Ondacinema

recensione di Giancarlo Usai
5.0/10

In questi tempi difficili per tutta l'Europa, capita di imbattersi in un film piccolo, ma emblematico del momento. "Sola al mio matrimonio" di Marta Bergman fotografa, attraverso un pellegrinaggio tra due Stati membri dell'Unione europea, Romania e Belgio, la diversità che diventa conflitto, la fatica a trovare una velocità uniforme tra i vari Paesi, una disparità imbarazzante di opportunità sociali e di progresso culturale. La regista, un'autrice rumena proveniente dal mondo dei documentari e specializzata nel girare videoinchieste sulla comunità rom, approda al lungometraggio di finzione per raccontare di Pamela, giovane madre che vive alla periferia di Bucarest insieme alla nonna e alla figlia. Un'esistenza, la sua, fatta di orizzonti limitati, di espedienti per sconfiggere l'inedia quotidiana, di idee e istinti che rimangono rattrappiti nella mente, impossibilitati ad essere liberati. Al di fuori della casa fatiscente dove le tre vivono, infatti, c'è il nulla di una landa desolata. Siamo in Europa a tutti gli effetti, ma l'Europa sembra non essersi accorta di questo pezzo di territorio. E così Pamela molla tutto e parte per il Belgio, attraversando il continente dopo aver conosciuto grazie a un'agenzia matrimoniale online un uomo disposto a sposarla.

Andrà a Liegi, dove si accaserà con Bruno, uomo dall'entusiasmo azzerato, mite e anonimo, schiacciato da una società che ha usato il progresso come alibi per rinunciare all'iniziativa. Ovviamente le cose non saranno semplici per questa giovane donna che conosce giusto tre parole di francese e che non ha alcuna preparazione o competenza da poter vantare in un mondo ben più competitivo ed esigente come quello che è andata a conoscere.
La Bergman, che è rumena ma che ha studiato attentamente il meglio del cinema indipendente europeo, ha due punti di riferimento nel suo esordire nella fiction. Da una parte c'è il realismo dei fratelli Dardenne, quella loro messa in scena austera e spogliata di ogni artificio scenico. Camera a mano, inquadrature strette che riprendono Pamela in ogni suo dettaglio, fisico e caratteriale, ogni centimetro di pelle che vediamo è esso stesso messaggio di una vitalità pulsante e pronta ad esplodere. E poi c'è lo sguardo severo di Cristian Mungiu, l'approccio assolutamente peculiare alla scrittura e alla narrazione della contemporaneità rumena. Citiamo Mungiu e non Cristi Puiu o Corneliu Porumboiu perché questi ultimi sono più avvezzi a mischiare le carte dei loro racconti, l'osservazione attenta delle contraddizioni sociali e culturali si confonde con l'aspetto più strettamente cinefilo del giocare con il linguaggio e con i codici dei generi. In Mungiu, no: il dramma non ha compromessi e le conseguenze a volte paradossali delle azioni dei personaggi sono strettamente connesse. Ecco, la Bergman insegue questo modo di mettere in scena il suo racconto.

"Sola al mio matrimonio" (titolo ispirato a una canzone citata nel film, nessun riferimento a una svolta nelle vicende della storia) è un film figlio di questo tempo: pieno di passione e di voglia di raccontare e raccontarsi, ma appesantito da troppi riferimenti cinefili, troppe cinematografie del continente che fanno capolino e che rendono sterile e manualistico l'esito finale, che, infatti, perde decisamente di adesione emotiva. Pamela, nel modo in cui viene ritratta, prima nella scrittura del personaggio e poi nelle scelte registiche che la mettono al centro dell'inquadratura costantemente, è parente lontana (e meno originale) di altre eroine degli ultimi anni. Dalla Adele di Abdellatif Kechiche alla Ilana di Kantemir Balagov, ancora una volta troviamo una giovane donna di cui diventa fondamentale mettere in rilievo una fisicità non necessariamente erotica, ma significativa per il suo raccontare per dettagli materiali e corporei un'esistenza tormentata e trattenuta. La caratteristica che accomuna tutte queste protagoniste è una vitalità frustrata e imprigionata per diversi motivi. La Pamela di "Sola al mio matrimonio" giunge a un punto della vita in cui trova insopportabile la mancanza di uno scopo, il vivere alla giornata. Il modo in cui si appropria del destino che vuole fare suo è il viaggio, l'allontanamento dal Paese d'origine. È così che Marta Bergman le concede la possibilità di scoprirsi, facendo in modo che quelle pulsioni soffocate possano tentare di farsi strada fino a vedere la luce.
La lezione dei fratelli Dardenne, però, è solo parzialmente assorbita. Le Rosetta e le Lorna, infatti, non erano sole al centro del film, ma erano all'interno di un racconto che faceva dei rapporti interpersonali e della profondità di sguardo nelle dinamiche sociali l'arma vincente con cui restituirci non solo un ritratto individuale, ma un affresco organico della contemporaneità. Qui ci si prova, è vero, ma gli altri personaggi, sia in Romania, sia in Belgio, non hanno una vera complessità. E così, tutto si riduce a un film su una donna caparbia e indomita. Alina Serban è bravissima, ma probabilmente non è sufficiente.


12/03/2020

Cast e credits

cast:
Alina Serban


regia:
Marta Bergman


titolo originale:
Seule à mon mariage


durata:
121'


produzione:
Jean-Yves Roubin, Cassandre Warnauts


sceneggiatura:
Marta Bergman, Laurent Brandenbourger


montaggio:
Frédéric Fichefet


Trama
Al centro della vicenda il percorso audace di una giovane donna determinata a cambiare il corso della sua vita: protagonista del film è Pamela (Alina Serban), giovane Rom insolente, spontanea e piena di ironia, che decide di lasciare il piccolo villaggio in cui vive con la nonna e la figlia per partire alla volta del Belgio. Con sé porterà soltanto un bagaglio, tre parole di francese e l’infinita speranza di poter cambiare il suo destino e quello della sua bambina. Ma il senso profondo del suo viaggio è quello di conquistare la sua indipendenza.