CAST & CREDITS

cast:
Idris Elba, Charlie Hunnam, Rinko Kikuchi, Charlie Day, Diego Klattenhoff, Burn Gorman

regia:
Guillermo Del Toro

distribuzione:
Warner Bros. Pitcures

durata:
131'

produzione:
Legendary Pitcures

sceneggiatura:
Travis Beacham, Guillermo del Toro

fotografia:
Guillermo Navarro

scenografie:
Andrew Neskoromny, Carol Spier

montaggio:
Peter Amundson, John Gilroy

costumi:
Kate Hawley

musiche:
Ramin Djawadi

Pacific Rim | Recensione | Ondacinema

Pacific Rim

di Guillermo Del Toro

fantascienza, azione, Usa (2013)

di Antonio Pettierre

Voto: 7.5

Nei combattimenti tra i Kaiju, i mostri invasori della Terra, e gli enormi robot, i Jaegers, costruiti dagli uomini per difendersi, in un montaggio alternato, Guillermo del Toro mostra lo scontro tra le due creature - aliene e artificiali - e le azioni e i movimenti dei due piloti all'interno dei robot. E' l'elemento umano che ha il sopravvento in "Pacific Rim", all'interno di sequenze digitali di grande spettacolarità. Sono i corpi degli attori in movimento, la carne e la mente dei piloti come personaggi-icone, che colpiscono lo Spettatore. I Jaegers infatti sono guidati da una fusione mentale tra due piloti e la macchina, collegati tra loro da una rete neuronale, dove l'uomo ha il completo sopravvento e dominio. I robot di del Toro sono delle corazze, delle estensioni meccaniche del cervello degli uomini - a differenza, ad esempio, dei Transformers che rimangono delle macchine pensanti artificiose e le cui azioni sono la messa in scena di un videogioco - che sfidano a regolar tenzone, sulle coste dell'oceano Pacifico, i mostri venuti da un'altra dimensione.

Certo, "Pacific Rim" è principalmente un film di azione spettacolare, ma ha diversi elementi che ne fanno un'opera di singolare interesse. A una visione superficiale, del Toro si ispira ai manga e ai fumetti giapponesi (i vari Goldrake, Gundam, Mazinga e Neon Genesis Evangelion) e al "Godzilla" di Ishiro Honda, ma nella realtà crea una dimensione narrativa che si compone di perfetti  stilemi e temi della fantascienza, con una correlazione funzionale tra l'estensione ontologica e l'intensità tecnologica (nell'accezione ben analizzata e spiegata da Bandirali e Terrone nel loro saggio Nell'occhio, nel cielo) equilibrata nella sua messa in scena.

La dimensione ontologica primaria - il pianeta Terra con l'oceano e le città costiere - si estende in una dimensione ontologica secondaria - un'invasione aliena, con una guerra che inizia ai giorni nostri e continua per tredici anni nel futuro. Già qui l'invasione non avviene dallo spazio, ma da un'altra dimensione: i mostri non sono creati dall'uomo, ma sono creature intelligenti che vogliono invadere la Terra, attraverso un passaggio intradimensionale creato nelle profondità del Pacifico, un ipogeo che è un altro elemento caratteristico del genere e che del Toro utilizza come la causa drammaturgica scatenante della diegesi di "Pacific Rim".

Ma i mostri venuti dall'interno/esterno sono la materializzazione metaforica delle paure inconsce di un periodo di crisi che la realtà filmica rappresenta e sviluppa nel tempo come un conflitto perenne con sé stessi. E questo mondo, questi mostri, sono molto debitori ai Miti di Cthulhu creati da H. P. Lovecraft, agli alieni che vengono dalle profondità marine (e del resto del Toro aveva accantonato il progetto a cui stava lavorando, tratto da Le montagne della follia dello scrittore di Providence, per cimentarsi in "Pacific Rim", e qualcosa ha travasato in questa pellicola).

A contrastare i mostri abbiamo i piloti, veri e propri guerrieri, e in particolare i protagonisti di questo confronto/scontro sono Raleigh Becket (Charlie Hunnam), Mako Mori (Rinko Kikuchi) e il comandante Stacker Pentecost (Idris Elba) descritti con profonde debolezze umane e non proprio eroi invincibili. Il regista messicano crea una rete di relazioni familiari tra i vari personaggi: Raleigh pilota uno Jaeger con il fratello (che perde in un combattimento); Mako rimane orfana dei genitori quand'era una bambina, durante un attacco di un Kaiju, e viene salvata e adottata da Pentecost; un'altra coppia di piloti sono padre e figlio; e infine Raleigh e Mako piloteranno insieme un robot, facendo presagire un legame affettivo prima ancora della loro fusione mentale. Quindi per la fusione mentale, utilizzata per pilotare i robot, (rappresentata con un montaggio di immagini dei ricordi, sogni e incubi personali, sorta di cortometraggi della vita dei personaggi, dei flashback mentali esplicativi) si presuppone siano facilitati quei piloti che hanno forti rapporti emotivi e legami parentali.

La famiglia composta, allargata o meno - in una visione quasi religiosa e messianica - da uomini e donne che combattono per evitare l'Apocalisse incombente, è un altro elemento distintivo dell'autore messicano e qui è rappresentata sotto un'ennesima variante narrativa. Del Toro ha una forte cultura religiosa (anche se vissuta in modo critico) e il comandante dei piloti viene chiamato appunto Pentecost (e Pentecoste si festeggia dopo i cinquanta giorni dalla Pasqua, in rappresentanza dello Spirito Santo) come citazione dell'elemento religioso tipico in tutte le opere del regista messicano.

Il nesso ontologico di creazione di una realtà filmica che si muove nella realtà vera (la scenografia del Pacifico e delle sue città costiere) si amalgama in modo coerente con l'intensità tecnologica data dai robot e dallo sviluppo informatico, oltrepassando i limiti imposti dalla nostra realtà e di nuovo confermando il perimetro di movimento del discorso filmico all'interno del genere.

La tecnologia però utilizzata all'interno della realtà filmica a volte è obsoleta (il combattimento finale si farà con robot recuperati e riparati); i personaggi si muovono in ambienti sporchi, umidi, fatiscenti; le tute che indossano sono rigate, opache; gli interni dei robot danno un senso di officina precaria; gli esterni sono per la maggioranza filmati di notte e nella pioggia. Quindi, una rappresentazione di un mondo alla deriva sull'orlo dell'abisso fisico e psicologico. La messa in scena e la messa in quadro di tutto ciò è resa possibile dal fondamentale apporto di Carol Spier (scenografa prediletta da Cronenberg) e di Guillermo Navarro (estensione dell'occhio di del Toro) che utilizza un chiaroscuro notturno, avvolgente sia l'esterno sia l'interno dei robot e racchiudendo in un bozzolo di luce i personaggi umani e macchinici (e il direttore delle fotografia ha fatto un eccellente lavoro, degno del capolavoro di del Toro "Il labirinto del Fauno" e di "Hellboy II - The Golden Army").

Infine, l'utilizzo del sonoro diegetico è funzionale a distinguere i versi dei mostri e i rumori dei robot, che sono comunque suoni alieni all'orecchio umano, a cui fa da contraltare extradiegetico la colonna sonora di Ramin Djawadi, con il bellissimo tema principale che spinge emotivamente le azioni dei protagonisti.

E l'intensità tecnologica si esplicita anche nella macchina-cinema messa in piedi da del Toro e dalla sua famiglia artistica allargata, di cui si circonda in tutti i suoi film (senza dimenticare l'attore feticcio Ron Perlman, qui in un gustoso cameo) in un gioco di rimandi tra quello che si vede sullo schermo e quello che c'è fuori campo e dietro la macchina da presa.

Anche se qualche pecca il film ce l'ha - come la parte esterna dei combattimenti con i mostri, un po' troppo fracassona, e la sottotrama dei due scienziati che studiano i Kaiju, con personaggi fin troppo macchiettisti e clowneschi - possiamo però dire che, alla fine, "Pacific Rim" è un film di genere piacevole e divertente che rappresenta bene l'immaginario collettivo dei nostri ultimi anni, messo in scena con originalità da un autore con una visione riconoscibile e personale.