“Ricchi… da morire – Delitti in famiglia” prende le mosse da un classico della black comedy britannica per interrogare un presente in cui il privilegio non è più soltanto un’eredità di sangue, ma un dispositivo capace di ridefinire perfino la morale. Adattando liberamente Kind Hearts and Coronets di Robert Hamer, a sua volta tratto dal romanzo di Roy Horniman, John Patton Ford rinuncia all’eleganza aristocratica dell’originale per immergere la vicenda nell’America contemporanea, dove il capitalismo finanziario ha sostituito l’antica nobiltà e l’accesso alla ricchezza assume i contorni di una guerra privata. Più che un semplice aggiornamento, il film diventa così una riflessione sulla progressiva dissoluzione di qualsiasi principio etico all’interno di una società che continua a celebrare il successo economico come unica misura possibile dell’esistenza.
Becket Redfellow è il prodotto perfetto di questo sistema. Figlio di una donna ripudiata dalla propria famiglia perché colpevole di aver sposato un uomo socialmente inferiore, cresce coltivando un desiderio di rivalsa destinato lentamente a trasformarsi in un progetto di annientamento. Eliminare uno dopo l’altro tutti gli eredi della dinastia Redfellow diventa, prima ancora che una vendetta personale, il modo attraverso cui conquistare finalmente un’identità che gli è sempre stata negata. Ford costruisce così un protagonista che non cerca alcuna giustificazione morale: Becket non è un giustiziere, né un vendicatore sociale, e il film ha l’intelligenza di non mascherarne mai il cinismo dietro una facile retorica anti-élite. La sua guerra contro la famiglia non nasce da un ideale redistributivo, ma dalla convinzione che il potere appartenga semplicemente a chi riesce a impossessarsene.
È proprio questa assenza di redenzione a distinguere l’opera da gran parte del cinema contemporaneo dedicato al conflitto di classe. Se titoli come “Parasite” o “Knives Out” utilizzavano il genere per mettere in crisi le strutture sociali che rappresentavano, Ford preferisce osservare come anche chi nasce escluso finisca inevitabilmente per replicare le stesse logiche del privilegio una volta ottenuta la possibilità di entrarvi. L’ascensore sociale non corregge le disuguaglianze: produce semplicemente nuovi dominatori. In questo senso, “Ricchi … da morire” assume i contorni di una parabola profondamente pessimista, dove la ricchezza non corrompe perché è già, in partenza, il presupposto stesso della corruzione.
La regia accompagna questo discorso con un controllo tonale sorprendente. Ford alterna costantemente commedia nera, thriller e noir senza lasciarsi sedurre da un esercizio di stile fine a sé stesso. Il ritmo serrato del montaggio evita che la reiterazione degli omicidi diventi meccanica, mentre la voce fuori campo del protagonista, pur insistita, contribuisce a mantenere la narrazione ancorata al suo punto di vista, trasformando ogni delitto in una tappa di un’autobiografia criminale raccontata con ironica lucidità. L’umorismo nasce allora non tanto dalle morti in sé quanto dalla totale normalizzazione dell’orrore, inserito all’interno di una quotidianità dominata da procedure, etichette e formalismi borghesi che finiscono per apparire assai più grotteschi della violenza stessa.
Anche la costruzione visiva riflette questa impostazione. Gli ambienti della dinastia Redfellow vengono fotografati come spazi sterili, quasi museali, in cui ogni elemento d’arredo sembra esibire il peso di un privilegio accumulato nei decenni. È una ricchezza che non produce vitalità ma immobilità, e che Ford osserva con uno sguardo freddo, privo di fascinazione. Le inquadrature ordinate e la composizione rigorosa contrastano continuamente con il caos morale che si consuma al loro interno, sottolineando la distanza tra l’apparenza impeccabile dell’élite e la decomposizione etica che la sostiene.
Se il film funziona con tale efficacia è soprattutto grazie a Glen Powell. Dopo aver costruito gran parte della propria carriera recente sull’ambiguità tra fascino e autoironia, l’attore sfrutta ancora una volta quella doppia natura per dare vita a un protagonista irresistibile nella superficie e profondamente disturbante nelle intenzioni. Becket conserva sempre un sorriso affabile, un’eleganza spontanea e una leggerezza che impediscono allo spettatore di prenderne definitivamente le distanze, anche quando le sue azioni diventano irrimediabilmente mostruose. Powell evita qualsiasi compiacimento psicologico e lavora piuttosto sulla progressiva anestesia emotiva del personaggio, mostrando come la conquista del potere coincida con una lenta cancellazione della coscienza.
Accanto a lui, Margaret Qualley costruisce una Julia tanto seducente quanto indecifrabile, figura che introduce nel racconto una dimensione sentimentale destinata a complicare ulteriormente l’apparente linearità della scalata sociale. La sua presenza interrompe l’automatismo della vendetta e suggerisce come, dietro l’ossessione economica, continui a sopravvivere un bisogno di riconoscimento affettivo che il denaro non può colmare. Ed Harris, invece, conferisce al patriarca Redfellow una gravitas quasi monumentale, incarnazione di un capitalismo che ha ormai assunto i tratti di una forza naturale, impersonale e apparentemente invincibile.
Pur non approfondendo fino in fondo le implicazioni politiche che continuamente evoca, “Ricchi… da morire” trova la propria forza proprio nel rifiuto di qualsiasi rassicurazione morale. Ford non offre vie di fuga né figure positive cui affidare il racconto; mostra piuttosto un universo in cui vittime e carnefici finiscono per condividere lo stesso orizzonte di valori, separati soltanto dalla posizione occupata all’interno della piramide sociale. Il risultato è una black comedy brillante e velenosa che, dietro la leggerezza del divertimento e la precisione dell’ingranaggio narrativo, restituisce il ritratto di una società dove la vera eredità non è il denaro, ma l’incapacità di immaginare un’alternativa al suo dominio.
31/07/2026