. Le ferite scottano e il contatto tra macchina da presa e realtà se leale difficilmente assumerà connotati non laceranti. “The messenger” è forse, al momento, il film più anomalo sulla guerra in Iraq e probabilmente uno dei più strazianti.
Non solo non si vede l’Iraq, ma lungo il corso della pellicola non si ode un solo sparo. La guerra si sente. Non equivale forse ad un’esplosione di proiettile il devastante dolore subito in un sol colpo dal genitore che viene a sapere che suo figlio è andato ad aggiungersi allo sterminato elenco delle vittime di guerra?

“The messenger” è anomalo perché schiera in prima linea due ufficiali impegnati nel non rinfrancante compito di notificare le vittime di guerra alle loro famiglie: figure che possono superficialmente apparire marginali, e che di rado assumono una statura primaria in un film di argomento bellico. Il sergente Will Montgomery e il capitano Tony Stone sembrano muoversi in uno spazio temporale asettico, in una secchezza che nemmeno le lacrime riesce ad affievolire. Il dolore non implode, ma macina all’interno e rende mente e corpi fragili. Per i due protagonisti è vietato il contatto con i parenti dei caduti: l’impotenza del giovane Will passa attraverso lo sguardo trattenuto del regista esordiente Oren Moverman (già co-sceneggiatore di “Io non sono qui” di Todd Haynes) e, attraverso una spontanea immedesimazione con il protagonista, la stessa impossibilità di intervenire accompagna lo spirito dello spettatore.

Non soltanto l’occhio che soffre le pene della guerra, ma una vita alla deriva senza più famiglia né donna da sempre amata. Un abisso di solitudine che condivide con il capitano Stone che, però, in un primo momento può illusoriamente sembrare una variante del duro uomo dell’esercito, contrapposto al giovane e debole alte-ego. Una faccia di pietra, l’ennesimo uomo arcigno dell’esercito a stelle e strisce.
Il rapporto tra i due, sconfinato in un territorio di una difficoltà esistenziale che smorza anche gli inevitabili scontri, sfocia nell' epilogo in una sorta di mini on the road al maschile, tra donne e fiumi di alcol. Ma stavolta non si accende in coda la fiammella del sogno americano, dello show da portare avanti. Il capolinea è in una camera e il dolore prende voce: anche il portamento da duro cade in uno sconforto con poche possibilità di rivalsa.

Fa macchia il rapporto tra Will e la moglie di uno dei caduti: la parentesi più scontata del film (nonché l’unico bagliore di luce in questo grigio universo), certo, ma anche in questo contesto la sceneggiatura del regista (scritta a quattro mani con l’italiano Alessandro Camon, e candidata al premio Oscar) è abile nell’evitare scorciatoie melodrammatiche, per non dire inverosimili.
Con un pudore encomiabile, grazie anche ad un cast che si mette pudicamente a nudo. Il dolente grido nasce e vive nel silenzio.