CAST & CREDITS

cast:
Jake Muxworthy, Nuot Arquint, Karina Testa, Ottaviano Blitch, Chris Coppola

regia:
Federico Zampaglione

distribuzione:
Ellemme Group distribution

durata:
75'

produzione:
Blu Cinematografica; Massimo Ferrero

sceneggiatura:
Federico Zampaglione; Domenico Zampaglione; Giacomo Gensini

fotografia:
Marco Bassano

montaggio:
Eric Strand

musiche:
The Alvarius; Francesco Zampaglione

Shadow - L'ombra | Recensione | Ondacinema

Shadow - L'ombra

di Federico Zampaglione

horror, Italia (2009)

di Giuseppe Gangi

Voto: 5.5
Il cinema di genere in Italia è diventato un fantasma che assilla gli irriducibili e invecchiati fans, che sognano ancora di rivedere in sala fiumi di sangue o inseguimenti mozzafiato, se non addirittura epici duelli. Ma è stato soprattutto l'horror che si è più volte tentato di riportare in auge: in tanti hanno riproposto questo genere e ogni volta si è salutato al "ritorno del vero cinema horror italiano", anche quando si trattava degli scempi dell'ultimo Argento. La verità è che mancando in Italia un vero scheletro produttivo che porti avanti "i generi", i registi finiscono con l'impegnarsi col "cinema d'autore", credendosi magari autori per davvero.
Federico Zampaglione, leader dei Tiromancino, ha avuto il merito e il coraggio di dedicarsi a un progetto fortemente voluto e per il quale ha combattuto insieme ad amici e famiglia (alla colonna sonora ha collaborato il fratello Francesco col gruppo Alvarius, mentre alla sceneggiatura il padre Domenico). Dopo l'esordio con "Nero bifamiliare", che non l'aveva soddisfatto poichè s'era visto imporre pesanti rimaneggiamenti in fase di montaggio, per la sua opera seconda il regista ha scommesso su di sé e su un genere rischioso. E stando ai fatti "Shadow" si è rivelato una scommessa vinta: presentato con successo al London Frightfest, vincitore di due premi al primo Fantasy Horror Award di Orvieto, lo Zampaglione-regista ha avuto un risalto mediatico inaspettato.

"Shadow" inizia con una suggestiva panoramica delle foreste del Tarvisio (che nel film è chiamato The Shadow, l'ombra) che ci introduce nel luogo in cui si svolgerà l'azione. Il protagonista, David, è un reduce dell'Iraq e con la sua mountain bike vuole immergersi nella natura per dimenticare gli orrori della guerra. Conosce una ragazza che fa il suo stesso percorso, ma i due dovranno presto preoccuparsi di scappare da due balordi cacciatori...per poi finire tutti quanti, cacciatori e prede, tra le grinfie dell'"ombra" che abita la foresta.

Zampaglione si richiama alle atmosfere dei film che ha amato durante l'adolescenza ma segue anche i nuovi sviluppi che il genere ha avuto negli ultimi anni, indica Dario Argento e Lamberto Bava come numi tutelari (a quanto pare è stato Argento a suggerirgli di girare in inglese) e tutti, colpiti dal rinnovato interesse per l'horror, lo applaudono. Ma è tutto oro quel che luccica?

Per chi scrive, "Shadow" si sviluppa su una grammatica elementare, con una partenza da tranquillo weekend di paura fino all'orrore metaforico di "Non aprite quella porta" e quello più grandguignolesco di "Hostel", garantendo nient'altro che schemi risaputi.
Da un'opera seconda, e prima prova nel genere, non si deve cercare a tutti i costi la riscrittura delle regole, "Shadow" è però manchevole soprattutto sotto il profilo della personalità: Zampaglione non dirige male, conosce evidentemente bene i territori che batte, ma accoglie in sé troppe anime diverse che, in una durata minimale (un'ora e un quarto), non forniscono al film una direzione precisa. Il trattamento dei caratteri e dei dialoghi, tutti tagliati con l'accetta, avrebbero avuto bisogno di maggior definizione, per non parlare della recitazione che, fatta esclusione per l'inquietante Nuot Arquint (Mortis), lascia molto a desiderare; il film finisce poi per smentirsi proprio nell'aspetto che premeva a Zampaglione, cioè nella costruzione metaforica: l'autore romano cerca l'orrore della mente e ha avuto l'intuizione di materializzarlo tramite uno spauracchio scheletrico e bianchissimo - che non a caso di nome fa Mortis - anfitrione nel bunker, terribile cimitero di cimeli nazisti (foto, abiti, strumenti vari) e di filmati che si perpetuano nel buio (come quello che vede David, seguendo la luce del proiettore, che lo porta davanti all'Hitler immortalato da Leni Riefenstahl). Dunque un passato che ritorna e ci tortura, una memoria che ci schiaccia e ci tormenta: peccato che scegliendo di spiazzare il pubblico, questo apparato di segni e simboli non trovi nessi che li connetta, se non il pretenzioso twist ending a cui forse è dato anche il compito di spiegare le lacune della sceneggiatura.

Le idee che si intravedono fanno ben sperare per il futuro, ma per dichiarare che l'horror italiano è rinato, è meglio aspettare il prossimo film, magari più maturo e più coraggioso.