CAST & CREDITS

cast:
Max Martini, Ricky Jay, David Paymer, Alice Braga, Rodrigo Santoro, Tim Allen, Joe Mantegna, Emily Mortimer, Chiwetel Ejiofor

regia:
David Mamet

distribuzione:
Sony Pictures

durata:
99'

sceneggiatura:
David Mamet

fotografia:
Robert Elswit

musiche:
Stephen Endelman

Redbelt | Recensione | Ondacinema

Redbelt

di David Mamet

azione, Usa (2008)

di Martino Buora

Voto: 7.5
Beati i puri di cuore perché erediteranno la terra? Certamente a fatica nella Los Angeles del 2008, secondo David Mamet.

Uscito negli Stati Uniti in maggio e giunto or ora qui da noi, Redbelt (la cintura rossa che spetta solo ad una persona) è un bel film che non propone particolari novità tecniche, non ha clamorosi colpi di scena né fa uso di effetti speciali ma, in ossequio al tratto caratteristico dell'autore, qui nella duplice veste di regista e sceneggiatore, sa suscitare e tenere desta l'attenzione dello spettatore grazie ad un intrigo ben scritto e l'uso di elementi tratti dai film di genere (qui i film di arti marziali), ma senza relativi cliché, uniti a temi ricorrenti in Mamet: cioè il cinema sul (mondo del) cinema e la manipolazione dei mass media già toccati in "Hollywood, Vermont" e in "Sesso e Potere" (che titolazione becera) girato però da Barry Levinson.

Alla buona resa di questo noir contribuisce non poco l'apporto di un attore protagonista decisamente in palla, Chiwetel Ejiofor, nella parte di un "puro" istruttore di Jiu-Jitsu, qui in compagnia di comprimari di lunghissimo corso hollywoodyano, spesso compagni di Mamet: attori minori, quanto a fama soltanto, ma di grande professionalità di cui non raramente conosciamo i nomi, ma che ci sembrano volti familiari appena compaiono sullo schermo (e infatti alcuni li abbiamo visti tante volte in una miriade di film); di questi almeno tre meritano di essere citati: Joe Mantegna (il produttore), David Paymer (lo strozzino) e Ricky Jay (il promoter di incontri).
La trama è presto detta: un allenatore di arti marziali, Mike Terry, devotissimo al suo anziano maestro, manda avanti con qualche sforzo la sua palestra alla periferia di L.A. dove istruisce soprattutto agenti di polizia e qualche aficionado. Gli affari non vanno benissimo e la moglie con il pallino degli affari (Alice Braga) glielo fa notare.
Una sera giunge in palestra una giovane donna benvestita ma disorientata (Emily Mortimer, bravissima, la vedremo presto nel thriller "Transsiberian") che fa accidentalmente partire un colpo dalla pistola di un agente di polizia di ritorno verso casa dopo l'allenamento infrangendo la vetrata dell'accademia. Questo piccolo incidente metterà in moto una catena di eventi che porteranno Mike a dover verificare la frase che ripete ai suoi allievi per convincerli a non mollare durante un combattimento e in cui ha sempre creduto: c'è sempre una via d'uscita da ogni situazione.
Riuscirà ad imboccarla senza rinunciare ai propri ideali?

Il noir di Mamet racconta dunque la storia di un uomo forte ma sensibile, sempre pronto a dare una mano al prossimo - sia esso un suo allievo o una ragazza traumatizzata che deve recuperare la propria sicurezza - che comincia a muoversi però in un mondo decisamente differente e privo di scrupoli, incastrato tra primattori alla deriva e produttori amorali.
Il pregio è quello di non dipingere Mike Terry come un Candido e nemmeno un poveretto inconsapevole ma un uomo semplice, non stupido, che realmente crede in quello che insegna e cui ha dedicato una intera vita.
Similmente Mamet non punta il dito, scandalizzato, sulla immoralità dello star system di Hollywood e dei programmi televisivi che tendono a trasformare qualsiasi disciplina in un evento appetibile a tutti i costi pur di fare soldi (qui è il Jiu-Jitsu, ma quello che accade nello skateboard con gli X-games e i programmi di MTV è altrettanto paradigmatico), anche se indubbiamente la tentazione di questa lettura sorge, ma semplicemente usa di questi elementi per costruire una trama elaborata dove si muovono personaggi tridimensionali con cui è facile entrare in relazione.

Come qualcuno ha sintetizzato, "Redbelt" è un bel film sulle arti marziali (cioè sull'arte della guerra, non sulla guerra) e sul significato che esse hanno per chi le pratica, ma privato di quella agitazione da action movie rutilante a tutti i costi che sembra obbligatoriamente accompagnarsi a molti di essi, con il risultato, poi, che anche le scene di lotta traggono vantaggio da questa prospettiva cessando di sembrare posticce o fumettose, aiutate in questo dal fatto che il Jiu-Jitsu (qui, per la precisione, si tratta di brasilian Jiu-Jitsu) ha come scopo quello di rendere inoffensivo l'avversario avvalendosi di mosse meno acrobatiche di pugni e calci volanti quanto soprattutto di prese di forza e posizioni dirette a togliere il fiato all'avversario.
È l'ottima recitazione del protagonista che, analogamente, fa sì che anche i "mantra" con cui Mike accompagna ed incita i suoi allievi sul tappeto non abbiano quel sapore stantio di frasario da bacio perugina della saggezza orientale (come dimenticare il maestro Miyagi? Se ci fosse un modo legale ve lo direi) ma risultino invece espresse con autentica, concreta, convinzione.
In ossequio alla brevitas, non voglio andare oltre: lasciate che Mamet, maestro nella sua arte, non marziale, vi avvolga nelle spire di un racconto che non sembra possibile immaginare dopo il primo quarto d'ora di film. Lasciatevi sorprendere dalla tensione che farà capolino, senza preavviso, facendovi sbuffare alla comparsa dell'intervallo.