CAST & CREDITS

regia:
Maxim Pozdorovkin, Mike Lerner

distribuzione:
I Wonder Pictures

durata:
88'

produzione:
Roast Beef Productions

fotografia:
Antony Butts

montaggio:
Simon Barker, Esteban Uyarra

musiche:
Simon Russell

Pussy Riot - A Punk Prayer | Recensione | Ondacinema

Pussy Riot - A Punk Prayer

di Maxim Pozdorovkin, Mike Lerner

documentario, Russia/Regno Unito (2013)

di Mirko Salvini

Voto: 7.0

"Free Pussy Riot"! È davvero difficile, una volta visto questo documentario, non condividere le proteste che sono seguite all'arresto di Nadezhda Tolokonnikova, Maria Alyokhina e Yekaterina Samutsevich, meglio note come Nadia, Masha e Katia, membri dell'ormai noto gruppo punk rock femminista russo, fermate dalle forze dell'ordine nel febbraio 2012, subito dopo una performance di protesta nella cattedrale moscovita del Cristo Salvatore, condannate ad un periodo di reclusione, con tutto il rispetto per le leggi e le sensibilità religiose altrui, senza dubbio esagerato. I registi Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin hanno realizzato a tempo di record un resoconto sulla vicenda che ci fa capire come le ragazze delle Pussy Riot magari non saranno le più grandi musiciste del mondo ma quanto a coraggio non temono rivali!

Prodotto dalla Roast Beef Productions e arrivato negli States grazie alla HBO, "Pussy Riot: A Punk Prayer" ha avuto una segnalazione all'ultimo Sundance, ha vinto il premio del cinema indipendente britannico come miglior documentario ed è tra i finalisti per la nomination all'Oscar. In attesa di sapere se l'Academy deciderà di solidarizzare col film e le sue eroine, "I Wonder Pictures" lo fanno uscire (anche se abbastanza timidamente) nelle nostre sale. Vederlo è sicuramente una buona occasione per riflettere sulla Russia dell'era Putin, stato che a livello internazionale mantiene un'importanza notevole (specie per questioni economiche) ma che in quanto a diritti civili e libertà d'espressione lascia molto a desiderare, come dimostrano anche i ripetuti atti di omofobia perpetrati con la tolleranza, quando non proprio l'incoraggiamento, del governo. È chiaro sin da subito che l'esibizione delle ragazze incriminata aveva come bersaglio l'arcivescovo Kirill I, patriarca di Mosca e capo della chiesa ortodossa, che con la sua influenza politica è considerato uno stretto collaboratore del presidente Putin e del suo regime repressivo e antidemocratico.

Anche se decenni di politica comunista tendono a farcelo dimenticare, il popolo russo per tradizione è sempre stato molto religioso e neanche il periodo sovietico, con le sue numerose azioni in tal senso (tra le quali la demolizione dei luoghi di culto, compresa la stessa chiesa del Cristo Salvatore, abbattuta per fare posto ad una piscina pubblica) ha potuto dissipare fino in fondo tale fede. Una volta caduto il Comunismo, la voglia di manifestare la propria spiritualità senza oppressioni ha portato ad un "rilancio" della chiesa ortodossa, ben simboleggiato dalla ricostruzione della cattedrale in tempi rapidi. Putin ha cavalcato astutamente il bisogno di fede della nazione, rendendolo parte strategica nella spinta nazionalista che caratterizza da sempre la sua carriera politica. Il presidente ha aiutato l'istituzione religiosa ed essa lo ha ricambiato dandogli la sua "benedizione". Da qui la scelta della cattedrale come "bersaglio" da parte delle ragazze, al tempo stesso comprensibile e rischiosa.

Il documentario racconta il processo subito dalle tre componenti del gruppo arrestate, attraverso la ripresa delle sedute in aula, le testimonianze degli altri componenti del gruppo e dei parenti che, anche se in maniera diversa, sostengono la loro battaglia. I filmati delle diverse apparizioni delle Pussy Riot si accompagnano ai momenti delle giovani che si esibiscono in chiesa, coi fedeli sbigottiti ma tutt'altro che disposti a lasciare correre questa "violazione al diritto di professare la fede" (c'è anche il sospetto che se non fossero intervenuti i poliziotti alle contestatrici sarebbe potuta andare peggio). Vengono anche intervistate varie persone a favore dell'arresto che tentano persino di negarne le ragioni politiche (anche se in verità quest'ultima obbiezione è veramente poco credibile). Indubbiamente Nadia, Masha e Katia ne escono a testa alta, rivendicando instancabilmente le loro idee e dimostrando una forza d'animo davvero ammirevole. Viene fatto anche notare il coinvolgimento di personaggi del mondo dello spettacolo come Madonna, schierati con le Pussy Riot e, quindi per la prima (e non ultima) volta, contro la Russia di Putin, rendendo così il tutto un caso internazionale.

Lerner (che in zona Oscar ci è arrivato un paio di anni fa grazie a "Hell and Back Again" documentario che raccontava il ritorno a casa dei soldati impegnati sul fronte afghano) e Pozdorovkin assemblano il tutto con grande abilità, aiutati dal montaggio di Esteban Uyarra e dal commento musicale di Simon Russell. Probabilmente il 2013 ci ha regalato dei risultati migliori in campo documentario (tanto per restare in ambito musicale, potremmo citare ad esempio "Sugar Man" di Malik Bendjelloul, oscarizzato giusto qualche mese fa) ma "Pussy Riot" resta un film da vedere per riflettere su quanto sta capitando in un paese a noi più vicino di quanto non si pensi.