CAST & CREDITS

cast:
Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Aaron Wolff, Jessica McManus, Peter Breitmayer, Brent Braunschweig, David Kang, Benjy Portnoe

regia:
Joel & Ethan Coen

distribuzione:
Medusa

durata:
105'

sceneggiatura:
Joel Coen, Ethan Coen

fotografia:
Roger Deakins

scenografie:
Jess Gonchor

montaggio:
Joel Coen, Ethan Coen

costumi:
Mary Zophres

musiche:
Carter Burwell

A Serious Man | Recensione | Ondacinema

A Serious Man

di Joel & Ethan Coen

commedia, Usa (2009)

di Giancarlo Usai

Voto: 7.0

Povero Larry Gropnik, così indifeso e incapace di spiegarsi razionalmente perché la sua vita va a rotoli. Eppure ha sempre cercato di vivere da uomo serio e probo. Ha onorato la moglie, eppure lei ora lo lascia per Sy Ablerman e gli chiede pure di andare via di casa. Ha provato a crescere come si deve i due figli, e invece loro gli sfilano i soldi dal portafogli per comprare erba o rifarsi il naso. Ha sempre difeso il suo fratellone mezzo ritardato e lui lo ricompensa facendosi arrestare perché coinvolto in uno strano giro di gioco d'azzardo clandestino. E poi ha sempre creduto di essere un bravo insegnante, ma un suo studente lo accusa di corruzione in cambio di una sufficienza in fisica. In più, la sua ortodossia ebraica non lo aiuta: va a trovare ben tre rabbini e tutti si rilevano datori di consigli strampalati. Ecco che il crollo pare inarrestabile, forse solo un'apocalisse provocata da un uragano in arrivo potrà arrestare le cose (o forse aggravarle).

I fratelli Coen non stanno fermi un attimo. Sono presi ultimamente da un raptus di scrittura creativa irrefrenabile. Dopo la doppietta "Non è un paese per vecchi"-"Burn After Reading", tornano con una sorpresa imprevedibile: "A Serious Man" sembra un film dei loro inizi. Cast sconosciuto, scrittura in punta di penna, provincia americana gelida, grigia e surreale e tanta, tanta voglia di celare la rabbia per qualcosa che non va dietro il solito umorismo glaciale. L'aggettivo "solito" spiegherà forse il voto non eccelso in fondo alla pagina: i fratelli di Minneapolis sono impeccabili, addirittura troppo e certe volte, come in questo caso, danno l'impressione di applicare il medesimo registro narrativo e stilistico alle tematiche prese di mira. Stavolta tocca, appunto, alla loro stessa religione d'appartenenza, che esplode in tutte le sue incongruenze attraverso alcune mirabili sequenze prettamente coeniane: vince fra tutte il bar mitzvah del figlio di Larry, girato come se fosse parte di una scena onirica, con tanto di colloquio finale con il decano dei rabbini.

Un elemento, in verità, colpisce molto: è l'abilità dei due impareggiabili fratelli di modificare negli anni il loro timbro di regia. Se l'impressione poteva sembrare frutto di una scelta singola e mirata ai tempi di "Non è un paese per vecchi", ora possiamo dirlo con certezza; Joel e Ethan sono cresciuti e maturati e hanno messo da parte i giochi di macchina più virtuosi, che avevano imparato in gioventù insieme all'ex sodale Sam Raimi, per dedicarsi a uno stile più compassato, pieno di larghe inquadrature. Anche nelle commedie, basta con le smorfie ad effetto e spazio a uno sguardo d'insieme che, forse, rende meglio l'idea di un mondo pieno di paradossi.